Silvio Benco (a cura).
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Il "Piccolo" di Trieste.
MEZZO SECOLO DI GIORNALISMO.
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1931. Fratelli Treves Editori, MILANO.
1931. Treccani Tuminelli, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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L'AUTORE.
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Enea Silvio Benco (Trieste, 22 novembre 1874  Turriaco, 9 marzo 1949)  stato uno scrittore, giornalista, saggista e critico letterario, teatrale e musicale italiano.
Bench avesse iniziato molto presto gli studi, colpito da una grave malattia ossea li sospese una prima volta, per poi abbandonarli del tutto. Dopo la morte del padre, per l'aggravarsi delle condizioni economiche familiari fu costretto a guadagnarsi da vivere, lavor come giornalista  nel quotidiano irredentista triestino L'Indipendente, ove fece la conoscenza di Italo Svevo e della futura moglie, la scrittrice Delia de Zuccoli, che sposer e dalla quale avr la figlia Aurelia.
Nel 1903 si trasfer al quotidiano Il Piccolo ove ebbe modo di crescere professionalmente e manifestare meglio le sue idee politiche filo-italiane. Nel 1913, insieme ad alcuni giornalisti dello stesso quotidiano e dell'Indipendente, fu tra i promotori della fondazione dell'Associazione della Stampa Italiana a Trieste, iniziativa coraggiosa visto che la citt giuliana faceva parte dell'Impero austro-ungarico.
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Con l'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale, Il Piccolo fu soppresso, e Benco - come altri giornalisti - venne generosamente assunto dal quotidiano triestino socialista Il Lavoratore, il quale non gli impose di cambiare linea. Benco, sorvegliato dalla polizia austriaca, fu inviato nel 1916 in confino a Linz, ove rimase sino al termine della guerra nel 1918. Nello stesso 1918, insieme con Giulio Cesri, fond il quotidiano italiano di Trieste, La Nazione di cui fu il primo direttore. Rimase in carica fino all'avvento del Fascismo, nel 1923.
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Candidato all'Accademia d'Italia, la sua nomina fu respinta da Benito Mussolini: Benco non era iscritto al partito fascista. Nel 1932, comunque, per i suoi meriti nella difesa dell'italianit di Trieste, la stessa Accademia gli confer il Premio Mussolini per la letteratura.
Nel 1943, caduta la dittatura, torn a collaborare con Il Piccolo, assumendone la direzione ma, nel settembre dello stesso anno, in seguito ad alcune minacce dei fascisti, fu costretto a rifugiarsi a Turriaco, piccolo centro della Venezia Giulia, dove mor nel 1949.
Amico di James Joyce, cur i suoi primi articoli, quando questi lavorava come insegnante d'inglese a Trieste, inoltre, nel 1921, primo in Italia, segnal in un articolo il romanzo Ulysses dello scrittore irlandese, una delle pi importanti opere della letteratura europea del Novecento.
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"IL PICCOLO" DI TRIESTE. MEZZO SECOLO DI GIORNALISMO.
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Discorrendo con Teodoro Mayer dell'interesse storico che potrebbe avere, nel cinquantesimo anniversario, il rievocare in un libro le vicende del Piccolo di Trieste, mi sentii posta da lui l'obiezione che, dopo avvenimenti cos grandi come quelli della guerra mondiale e dopo tanto rivolgimento delle cose in Italia e in Europa, ben poco interesse potrebbero suscitare gli episodi municipali e l'incruenta schermaglia tra l'Austria e l'irredentismo che per tanti anni furono misura alla vita del Piccolo.
Poterono parere fatti importanti e magari straordinari, egli diceva, nella piatta prospettiva di quei tempi; ma oggi sono indubbiamente oscurati dalle sopravvenute gesta grandiose, dall'epica lotta che cost all'Italia pi di seicentomila morti: e ognuno trover indiscreto che gli si raccontino quei fatterelli insignificanti e sbiaditi.
La mia opinione era del tutto opposta. Ogni movimento di idee e di fatti che sia stato nel passato appartiene alla storia, n questa ha ammesso mai, n ammetterebbe, di doversi limitare soltanto alle cose grandissime. Di pi, le vicende del Piccolo spettano precisamente alla preistoria della guerra mondiale, che oggi si cerca ricostruire con s appassionata indagine; e per il fatto dell'incendio decretato dall'Austria il 23 maggio 1915, nel giorno della dichiarazione di guerra, spettano anzi alla guerra mondiale stessa. Si pu, e forse si deve, non aver la pretesa di rievocare quelle vicende di un giornale come essenziale materia della storia; ma non si possono rifiutare alla storia i documenti dei nostri ricordi.
Da tale mia opinione  nato questo libro; e l'opinione persiste, anche se il libro potr sembrare, per deficienza mia, non riuscito. La sua precipua fonte, per quello che non sieno i miei personali ricordi, sono le cinquanta annate della collezione del Piccolo. Copiosissima fonte, e qui, oso dire, appena toccata, come comandava la necessaria economia del volume: talch essa rimane inesausta alle ricerche di studiosi pazienti; n altra ve n'ha certamente, per la storia di Trieste nell'ultimo cinquantennio, pi ricca e preziosa. Ma debbo soggiungere che a recare luce pi nitida sopra alcuni momenti, nulla poteva essermi pi utile che la concessione ottenuta, per squisita sollecitudine di S. E. Arpinati, Sottosegretario di Stato agli Interni, di consultare certe carte segrete delle autorit austriache che si riferiscono al Piccolo, con l'aiuto illuminato e cordiale del dott. Salvatore Perroni, direttore del R. Archivio di Stato a Trieste.
Mi par superfluo avvertire che nel ritrarre fatti e cose, i quali si riferiscono in gran parte al finire del secolo decimonono e ai primi anni dell'attuale, ne ho rispettata l'imprescindibile subordinazione alle idee e forme politiche del tempo, ossia mi sono mantenuto fedele al valore di vita che esse avevano nell'istante della loro realt.
SILVIO BENCO...
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1.
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Nel 1881, quando usc a Trieste il primo numero del Piccolo, nulla era pi facile che iniziare la pubblicazione d'un giornale; nulla pi difficile che continuarla di l dalla prima settimana. Il conto di tipografia da pagarsi la sera del sabato era per lo pi lo scoglio che sbigottiva il navigante o lo perdeva. Si parla sempre di giornali che non fossero politici: ch a voler pubblicare un giornale quotidiano, il quale intendesse anche soltanto sfiorare la politica, era necessario, secondo le prudenti leggi austriache del tempo, il deposito di una grossa cauzione di 6000 fiorini. Dieci anni di governo liberale in Austria, dal 1869 al 1879, non avevano toccato per nulla questa barriera messa alla stampa. Adesso governavano a Vienna i conservatori, col conte Taaffe alla testa; di buttar gi la barriera se ne parlava meno che mai.
Il pubblicare un giornale politico si considerava dunque privilegio di partiti cospicui, di persone danarose, e in prima linea del Governo stesso; farsi prestare i denari per la cauzione sarebbe riuscito altrettanto arduo che farsi prestare una somma per arrischiarla al giuoco. Invero la cauzione, per ogni pi piccolo trascorso del giornale, veniva falcidiata e bisognava reintegrarla entro le ventiquattr'ore, o rassegnarsi a sospendere le pubblicazioni. Un tentativo di giornale povero non poteva adunque esser fatto che fuori della politica; e le idee politiche senza banchiere dovevano contentarsi di riviste o di foglietti saltuari esonerati dalla cauzione.
Che a Trieste in quel tempo vi fosse bisogno di un giornale per il popolo, oggi a tutti  evidente, ma forse allora non molti lo vedevano altrettanto bene. Il Partito Liberale Nazionale, quello che si chiamava il Partito del Progresso, dal nome del suo sodalizio politico, e che noi, per essere precisi, chiameremo il Partito Irredentista, era diretto da persone molto serie, molto colte, di molto elevato animo, le quali pensavano che il Partito dovesse essere rappresentato da un organo adeguato alla loro seriet, coltura ed elevatezza; quest'organo era l'Indipendente, diretto allora da Giuseppe Caprin. Pareva gran fatto che esso tirasse duemila copie; n mai si era pensato, che, con un po' di rischio, trasformandolo in giornale mattutino, abbassandone l'aristocratico prezzo di sei soldi, la tiratura si sarebbe probabilmente raddoppiata.
I giornali del mattino, del resto non erano allora in voga nemmeno in Italia, perch richiedevano lavoro notturno, faticoso e assillante per redattori e tipografi. Uscivano la sera i principali giornali di Roma; anche il Corriere della Sera usciva a Milano nelle ore pomeridiane, e tutti i giornali costavano dai 10 ai 15 centesimi. Non erano insomma giornali popolari come oggi s'intendono.
Quel prezzo di sei soldi (15 centesimi di prima della guerra, circa 50 degli attuali) era del resto il prezzo comune dei giornali dell'epoca: costavano sei soldi, e uscivano comodamente a mezzogiorno, tanto l'Indipendente, organo nazionale, quanto il Cittadino, organo del partito conservatore, caro ai governanti. Quest'ultimo valeva i sei soldi anche a peso: ch pi pesante giornale fu pubblicato di rado sotto la cappa del cielo. Ogni giorno ne copriva la prima pagina in gran parte un lungo articolo di politica estera, intitolato immutabilmente:"La situazione". Ci piaceva ai gravi uomini di allora. E buon numero di giornali italiani, d'altronde, erano fatti cos.
Il privilegio di pubblicare un giornale accessibile al popolo, il Governo austriaco lo riservava a se stesso. Questo giornale era l'Adria, supplemento mattutino del vetusto organo ufficiale, l'Osservatore Triestino. Poteva quel supplemento vendersi a due soldi (5 centesimi), perch il bollo non gli costava. Giacch c'era, a scoraggiare le imprese giornalistiche, oltre la cauzione, quell'altro canchero: il bollo.
Ogni giornale doveva pagare il bollo di un soldo austriaco: il bollo nero che si applicava sopra ogni copia. L'editore per aveva il diritto di far bollare in rosso altrettanti fogli di carta per eventuali supplementi: e per questo bollo supplementare non si pagava. L'Osservatore Triestino, come giornale ufficiale della provincia, usciva in franchigia; l'Adria, come suo supplemento, era pure esonerata dal pagamento. Questa trovata, di dare, come nutrimento spirituale, al popolo un supplemento del giornale ufficiale, era stata dal Governo austriaco applicata dapprima a Praga; riuscita col, si era fatto lo stesso a Trieste.
L'Adria per non aveva il carattere ufficiale dell'Osservatore; era soltanto, all'occasione, ufficiosa. Due paginette con un paio di telegrammi dell'Agenzia governativa e una dilavata cronaca della citt e dei teatri: questo essa offriva ai lettori. La sua missione politica consisteva nel pubblicare a quando a quando un articoletto polemico contro gli organi nazionali o contro la maggioranza nazionale del Consiglio cittadino. Era una gazzettaccia mal fatta, scolorita, noiosa. Ma, in mancanza d'altro, il pubblico, la mattina, era costretto a comprarla. E l'Adria andava orgogliosa della sue quattromila e pi copie di tiratura.
Non erano gran cosa in una citt di 130.000 abitanti. Ma erano il massimo che ci fosse. Non significavano tuttavia una vera e propria popolarit dell'Adria. Il giornale popolare, il giornale di tutti, a Trieste doveva ancora essere creato. Tre o quattro lustri prima, un altro giornaletto, pure di colore governativo, il Diavoletto, era riuscito a intonarsi meglio col popolo. Altri tempi per. Assolutismo di Governo, limitazione degli spiriti, pigrizia ed incoscienza di una classe popolare dedita soltanto alle baldorie: facile cosa contentare con un giornaletto mediocre una citt dove solo una minoranza di generosi sentiva il bisogno del meglio. Ma pochi anni di vita costituzionale erano bastati a cambiare la situazione. Era nato interesse per la cosa pubblica. I tradizionalisti dell'austriacantismo andavano rapidamente consumandosi, gli appassionati della causa italiana sempre pi guadagnavano terreno. Un giornale come il Diavoletto era morto perch diventato un anacronismo; tanto pi l'Adria era una stonatura. Ma a proteggere il suo privilegio esistevano tutti quegli accidenti, la cauzione, il bollo, i sequestri, i processi di stampa per ogni inezia, e altri spauracchi rizzati contro chiunque avesse grilli giornalistici; e si doveva dunque tenersi, magari con un sospiro, la stonatura che il Governo imponeva.
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2.
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Invero, dalla borghesia di Trieste, dall'artigianato intelligente, la coscienza italiana non si sradicava pi. Ma vi era bisogno grande di allargarne le radici nelle masse del popolo, e v'era bisogno di fortificarle con una pi stretta unione e solidariet d'intenti e d'azione fra gli italiani delle cinque provincie italiane ancora soggette all'Austria. Questo non era raggiungibile se non mediante un giornale che ricavasse la potenza della diffusione dall'arte di sapersi far leggere da tutti.
Ora gli uomini del Partito Nazionale, che erano pure bravissima gente, di ci non erano edotti. I loro giornali apparivano fatti prima di tutto per loro e per i loro amici, tutti persone fidate e convinte; il pensiero che essi manifestavano non arrivava a circoli pi vasti se non in quanto i loro lettori ne facessero poi propaganda orale su quelli, ed erano i pi, che non li leggevano. E conviene anche aggiungere che, nella massa del popolo, questi giornali, inaccessibili per il prezzo, riservati alle menti ornate e colte, alieni dagli interessi spiccioli della gente minuta, non potevano non suscitare quella particolare diffidenza e antipatia che il popolo ha per istinto verso quanto gli sembra emanazione e privilegio di un'altra classe.
In verit la maggior parte dei lettori dell'Adria erano lettori "rubati" a quel giornale mattutino, di popolo, che il Partito Nazionale, a malgrado di tutte le sue belle intelligenze, non era capace di concepire. Di ci ragionavano una sera, fin dal 1878, due giovanissimi amici, Salvatore Barzilai e Teodoro Mayer, che, sebbene quasi ragazzi, parevano avere nelle cose del giornalismo un occhio assai chiaroveggente. Poco dopo il Barzilai si sent la polizia austriaca alle calcagna, emigr a Roma e non pens pi ai discorsi di quella sera. Teodoro Mayer invece vi pens sempre. Egli vedeva l'Adria come un'usurpatrice: come un castigo che Trieste non meritava. Indubbiamente dovevano avere un fremito a comperarla per leggere le notizie del mattino, quei triestini che ogni tre anni mandavano al Consiglio Municipale maggioranze nazionali sempre pi numerose e temprate, che erano inscritti a migliaia nelle file della Societ Operaia o dell'Associazione Ginnastica, la qual cosa voleva dire: "essere per l'Italia", che avevano commosso il cuore del Carducci e di tanti altri visitatori illustri con la rivelazione di un operoso inestinguibile ardore; che avevano messo l'inquietudine nel Governo austriaco con le dimostrazioni memorande di gioia per la presa di Roma, di lutto per la morte di Vittorio Emanuele II, e anche pi con gli atti dimostrativi quasi cotidiani, combinati con qualunque mezzo e sotto qualunque pretesto. E fino a quando una citt simile sarebbe stata condannata alla lettura dell'Adria? dell'Adria che, con la monotonia del mestierantismo, ripeteva ogni giorno la suggestiva sua solfa: - Che gran paese  l'Austria, e come felice; quella povera Italia, invece, quanto disordine e quanta miseria.
Brava citt Trieste; ma le mancava un giornale di larga diffusione che fosse fatto secondo il suo spirito cittadino. I mediocri speculatori che, a quando a quando, s'ingegnavano a razzolare sul terreno dell'Adria, pensavano prima di tutto a dividere con lei i favori del Governo austriaco e la relativa pagnotta. Tentativi effimeri, spregevoli, morti prima che nati. L'opposto ci voleva: ma l'opposto era un'aspra via, piena d'ostacoli e di pericoli.
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3.
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Teodoro Mayer nel 1881 aveva appena vent'anni. Era, come tutti gli altri giovani della classe intelligente, un appassionato dell'Italia: un irredentista. Tranne che, all'opposto di molti altri, aveva dovuto interrompere gli studi a tredici anni, perch molto povero: doveva lavorare per guadagnarsi la vita ed essere d'aiuto ai suoi cari. La madre, nata ed educata a Senigallia, in provincia di Ancona, da una famiglia di fieri sentimenti italiani, aveva avuto un'influenza decisiva nella formazione del carattere del giovane, ispirandolo ai pi puri sentimenti patriottici.
Nelle sue precoci intraprese si preannunci tosto, irresistibilmente, la vocazione giornalistica. Incominci come incominciano i ragazzi, con un giornale per i coetanei, un giornale filatelico, quel Corriere dei francobolli, del quale fu rievocata la memoria nel Congresso Filatelico Nazionale tenuto a Trieste dopo la guerra. Alberto Boccardi, nell'affettuoso articolo "Ricordi", che egli scrisse per il ventesimoquinto annuale del Piccolo, rammentava di aver incontrato per la prima volta Teodoro Mayer nella tipografia del signor Giovanni Balestra, dove si stampava il Nuovo Tergesteo, organo del Partito Nazionale negli anni dal 1874 al 1876. Era "un giovinetto pallido, esile, operoso e molto modesto, che noi tutti - dice il caro scrittore triestino - avevamo sbito notato come uno degli amici fervidissimi della causa che il Nuovo Tergesteo rappresentava. Cliente assiduo della tipografia, egli pubblicava una minuscola effemeride filatelica, e andava rimuginando l'Inevitabile".
 l'unico ritratto, credo, che ci rimanga del Mayer giovinetto: a quell'epoca egli poteva avere tutt'al pi sedici anni. Il Corriere dei francobolli lo aveva iniziato il 23 marzo 1875, e lo continu fino al 23 aprile 1879. Mi vennero a mano, per caso, anni addietro, alcune puntate di quella pubblicazione, oggi divenuta abbastanza rara, e debbo dire che, sebbene la filatelica, a chi non  pi ragazzo, sembri cosa non poco dilettantesca, mi sorprese in quelle pagine una palese tendenza a muovere idee, a esercitare il senso critico. D'altronde una rivistina di argomento cos speciale e che sappia durar quattro anni, d prova non solo di sodezza e di tenacia di carattere nel suo compilatore, ma anche di aver saputo conquistare un proprio pubblico: e, che essa fosse letta con attenzione dalla stessa i. r. autorit, lo dimostr il sequestro inflitto al Corriere dei francobolli dalla Procura di Stato il 25 settembre 1878. Teodoro Mayer, parafrasando un appello uscito allora, di Agostino Bertani, "Raccogliamoci", che era cosa eminentemente politica, si faceva in quel numero a proporre da Trieste un'associazione di timbrofili che unisse tutte le citt d'Italia. In uno dei suoi numeri il giornaletto aveva persino osato definire i francobolli del Lombardo-Veneto "francobolli dell'aborrito Governo austriaco". Per un organo filatelico non c'era male.
Ma il Corriere dei francobolli rendeva troppo poco, mentre il Mayer aveva bisogno di guadagnare la vita per s e per i suoi. Perci prese il coraggio a due mani, e fond un giornale di pubblicit: l'Inevitabile. Cosa di tutt'altra natura questo giornale di pubblicit: usciva ogni dieci giorni, si distribuiva gratuitamente, e si merit fin dai primi numeri accoglienze molto simpatiche e anche qualche sequestro. Teodoro Mayer, mentre vi sperimentava nuove forme di pubblicit, mostrava di aver imparato molto bene anche quello che  il segreto del giornalismo: incontrare il gusto del pubblico. Giacch il giornale di pubblicit, stampato su carta violetta, o su tela, sebbene gratuito, non considerava affatto il suo testo come materia accessoria: era fatto di cose piacevoli, di aneddoti, di poesie, di novelle e bozzetti d'autori in voga; un po' di pirateria letteraria non si stimava in quei tempi abuso e non disonorava alcuno. Fu anche quella una scuola. Non dico per me, allora fanciullo, che sulle pagine violette dell'Inevitabile imparai a leggere; dico per il suo giovanissimo direttore, che vi si impratichiva della nostra grande legge professionale: "questo interessa; questo non interessa". Ma per sapere che cosa interessi il pubblico, bisogna pure impadronirsi un poco della psicologia del pubblico stesso. Il Mayer vedeva ormai con molta chiarezza che c'era un piccolo pubblico, di qualit, servito egregiamente, in fatto di stampa, dai ragionati e alquanto cattedratici giornali cittadini; e vedeva pure che ce ne sarebbe potuto essere un altro, di quantit, per il quale era provvisto assai male.
 indubitato che, se gli uomini componenti il Partito Nazionale avessero divinato le doti eccezionali, di giornalista e di editore intelligente e sagace, che esistevano nel giovane Mayer, un'intesa sarebbe precorsa nei giorni che fu da lui maturato il disegno della fondazione del Piccolo. Ma in verit il Mayer dovette fare tutto da s, e tutto solo. Per la maggior parte degli uomini del Partito Nazionale, egli era ancora uno di quei giovanissimi ai quali non si presta molta attenzione. La sua povert, la sua lotta per la vita, non entravano in quell'ordine di fatti sui quali cade la luce; i pochi che ne sapessero qualche cosa ammiravano la intraprendenza e la onest del giovane; nessuno indovinava in lui un carattere e la forza di una mente conquistatrice: che questo sconosciuto di vent'anni potesse rendere servigi incomparabili alla causa nazionale nessuno pensava.
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4.
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Qualche settimana prima che il Piccolo uscisse, e quando si cominci a parlarne, corse voce in citt che dietro le spalle del giovane Mayer vi fosse un consorzio di finanziatori. Alcuni degli amici suoi perfino se ne inquietarono e, temendo di vedere quel promettente giovane, di specchiata integrit, cacciarsi in cose difficili e che avrebbero potuto prendere chi sa quali svolte tortuose, non gli tacevano le loro preoccupazioni. "Poich, quanto all'indirizzo del giornale, garantisce la mia persona - egli rispondeva (cos racconta il Boccardi) - che v'importa se vi sono dei pazzi che gettano il loro denaro per fare la concorrenza all'Adria?"
In verit, nessuno gettava denaro. Il consorzio a cui i cittadini avevano finito col credere, era una diceria diffusa dallo stesso Mayer, una specie di finta strategica per far credere di avere dietro di s un esercito in pieno assetto e buoni servizi logistici. Ma ad un vecchio amico come Alberto Boccardi egli poteva anche confessare a quattr'occhi di non avere n sostenitori, n compagni in quel suo tentativo di fare la concorrenza all'Adria. Se c'era rischio d'andare al manicomio, lo correva lui solo: meglio tuttavia lasciar credere che ci fossero altri dietro di lui. N compagni adunque, n capitali.
Gli uffici del nuovo giornale si erano allogati alla meglio in una cameretta al N. 4 di Piazza della Borsa, e servivano anche all'Inevitabile.
Le autorit austriache non vedevano di buon occhio il sorgere di nuovi giornali. Un po' ragioni politiche, un po' forse ragioni di comodo; pi giornali, pi lavoro; si doveva censurarli, vigilarli, rintracciarli con un plotone di guardie in caso di sequestro; per ogni giornale erano scartoffie infinite. Perci s'incominciava col disanimare gli aspiranti editori, rifiutando loro il permesso di vendita negli spacci di tabacco, che erano allora, in Austria, i soli luoghi dove si comprassero giornali. Se per l'editore non si spaventava e pubblicava il suo giornale per un paio di giorni, allora, veduto di che cosa si trattasse, era, di regola, accordato il permesso dapprima negato, salvo s'intende a revocarlo alla prima occasione per un pretesto o per l'altro. L'autorit teneva a sua disposizione questa spada di Damocle.
Teodoro Mayer intendeva che il suo giornale si vendesse nelle tabaccherie, ossia si pubblicasse effettivamente, il primo gennaio 1882. Perci lo aveva fatto uscire alla data un po' bislacca del 29 dicembre, sacrificandolo per tre giorni a esser venduto, come voleva una interpretazione artificiosamente restrittiva della legge, adottata dalle autorit locali, "nell'abitazione dell'editore", ossia nel suo ufficio di Piazza della Borsa. A ci si deve se, del primo numero del Piccolo, quantunque aspettato, non furono vendute che 32 copie. S'illudeva il Mayer che, dopo i tre giorni di prammatica, gli sarebbe venuto il desiderato permesso. Invece l'autorit, che evidentemente non vedeva di buon occhio il nuovo giornale, gli fece sospirare il permesso fino al 9 gennaio, vale a dire glielo accord quando credeva di averlo gi mezzo ammazzato. In ci s'ingannava. La vendita sal di balzo a 400 copie; appena ebbe modo di vivere, il giornale visse.
Perch tanta contrariet verso un giornaletto che era infine "apolitico"? Le autorit in fatto di giornali partivano dal principio: dimmi chi ti fa e ti dir che cosa sei. Il Mayer, che s'era attirati sequestri politici gi col Corriere dei francobolli e con l'Inevitabile e praticava esclusivamente la giovent nazionale, non poteva essere sul buon libro. Egli non aveva una redazione vera e propria: qualche amico volonteroso gli prestava la sua collaborazione (egli assunse nel primo anno due soli redattori stipendiati, il prof. Degan per l'edizione del mattino ed Eugenio Salvator per quella della sera; insieme con un reporter, Vittorio Cavesso, formavano tutta la redazione). L'autorit non vedeva dunque cose grandi che potessero impressionarla; ma tutto l'insieme aveva un'aria che non doveva piacerle.
Il Piccolo s'era lanciato arditamente nella vita con l'intenzione di uscire due volte al giorno, mattina e sera. Ma il Piccolo della sera, che era un giornale essenzialmente di variet, non pot reggersi in quel primo esperimento, e dopo poche settimane scomparve.
Il giornale del mattino si vendeva a due soldi, quello della sera, che fruiva del bollo rosso dei supplementi, a un soldo solo. Si contava sugli abbonamenti, che erano combinati per i due giornali: ma nessuno si abbon, bench per la prima volta s'introducessero gli abbonamenti mensili. Le forze del giornale, d'altra parte, bastavano a mala pena per un'edizione sola. Cos fu che l'edizione della sera, dopo il primo mese, fu sospesa e rimandata a tempi migliori.
Un Piccolo pi piccolo di quello che esord col primo numero il 29 dicembre 1881 impossibile immaginarlo.
Cinquanta centimetri per trenta: un formato poco pi che da carta da lettera. Due facciate sole. Nessun preambolo. Caratteristica eloquente in ogni pagina: l'indipendenza dei giudiz. Il programma, del resto, espresso in poche righe, si riduceva a tre parole che furono i cardini maestri per gli anni futuri: onest, indipendenza, imparzialit.
Il giornale incominciava con mezza colonna di "Ultime notizie": notiziole di tre o quattro righe, sforbiciate o tradotte dai giornali, naturalmente senza politica. Quindi trenta righe di "Notizie telegrafiche" nelle quali ci entrava di tutto fuorch il telegrafo (cos del resto, nella maggior parte dei giornali del tempo); e poi il gran sacco della cronaca locale, dove si depositava indistintamente tutto quello che avveniva in citt, dalla morte di un cittadino conosciuto nel proprio quartiere, all'arrivo di un personaggio, dalla slogatura di un piede agli spettacoli dei teatri. Di questi si preoccupavano sommamente i giornalisti d'allora; perch il teatro era funzione della vita, nel secolo decimonono, molto pi importante che adesso. Difatti il breve "editoriale", per dirla all'inglese, col quale esordiva la cronaca del primo numero, era dedicato al Teatro Comunale: e precisamente al suo grande restauro, che doveva tenerlo chiuso per tre anni e richiedeva non pochi quattrini.
Il Piccolo si dichiarava per una finanza rigida. Vedeva i denari dei contribuenti in pericolo. "Si rifabbrichi pure il Teatro Comunale. Per farlo non mancheranno i modi; un consorzio, una societ per azioni, o qualche grande speculatore se ne potrebbe incaricare. Ma in quanto ai denari del Comune, si serbino ad opere di pubblica utilit."
Pochi giorni dopo questa severit arcigna cedeva a una maggiore larghezza. Il giornale accettava che il Comune avesse ad ingerirsi nella fabbrica del teatro. Ma 14.000 fiorini, per diecine d'anni, quanti si chiedevano di contributo comunale, gli sembravano un importo vistoso. Sommate le annualit, facevano oltre 400.000 fiorini alla scadenza.
Il Consiglio cittadino per non ascoltava questo sermone. E allora il Piccolo, col rigorismo di chi fa le prime armi nella severit finanziaria (e doveva pur troppo esercitarla su se stesso ferocissimamente): "Allegri, contribuenti! Il Consiglio comunale ha accettato in massima i 14.000 fiorini di contributo per il restauro del Comunale".
Era pure alcunch di nuovo, in quegli anni, un giornale che non credeva speso bene tutto quello che si spendeva in teatri. Ma non fu probabilmente cotesta rigida tutela del denaro pubblico quella che guadagn al giornale il favore dei suoi primi lettori. Fu lo zelo, la puntualit, la scrupolosit della cronaca. Il primo passo della sua strada il Piccolo aveva saputo farlo. Il 14 gennaio 1882 muore il vescovo monsignor Dobrilla, che era stato un gran caporione slavo dell'Istria, ma era pure il vescovo, e il Piccolo pu infilzare mezza colonna d'aneddoti, mentre l'Adria si contenta di panegirici; il 30 gennaio arriva Sarah Bernhardt, scendendo per la prima volta alla conquista dei pubblici italiani, e il Piccolo non aspetta che essa salga la scena per dare notizia di lei ai lettori: va ad aspettarla alla stazione; racconta che v'erano l circa cento persone, la maggior parte signore; racconta che ella vestiva un lungo cappotto di "peluche" grigia con bavero di pelo che le copriva una parte della faccia; sa dire che questa famosa sopravveste, acquistata a Mosca, era costata la bellezza di 14.000 fiorini, vede l'attrice salire in un calesse della Societ Tramway, accompagnata dal barone Morpurgo (probabilmente il barone Emilio Morpurgo), prende nota che il bagaglio della compagnia consta di 150 colli, del peso complessivo di otto tonnellate.  insomma il reportage moderno: l'anima, ancora ingenua e rudimentale, se volete, del giornale moderno informato di tutto.
I sedentari dell'Adria dovettero essere un po' disorientati da questa alacrit del giovane confratello.
Questo non aveva esposto programmi e princip: per li aveva. Il primo era quello di agire coi propr mezzi, per quanto umili fossero: in altre parole di abituare il pubblico a garanzie assolute di onest, d'indipendenza, e d'imparzialit. Il secondo era cercar di dire la verit, schiettamente, di tutte le cose, guardandosi per dal cercare lo scandalo: abitudine e rovina, quest'ultimo, di tanti giornali d'allora. Il Piccolo seppe aver linea, seppe serbar contegno, fino dai primi giorni. E non doveva esser facile il non cadere in tentazione, specialmente per un povero giornale costretto a fare la sua strada senza toccare la politica, ossia a una specie di supplizio di Tantalo. Era uno scabrosissimo anno quello iniziatosi proprio ai giorni della nascita del Piccolo: un anno di vibrazione politica come non ce ne furono molti nella storia degli italiani irredenti. Il 1882: la politica c'entrava dappertutto. Sovrastava la Triplice Alleanza: quel mutamento dei rapporti ufficiali austro-italiani che metteva gli irredentisti in un'agitazione disperata, relegando l'adempimento delle loro speranze in un futuro remoto. Contemporaneamente l'Austria ci teneva a un'affermazione morale del proprio possesso di Trieste: voleva celebrato con grandi festeggiamenti il cinquecentesimo anno della cosidetta dedizione della citt agli Absburgo, che allora passava per storia, mentre oggi  reputata travisamento di storia. Si preparava nei viali di Sant'Andrea un'esposizione commemorativa che a' cittadini faceva torcere le viscere. Tutti cercavano di parlarne poco, il Piccolo stesso non vi accennava che con qualche asciutta parola, il pi raramente possibile. Di pi, ci dovevano essere le elezioni amministrative, che a Trieste erano un fatto eminentemente politico: i liberali, l'Italia; i conservatori, l'Austria: dalla vittoria degli uni o degli altri (e i liberali, diciamo gli irredentisti, preponderavano sempre pi) dipendeva lo spirito col quale si sarebbe retto il maggior Comune italiano dell'Austria.
E su questo terreno elettorale il Piccolo sdrucciol per la prima volta in un sequestro. Reputava o gli piaceva farlo credere, che il suo obbligo di astenersi dalla politica non lo condannasse anche all'astensione dalle faccende amministrative della citt: e il 28 marzo 1882 scrisse un articolo, il pi lungo che avesse trovato posto nelle sue paginette, nel quale teneva certi "ragionamenti agli elettori" su l'opportunit generica del votare con coscienza. Cauto articolo; per su vietato terreno. E cadde sul giornale il primo sequestro. Elezioni per il Piccolo non ci dovevano essere.
Quel sequestro attir comunque l'attenzione sul minuscolo giornale. Finora la stampa cittadina aveva affettato di non accorgersi del Piccolo. Esso si era conquistato lettori e simpatie di giorno in giorno: ma i confratelli facevano come se non esistesse. Quel fatto stesso della forzosa apoliticit non prometteva nulla di buono: era dogma che un giornale senza notizie politiche non potesse avere sviluppo; ed era anche (bisogna dirlo) triste esperienza che certi giornali senza colore finivano col prendere il colorino roseo dell'ingraziatura verso l'imperiale Governo. Ma ecco un sequestro. Le autorit austriache non si sarebbero certo scomodate a sequestrare un giornale che avessero reputato sul serio "senza colore", o magari possibile amico di domani. L'Indipendente sent adunque il dovere di rilevare il sequestro e di dedicare al finora taciuto confratello una parola di misurata simpatia: "un giornale alla buona, fatto e scritto unicamente per il popolo e che vive dei propri lettori". Parole povere, se vogliamo, ma vere: riconoscimento di onest da parte dell'organo del Partito Nazionale, riconoscimento che nei primi tre mesi di vita il Piccolo aveva saputo non mancare a quello che era il sottinteso della sua apoliticit.
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Le elezioni amministrative del 1882 ebbero esito lieto per il Partito Nazionale. La citt se ne infervor; il Piccolo non pot occuparsene. Dovette limitarsi a segnalare l'imbandieramento della piazza per la rielezione del Podest Riccardo Bazzoni. Nondimeno il giornaletto guadagnava lettori giorno per giorno. Si avviavano al migliaio. Regola del Piccolo era quella che ogni numero dovesse recare una nota vivace e che tutto, in quanto possibile, fosse fatto vivacemente. Se entrare nella politica non poteva, pur s'ingegnava a far comprendere da che parte stesse il suo cuore. Ecco, in quella specie d'infatuazione austriaca che il Governo voleva creare artificiosamente per la sua Esposizione, annunciato l'arrivo contemporaneo di due compagnie d'operette viennesi. Il Piccolo prende la cosa dal lato economico. Non reggono a Trieste due spettacoli d'operetta nemmeno in lingua italiana; figurarsi i magri affari di quei poveri tedeschi. Un altro giorno avviene un parapiglia per violenze di soldati slavi ubriachi contro lo scultore Luigi Conti che aveva voluto sottrarre una donna a loro sevizie.  un fatto di cronaca: il Piccolo lo divulga, ci d colore.
Povero e modesto, ma illibato, il giornale ha cura fin dai primi numeri di contrapporre nettamente la sua rispettabilit a quello che era il fango di certa stampa d'allora. Il libellismo infieriva, protetto dalla singolare blandizia delle leggi austriache contro chi insozzava l'onore di galantuomini e, quel che  peggio, favorito di sotto mano dal Governo stesso. Giornaletti infami, ebdomadari o bisettimanali, scribacchiati da penne perverse, tiravano innanzi vendendo lodi a impresari e ad artisti da teatro e offrendo al Governo denunzie e diffamazioni di patriotti italiani. Tipico fra questi il Soldo, che, pi tardi, non certo per adularla, assunse il titolo L'Austria. Sebbene non politico, il Piccolo, insorse tosto con energia, contro questa cosidetta stampa-revolver. "L'encomio e la lode di una stampa bugiarda e insidiosa non possono recare che danno alla riputazione dei galantuomini; il biasimo e gli attacchi non giungono a ferire gli onesti e, vivaddio, abbiamo sempre dei tribunali". In verit, i tribunali, in questi casi, poco aiutavano: tanto pi coraggiosa l'indignazione di quel giornaletto, che si reggeva per un miracolo di volont e di stringimento dei fianchi.
Piaceva per questa ben portata povert. Piaceva anche quando si permetteva qualche scherzo. Il primo aprile (pi tardi riprov questa usanza del primo aprile) il Piccolo annunci l'arrivo di un piroscafo giapponese, con equipaggio giapponese, a Trieste; credeva abboccassero i cittadini; invece ebbe la sorpresa di vedere abboccare le Ambasciate giapponesi di Vienna e di Roma, poich il corrispondente della Neue Freie Presse si era affrettato a telegrafar la notizia. E il console del Giappone, un grosso signore tedesco, si rec in veste ufficiale alla redazione del Piccolo, per informazioni.
Sono cose che anche oggi fanno la popolarit di un giornale; tanto pi a quei tempi. Se la gente molto grave ed austera affettava di non prender nota del giornaletto popolare, v'era una quantit di persone d'ogni categoria che andavano abituandosi a non poter vivere senza il Piccolo. Questo, nonostante le sue persistenti strettezze, faceva il possibile per meritarsi il favore dei cittadini. Gi il 14 luglio 1882 tent lanciare un Piccolo del meriggio, mettendovi la continuazione di un interessante processo. Ma scoccavano le 11.15 di quel 14 luglio e tutto era pronto, quando l'i. r. Procura di Stato avvertiva il proprietario che l'edizione del meriggio non si sarebbe potuta mettere in vendita, perch ci volevano ventiquattr'ore per la notifica di un supplemento. Il tentativo di una seconda edizione in casi straordinari era per tal modo stroncato; s'era aspettato che tutte le spese fossero fatte per colpire il giornale nella sua parte pi debole, nei mezzi finanziari. Il Governo austriaco mostrava dispetto dell'ingrandirsi del Piccolo: lo aveva giudicato.
Ma il giornale, che sentiva ormai la necessit di poter uscire all'occorrenza anche in altra ora del giorno per mantenersi sempre a cavallo dell'attualit, ricorse allora alle decisioni eroiche. Se il Piccolo del meriggio non era potuto uscire il 14 luglio come supplemento, esso usc cinque giorni dopo, il 19 luglio, come regolare pubblicazione quotidiana. Si ebbe un secondo giornale ogni giorno: cosa non ancora veduta nella stampa cittadina. Era un fogliettino anche pi nano del Piccolo, il quale, del resto, messosi ormai su quattro colonne e aggiuntesi duecento righe, aveva ingrandito alquanto il suo formato di carta da lettera.
L'urto con le autorit per la pubblicazione del Piccolo del meriggio non era stato il primo, s piuttosto la conclusione di una serie di conati per impedire al giornale di espandersi e di prender piede. Una prima volta si era processato e multato il Piccolo per aver distribuito gratuitamente esemplari in un locale pubblico: ci che la legge non ammetteva. In realt il Piccolo, nei primi tempi, faceva distribuire dei numeri di saggio a domicilio di molti cittadini, e alcuni di questi erano stati portati in esercizi pubblici, dove i proprietari stessi li avevano regalati ai loro avventori. Ma la legge di stampa aveva sempre dei chiaroscuri per i quali il Piccolo poteva essere condannato: cos avvenne allora, cos avvenne poco dopo per una cosidetta "contravvenzione di finanza". Il Piccolo si era provato a pubblicare il sabato notte un supplemento (per legge esente da bollo) da potersi vendere nelle prime ore della domenica. L'autorit di finanza pose il giornale in contravvenzione "perch il numero era stato composto fuor dell'ora ammissibile per essere considerato come supplemento". Per tre sabati suc-cessivi il giornale fu posto in contravvenzione per lo stesso motivo, senza che l'autorit si decidesse a indicare qual'era l'ora legale per lei.
Non un passo adunque del giornale che non fosse contrastato: in pochi mesi il ritardo del permesso di vendita dai tabaccai, il processo per gli esemplari gratuiti, la contravvenzione per il supplemento, la tentata stroncatura dell'edizione meridiana. Risposte, come l'ingrandito formato del Piccolo mattutino, come la creazione del Piccolo del meriggio, erano da lottatore animoso: animoso perch sentiva intorno a s il crescente gradimento del pubblico. Ma rappresentavano atti temerari per le condizioni economiche del giornale che erano sempre un'orditura pi ingegnosa e sottile di una tela di ragno. Talvolta, per pagare il bollo, si dovevano raccogliere i soldoni di rame buttati in una scatola di cartone che servivano a cambiare il decino o il fiorino allo sportello della pubblicit.
Tuttavia, bolletta o non bolletta, il Piccolo guadagnava terreno. E l'Adria, la gazzetta governativa, giustamente se ne sentiva rimescolata. Cento lettori acquistava il Piccolo, e ottanta almeno essa ne perdeva. Era urgente reagire. Attaccare il concorrente, portarlo in disgrazia; condurlo allo sdrucciolone che lo facesse sopprimere. Incominci un'insidiosa campagna. Gi nel giugno una denunzia dell'Adria era costata un sequestro al Piccolo, e un altro gli era piovuto per aver pubblicato un fatto di cronaca che non si doveva pubblicare. I sequestri erano pericolosi; finanziariamente piccoli disastri. Quando si entr nel periodo critico dell'Esposizione, il Piccolo dovette tenersi in guardia ogni giorno a difesa della propria apoliticit. Gli si buttava l'esca: avesse commesso un'imprudenza, lo si sopprimeva; avesse ceduto a un momento di debolezza, di pnico, e sarebbe stato perduto agli occhi degli irredentisti: il Governo non avrebbe avuto pi da averne paura.
Periodo veramente critico. Per la citt, ma anche per il giornale. Esso lo sostenne con un'equilibrata dignit e abilit, che, a considerare oggi la grave situazione di quei giorni, sono giusta ragione di meraviglia. Il d precedente l'apertura dell'Esposizione (avvenimento grande nelle vedute del Governo), il Piccolo apre la cronaca con un articoletto: "Il tempo di ieri". Era stato, per combinazione, un tempo orribile. L'indomani, giorno dell'inaugurazione, nulla pi che quattordici righe: ore d'apertura, di chiusura, prezzi; "le feste serali furono gi annunziate dagli organi del comitato". Il d seguente, una premessa che taglia corto: "Dobbiamo lasciar da banda la parte politica, perch di politica il nostro giornale non si occupa". Indi mezza colonnina di descrizione, con parecchie critiche, e qualche accenno al "poco interesse dell'Esposizione". Quella sera per, mentre sfila con le musiche il corteo dei sodalizi austriacanti in onore dell'arciduca Carlo Lodovico, fratello dell'imperatore, piomba dall'alto una bomba. La famosa bomba del 2 agosto. Esplode alla testa del corteo, uccide un giovinetto, ferisce un redattore della Triester Zeitung e altre sei persone. La situazione si  fatta seria. Non si pu pi scherzare. Il Governo sguinzaglia i suoi fedeli e i suoi prezzolati a gridare morte a tutto ci che  italiano, ad assalire le sedi delle associazioni nazionali e a rompere tutto. Si scatena il terrore. Il Piccolo parla di quegli avvenimenti brevemente, solo il 4 agosto: il silenzio del domani era l'unico modo concesso di salvare il giornale senza invilirlo. Uscendo il mattino, esso sarebbe dovuto essere il primo a condannare l'attentato. Non volle.
Ma gi il 5 agosto, il Piccolo trova occasione di alzar la voce. Parlando dei tragici avvenimenti di Trieste, la Neue Freie Presse aveva accennato al Piccolo "diffusissimo nella bassa classe del popolo". Ribatte il Piccolo: "Se per la bassa classe del popolo l'aristocratica Presse intende ci che era a suo tempo la canaglia per i signori di una volta, abbiamo l'onore di dichiararle che ci gloriamo dei nostri lettori. La canaglia di una volta  l'operaio di oggi. Le basse sfere a cui accenna la Neue Freie Presse sono sparite: noi e tutti gli uomini civili non conosciamo che il popolo, e il Piccolo fu fondato appositamente per il nostro popolo".
Intanto fra i molti arresti di irredentisti per lo scoppio della bomba, vi  anche quello di un addetto al giornale: Augusto Rocco, oggi ancora il nostro venerato e vegeto anziano negli uffici del Piccolo (compagno di Teodoro Mayer fin dai tempi dell'Inevitabile). Rocco  arrestato con altri giovani il 13 agosto 1882 e rimane in carcere finch l'autorit non si persuade che egli  estraneo al drammatico fatto. Corrono per il Piccolo giorni di comprensibile ansia, dissimulata dalla patina oggettiva della cronaca quotidiana. Nel subbuglio politico che ha schiacciato i festeggiamenti dell'Esposizione, di questa non si parla pi. Si parla invece di certe grandi e sbalorditive invenzioni che vengono presentate per la prima volta a Trieste: del telefono, iniziato da un'agenzia privata con tredici fili; della luce elettrica, introdotta nel negozio del signor Leone Napoli, all'angolo del Corso, dov' oggi il Bar Torino, prima che se ne illuminasse l'Esposizione; del fonografo, che in verit era gi stato sperimentato una prima volta alla Filarmonica-Drammatica, e ora  fatto sentire alla Societ di Minerva da un certo signor de Nollendorf. Ma l'invenzione "gi molto diffusa in America" non persuade: si trova la voce dell'apparecchio "cavernosa e gutturale".
L'Adria si accorge che il Piccolo di tutto parla fuorch dell'Esposizione; lo accusa di avversarla per odio politico. - Ma no, - risponde il Piccolo con finto candore - non ne parliamo perch non vi siamo stati invitati. - Infatti, altezzosamente, e proprio per politica bile, si era trascurato di mandare il pi piccolo invito a quello che era ormai il pi diffuso giornale della citt.
E intanto il Governo, pensando di rendergli difficile la vita, se mai ne trovasse un pretesto, lo sequestrava. Sequestri in agosto, sequestri in settembre. Si arriva a sequestrare un giorno il Piccolo del meriggio per una relazione giudiziaria che riassumeva fedelmente quanto era gi stampato, senza sequestro, nel Piccolo del mattino.
Arduo mese quel settembre, se era stato malagevole agosto. La citt si trova fin dai primi giorni sotto la cappa di piombo dell'annunziata visita imperiale. Sono calati a Trieste, dapprima il conte Taaffe, Presidente dei Ministri, in forma privata, poi l'arciduca Lodovico Vittore: e nulla  successo di grave. Ma la mano indignata e tremenda, che ha salutato l'apertura dell'Esposizione con la bomba del 2 agosto, vorr essa permettere che il dominatore straniero, mentre gi esiste un'unit d'Italia, svergogni la citt italiana celebrandovi i fasti della propria dominazione? Presentimenti oscuri sono nell'aria; la polizia cerca d'avere cento occhi, bracca, indaga, perquisisce, s'ingegna a depurare l'atmosfera che deve essere respirata da Francesco Giuseppe.
Pare impossibile: a tre giorni di distanza dalla visita imperiale, i due organi tedeschi che valgono come portavoce della i. r. Luogotenenza, la Triester Zeitung e il Triester Tagblatt, invidiosi l'uno dell'altro, prima di fondersi in un ente solo, dnno il poco bello spettacolo di tacciarsi reciprocamente di ricattatori e di stampa-revolver. Quel giorno, Guglielmo Oberdan  stato gi arrestato a Ronchi.  gi avvenuta la drammatica scoperta del giovane biondo che, a mano armata, veniva a portare il suo saluto all'imperatore. Tutta la citt sussurra di alcunch di tenebroso che dev'essere successo; i nervi sono tesi, l'irrequietudine  estrema. Ma la stampa nulla sa, nulla deve pubblicare.
 la vigilia della visita imperiale. Il Piccolo porta una notiziola intitolata: "Esposizione". Vi si dice che il mattino della visita imperiale, i visitatori dovranno vestire di nero e presentare carte di legittimazione e d'abbonamento. Null'altro. Si scatenava proprio quel giorno nel porto un uragano. Le navi dell'i. r. squadra, ancorate in attesa del sovrano, riportavano avarie.
La visita sotto auspic cotali, non  festosa n lieta. Accoglienze ufficiali. La cronaca s'imbottisce con la nomenclatura dei personaggi stranieri discesi a Trieste al seguito dell'imperatore, come i baroni dell'et di mezzo dietro ai Cesari germanici. Non pensano certo i giornali a raccontare che la polizia spazza le strade dove le vetture del corteo imperiale passano (cos io le vidi fanciullo) quasi fuggendo. Suppone invece il Piccolo di poter raccontare finalmente, il 19 settembre, terza delle giornate absburgiche, l'arresto dell'individuo misterioso di Ronchi: Guglielmo Oberdank, d'anni, si diceva, 28. L'hanno raccontato due giorni prima i giornali di Vienna: l'hanno raccontato altri giornali locali. Ma al Piccolo non giova riferirsi ad essi: il sequestro colpisce la sua narrazione.
Non  quella che una prima misura. Parta l'imperatore: si scateneranno le vendette: e il giornale pagher anch'esso la sua parte, per l'audacia dell'ignoto giovane che, prima di gettare il suo cadavere, ha gettato l'ombra sua d'uomo vivo tra il corrucciato imperatore e la taciturna citt.
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Il 30 settembre, la Luogotenenza tirava al Piccolo un colpo che assolutamente doveva creder mortale. Si riferisce ad esso un rapporto esistente fra gli atti dell'i. r. Polizia conservati nell'Archivio di Stato, nel quale, in data 29 settembre 1882, l'ufficio presidenziale della Luogotenenza richiamava l'attenzione "sul fatto che il giornale non politico il Piccolo prediligeva portar notizie dannose per la monarchia austriaca, e altre, all'incontro, che mettevano nella pi vantaggiosa luce il Regno d'Italia". Il d seguente si fabbric il fulmine. Si comunic al redattore responsabile la revoca del permesso di vendita del giornale nei traffici di tabacco. Altrove che nei traffici di tabacco il pubblico di quegli anni non era abituato a comprar giornali. N altri esercenti erano abituati a venderne; i pi non avrebbero avuto nemmeno dall'autorit il relativo permesso. Proibito dalla legge lo strillonaggio, lo smercio per le vie e nei locali pubblici, un giornale escluso dalle tabaccherie era anche escluso dalla circolazione. Infatti il Piccolo del 1 ottobre pubblicando lo schiacciante decreto, doveva comunicare che per il momento si sarebbe venduto esclusivamente in Corso N. 4, al pianterreno nel locale di redazione e di amministrazione. Bel posto: ma uno solo. Fino a ieri ne aveva un centinaio. In cambio il giornale, che prima non aveva abbonati, aperse gli abbonamenti, anche settimanali a 30 centesimi. La Luogotenenza in verit conosceva poco il pubblico triestino e quello che c'era d'ammirabile in esso. Offeso da un atto di prepotenza, il pubblico reagiva con uno scatto di simpatia verso la vittima. Disciplinatissimo: come un uomo solo. Gi dal 1 ottobre i lettori del Piccolo corsero a centinaia alla redazione per abbonarsi al giornale. I primi furono Edgardo Rascovich e altri uomini dell'ala estrema dell'irredentismo. Il d seguente la ressa continu. Tutti volevano avere il giornale in casa. Il Piccolo, con accenti commossi, ringraziava la cittadinanza di questo appoggio. "Siamo stati e ci manterremo sempre onesti e indipendenti.  una cosa tanto semplice che, nessuno, speriamo, vorr trovarvi sottintesi e misteri". Per sei giorni dur incessantemente il lavoro di registrazione dei nuovi abbonati. Il giornale usciva dalla prova fortificato.
Bella energia sua: magnifica anche quell'anima della cittadinanza che, insultata con le esposizioni, con gli scioglimenti di societ, con le dozzine di carceramenti dopo l'arresto d'Oberdan, funestata da un tribunale di guerra che si preparava ad erigere un patibolo, conservava, irreducibilmente fresco e generoso, lo slancio dei suoi atti dimostrativi.
Intanto nelle corrispondenze da Trieste a giornali di Vienna e di Graz le denuncie politiche contro il Piccolo spesseggiavano. Rispondere esso non poteva, vietandogli la legge di battere terreno politico. Invitava dunque gli anonimi corrispondenti a mandargli il loro biglietto di visita, se volevano avere la meritata risposta.
L'Esposizione moriva nella generale indifferenza. L'ultimo mese il pubblico vi era ammesso per pochi centesimi; seduzioni sprecate. Il pubblico trovava pi interessante sostare dinanzi ai caff di Piazza Grande a guardare "la signora con la testa di morto": celebrit che ricompariva per la terza o quarta volta nella cronaca triestina; e questa volta rispondeva al nome di contessa Elena Comuto da Zante, alloggiata all'Htel Delorme, la prima signora, a quanto pare, che comparisse a Trieste col viso sbiaccato a proprio gusto e con due virgoloni di "Kohl" nell'incavo degli occhi. Cosa tanto straordinaria da doversi abbassare le tendine del caff per sottrarre la singolare straniera alla molestia della folla indiscreta. Un altro giorno tutto il pubblico correva alla stazione ad accogliere Teresina Tua, la idolatrata violinista ventenne, e staccava i cavalli dalla vettura per trascinarla a braccia: il che parve gran disordine alle guardie di polizia: onde ingiungevano di riattaccare i cavalli e con burberi modi scioglievano l'assembramento.
Ma gli animi dei patriotti erano protesi verso la cella d'Oberdan. Tutti aspettavano che la tragedia si mitigasse in un atto di clemenza; essa volse invece inopinatamente alla fine pi atroce. Del supplizio del Martire, la Triester Zeitung diede la sera stessa del 20 dicembre una relazione che n' rimasta il miglior documento, e in essa, con incontestabile lealt, riconosceva il coraggio del giustiziato. L'avesse scritta il Piccolo e in italiano, sarebbe stato sequestrato: in tedesco ben pochi triestini potevano leggerla. Ma l'indomani il Piccolo la tradusse e cos fece il giorno seguente d'altri particolari: poi tacque: dire l'animo suo, esso, non politico, non poteva, nemmeno con un aggettivo: non segu altri giornalucoli di quei giorni che, a' piedi del patibolo, s'ostinavano per parecchi numeri a raccattare dicerie e fronzoli. Nell'atmosfera ancora triste e concitata, si chiudeva per il giornale il primo anno di vita. Era stato un anno di lotta ben altrimenti grave di quanto esso potesse aspettarsi. N il pubblico sapeva tutto. Non conosceva gli adescamenti, le lusinghe, che incominciavano a circuire Teodoro Mayer, da parte di gente attratta dal rapido e meraviglioso prender piede del Piccolo: fossero semplici affaristi, subodoranti la possibilit di futuri guadagni, o fossero intriganti e maneggioni politici, che avrebbero voluto immischiarsi con ben altre intenzioni. Narreremo in seguito l'episodio pi caratteristico di questa tentata opera di irretimento. Ma che essa fosse incominciata fin da quei giorni si pu intenderlo fra le righe dell'articolo che con giusta fierezza alla fine del primo anno il Piccolo dedicava a se stesso.
Ripeteva prima di tutto il suo motto: "Onest, lealt, indipendenza". Di non poter promettere grandi innovazioni, chiedeva compatimento ai lettori. "Se il Piccolo volesse accettare la sovvenzione da qualche banca, da qualche partito o da qualche affarista, certamente allora si potrebbero introdurre delle belle novit. Ma allora il Piccolo non sarebbe pi un giornale per gli interessi del popolo, bens per gli interessi di quel partito, di quella banca, di quell'affarista. Allora anche da noi si potrebbe guadagnare molto di pi. Noi per preferiamo modesti guadagni poich un guadagno ci dev'essere, ma sdegnamo i lauti interessi perch vogliamo conservare la nostra indipendenza e la nostra onest".
Era lo schietto stile, a portata d'ogni intelligenza, col quale il giovane di vent'anni che dirigeva il Piccolo soleva rivolgersi ai lettori. Il suo franco accenno che, in ogni impresa vitale, condotta da un uomo che non possedeva capitali da perdere, ci dovesse essere un guadagno (canone fondamentale di ogni sana iniziativa), era tosto stravolto, si capisce, dall'invidiosa stampa avversaria. Ribatteva il Piccolo con la stessa lucidit
"I periodici, nei rapporti finanziari, non possono essere che di due qualit. O sono attivi, o sono passivi. I giornali attivi sono quelli che di solito godono il favore della maggioranza, che vivono di vita propria senza ricorrere a soccorsi o a sussidii. I passivi sono tutto l'opposto, si capisce da s.
"Grazie a Dio, il Piccolo  diventato un giornale attivo.
"Non si ricorda o si finge di non ricordare che, se un giornale come il Piccolo volesse guadagnare dieci volte di pi, lo potrebbe. E si ignora o si finge di ignorare, tutto un anno di attivit di questo giornale che prova con l'evidenza dei fatti come, al di sopra delle borse d'oro o delle frasi a sensazione, stia un principio morale, grande e onorato".
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L'anno 1883 corse certamente per la citt meno agitato che non il suo turbinoso predecessore. Il Piccolo l'aveva salutato con una sola parola: "Avanti!". Sperava esso forse che l'avrebbero lasciato finalmente tranquillo, a riordinare la sua esistenza ancora sconvolta dal divieto di vendita negli spacci di tabacco. Preparava un'innovazione: la vendita del giornale nelle librerie, e gi s'era accordato coi librai Chiopris, Zanchi e Bernardini e con l'Agenzia Internazionale delle Gazzette. Dava al Piccolo del meriggio un tono pi intellettuale, pi mondano, che lo rendesse accetto a un pubblico pi clto e alle donne.
Ma il Governo austriaco non mollava la sua campagna serrata. C'era alla Polizia (e pi tardi ne diventava il direttore) un giovane commissario, Cristoforo Busich, intelligente conoscitore dei circoli irredentisti: e appunto perci incominciava ad acquistare autorit nella sezione politica. Egli non faceva mistero che il Piccolo, per la crescente sua diffusione, rappresentava, dal punto di vista austriaco, un elemento pernicioso per lo spirito pubblico. I funzionari di vecchio stampo che reggevano la Luogotenenza e la Polizia, il barone de Pretis-Cagnodo e il cons. Pichler, non dovevano veder le cose in modo molto diverso. Le persecuzioni adunque continuarono anche nel 1883. Gi il 13 gennaio il redattore responsabile del giornale riceveva dall'i. r. Direzione di Polizia un decreto da trasecolare. Diceva testualmente: "Visto che il locale che attualmente serve per la vendita del periodico Il Piccolo al pianoterra in Via Corso al N. 4 non  esclusivamente a tale uso destinato, a mente del paragr. 3 secondo capoverso della vigente legge sulla stampa, La si avverte Ella, sig. redattore, che se il detto periodico verr ancora ivi venduto, sar proceduto a sensi di legge". Firmato: Pichler (direttore di Polizia).
Linguaggio sibillino: e si dovette andare alla Polizia per sapere quali colpe avesse veramente il locale di vendita del Piccolo: l'unico che in quel momento il giornale ancora possedesse. La colpa era questa: l'ufficio di redazione, ivi situato, era anche l'ufficio dell'Inevitabile, il giornale di pubblicit fondato qualche anno prima da Teodoro Mayer. Egli era in quel periodo l'editore di un giornale come dell'altro. Ora il citato paragrafo della Legge austriaca sulla stampa diceva precisamente essere "in libert di ciascuno l'intraprendere egli stesso l'edizione di scritti compilati da lui solo o colla collaborazione di altri e il venderli per proprio conto nella propria abitazione o in locale a ci esclusivamente destinato". Non diceva altro. Teodoro Mayer aveva il pieno diritto di vendere nel proprio locale tutti gli scritti da lui pubblicati.
Per evitare altre rappresaglie, l'ufficio dell'Inevitabile fu trasportato altrove; ma il direttore del Piccolo ricorse alla Luogotenenza contro il decreto della Polizia. La risposta giunse dopo quindici giorni; apparentemente dava ragione alla tesi del Piccolo, ammettendo che esso e l'Inevitabile potessero vendersi nello stesso locale. Ma tosto ripicchiava sul chiodo, soggiungendo che "ivi non dovevano pi trovarsi n redazione, n amministrazione". Evidente malevolo arbitrio. Il Piccolo s'impunt, e ricorse al Ministero. E questo, cinque mesi dopo, non pot negargli giustizia, riconoscendo impossibile il "richiedere la separazione di servizi, fra loro intimamente connessi, di un'unica impresa".
Impossibile: ma faceva parte di un sistema di escogitazioni vessatorie, che le i. r. Autorit di Trieste non intendevano abbandonare. Ogni giorno, per qualsiasi cosa, per qualsiasi futile pretesto, erano inviti a comparire, ammonizioni, motivi di contravvenzione pescati col lanternino e procacciatori di multe e spesso di un po' di prigione. I redattori responsabili dei giornali erano quasi tutti, in quel tempo, operai tipografi: il Piccolo ne cambi tre nel primo anno: poi si decise ad affidare la gerenza a un redattore esperto ormai di processi politici e di carceri, Augusto Rocco, il quale firm il giornale dal 25 agosto 1883 e fu sempre pronto a tornare in carcere, com'era sempre pronto a tutto per amor del giornale.
Ma da quella crisi si casc tosto in un'altra. Il Piccolo si era stampato fino dai primi numeri nella tipografia del vecchio Giovanni Balestra: nome che suona onorato nella piccola storia delle lettere triestine per le gentili edizioni di autori locali fatte da lui. Questo brav'uomo stampava il giornale, ma, come tanti, per non dire come i pi, non aveva grande fiducia nel suo avvenire. Vedeva il Piccolo preso a bersaglio dalle autorit e, d'altra parte, negletto dai dirigenti del Partito Nazionale: sorrideva ad esso bens il favore popolare; ma perch questo fosse altra cosa che fuoco di paglia, ci sarebbero voluti capitali, mezzi di resistenza, che il Piccolo non aveva. Era umano che il buon tipografo, pure stimando Teodoro Mayer, non potesse intuire in lui il veggente intelletto di finanziere e il grande amministratore che poi si sarebbero rivelati. Il debito con la tipografia era salito man mano alla cifra allarmante di duemila fiorini: n egli stesso, il Balestra, col suo povero stabilimento, poteva avventurarsi pi oltre nelle anticipazioni. Un bel giorno per, non avendo cuore di attuare personalmente quanto aveva deciso, egli s'allontan dalla citt e incaric uno dei suoi dipendenti, il tipografo e romanziere popolare Augusto Levi, di significare al Mayer che con la fine della settimana avrebbe cessato di stampare il Piccolo. Ed ecco la prima trasmigrazione da una tipografia all'altra: aggravata da quel debito col Balestra che il Mayer s'era impegnato a pagare con una serie di cambiali a scadenza piuttosto lunga, le quali furono poi puntualmente onorate, ma che in quel momento rappresentavano le obbligazioni di un giovanotto con pi grattacapi che quattrini. Un'altra vecchia tipografia triestina, quella dei figli di Cristoforo Amati, accolse lo sbalestrato Piccolo: ma essa non ebbe la costanza del suo primo tipografo: gi nel gennaio del 1884 si fu di nuovo alle prese col problema della tipografia. Fosse intimidito da una prima citazione in tribunale l'Amati stesso, o fosse dai circoli polizieschi il suo padrone di casa, un vecchio placido signore tedesco, il fatto  che l'Amati all'improvviso si dichiar dolente di non poter pi stampare il Piccolo, sotto il pretesto che il padrone di casa gli minacciava lo sfratto, non potendo dormire causa il rumore notturno delle macchine. A stento il Mayer ottenne una dilazione, e di questa approfitt per attuare quello che gi da tempo aveva in animo come cosa indispensabile all'autonomia di movimenti della sua azienda: l'acquisto di una tipografia propria. Essa fu quella, allora in vendita, degli eredi Bello, e quanto fosse cosa modesta, lo si capisce dalle condizioni del pagamento che il Mayer s'obbligava a fare in rate di trenta fiorini al mese. Tanto erano ancora poverette le finanze del Piccolo.
E tuttavia il giornale continuava la sua strada di conquista. Era fatto sempre meglio. La cronaca acquistava quella diligenza e precisione che poi costituirono la tradizione del Piccolo. Si formava nella mente del Mayer il concetto, da lui tante volte enunciato pi tardi, che dal direttore in gi ogni giornalista dovesse essere anche un reporter. Augusto Rocco, impiegato piuttosto di amministrazione (bench le funzioni non fossero allora ben distinte), alla notizia che un fatto di sangue era avvenuto a Monfalcone, pigliava il treno per riferire nel numero del domani: con grande stupore degli altri giornali cittadini, che attendevano la solita lettera del corrispondente (i corrispondenti di provincia non si pagavano, i telegrammi non esistevano praticamente che come titolo di una rubrica, il telefono era ancora una curiosit da salotto: queste in generale le condizioni del giornalismo intorno al 1883). I denigratori del Piccolo - avversari politici, o spiriti arcigni attaccati al vecchio tipo di giornalismo dogmatico - non risparmiavano le loro frecce a questo novello culto della diligenza cronistica.
La cronaca del giornale rispecchiava invero una vita che c'era in realt: fatti di sangue e disgrazie ne avvenivano allora come adesso; anzi di pi. E d'altra parte si spiega con le condizioni dei tempi, macchiati da parecchie crittogame del giornalismo parassitario, l'assidua cura onde il Piccolo teneva a far sentire che, in sua onorata povert, apparteneva alla classe dei galantuomini e dei gentiluomini, a distanza d'abisso da una stampa dalle mani poco pulite. E quanto pi gliene veniva la fiducia del popolo, e tanto pi sentiva l'inestimabile bene di questa sua rettitudine. Il Governo austriaco poteva sequestrarlo, processarlo, infliggergli multe (e lo faceva, in quel solo anno, tre volte) comprarlo, ridurlo a strumento, no, non poteva. I giornali avversari potevano usare contro di esso ogni arma, dalla beffa del saccente alla insinuazione del delatore: quanto a illibatezza morale, dovevano tacere. L'Adria si rodeva palesemente di non trovar modo di ammazzarlo. Un bel giorno, nel settembre 1883, il Piccolo ne spiattell le ragioni, che erano poi il documento della propria vittoria. Prima che esso comparisse, l'Adria stampava quattromila copie. Ora quelle quattromila copie le stampava il Piccolo e il giornale governativo un migliaio. Per l'esattezza delle cifre, era invocata la testimonianza inconfutabile dell'Ufficio del Bollo. L'Adria non rifiat.
In meno di due anni, il giornaletto aveva fiaccato completamente la diffusione della stampa austriacante nel popolo.
E non gi con la protezione di una relativa sonnolenza del Governo o d'una relativa quiete dei tempi. Anzi, in mezzo alla tempesta. Anche quell'anno, nei mesi d'agosto e di settembre, avvenimenti critici non mancarono a Trieste. La sera del 17 agosto, vigilia del genetliaco imperiale, la Polizia soleva tutti gli anni organizzare cortei e schiamazzi patriottici, che finivano in contumelie contro l'Italia. Quell'anno il programma si volle pi abbondante. Una masnada di un centinaio di individui assalt di sorpresa l'Unione Ginnastica, e fece la sassaiola contro le redazioni dei giornali nazionali, tra i quali il Piccolo: la cittadinanza reag; per sette giorni continuarono le provocazioni e le risposte; perquisizioni e arresti in gran numero, alcuni irredentisti arrestati perch fischiavano al passaggio della banda militare; un vetturale arrestato per aver riparato nella vettura il presunto lanciatore di un petardo; percosso da giovani patriotti un redattore del Triester Tagblatt; il Piccolo sequestrato due volte in un giorno, mattina e meriggio. I titoli degli articoli: "Chi semina vento raccoglie tempesta", "Che cosa vogliono?" dicono abbastanza l'atteggiamento di protesta assunto dal giornale.
Pochi giorni dopo, il 25 settembre, era arrestato per imputazione politica il direttore dell'Indipendente, il goriziano Enrico Jurettig e, il 4 novembre, Riccardo Zampieri, il nuovo redattore responsabile di quel giornale. Il periodo burrascoso finiva con un grande processo politico.
Il Piccolo non era giornale politico; pure aveva mostrato apertamente in quei fatti il suo colore. Ogni giorno, del resto, lo si sarebbe potuto discernere. Sarebbero bastati i soggetti che apparivano di preferenza nelle pagine illustrate aggiunte all'edizione del meriggio: "Re Umberto a Casamicciola", "Il monumento di Vittorio Emanuele II a Udine", e altri simili. Di austriaco mai nulla.
Nella vita cittadina il giornale seguiva con evidente simpatia l'azione di alcuni uomini nuovi, pi giovani, che le elezioni del 1882 avevano portato sul primo piano. L'ammirazione per Felice Venezian, che, imposto dai giovani, andava sempre pi prendendo le redini del Partito Nazionale, trapela fin dalle prime annate del Piccolo; ma proprio in questo periodo il giornale badava a mantenersi molto intonato anche con le idee di Edgardo Rascovich, il capo del movimento nazionale nella classe operaia. L'uno e l'altro sentivano di dover agire sul popolo. Certi rigorismi puritani del Rascovich andavano d'accordo col rigorismo finanziario manifestato in parecchie occasioni dal Piccolo: l'uno e l'altro volevano banditi dalle pubbliche amministrazioni ogni lusso, ogni spesa superflua; provveduto invece ai bisogni delle classi povere, guadagnato il loro animo con l'occuparsi di loro, allargato il sentimento nazionale a vasto sentimento popolare. Pi tardi, tutto il Partito Nazionale, per lo meno a Trieste, con Felice Venezian a capo, entr in queste vedute: modificate con quella maggior larghezza di concepimenti che tanto Felice Venezian, quanto Teodoro Mayer, uniti in fedele amicizia dalla reciproca stima, dovevano dimostrare nella loro maturit.
Per il Piccolo, fin dalle origini sue, l'arma della conquista spirituale del popolo poteva essere una sola, e di tempra tutt'altro che retorica: meritarsi fiducia in ogni cosa, giustificare il concetto che esso fosse la voce della verit. Temuta, per esempio, era la severit e franchezza del Piccolo nel far la cronaca dei teatri, in contrasto con le abitudini lusinghiere e non sempre disinteressate di certi giornali di quei tempi. Lo sapevano tutti che non valevano procacciamenti ad ammansare la voce indipendente del Piccolo. Questo rigore nei giudizi sugli spettacoli, appunto perch di principio, riusc talvolta perfino eccessivo, e in seguito fu temperato a pi equilibrata stima di tutte le circostanze: ma il pubblico vi trov una garanzia, una testimonianza di controllo senza inganno. Quella stessa che esso trovava nei resoconti del Piccolo sui fatti di cronaca. Il giornale era veridico espositore: e perci piaceva sempre pi, e indirettamente guadagnava credito anche all'idea da esso propugnata e difesa.
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8.
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Proprio una settimana dopo il toglimento del permesso di vendita negli spacci di tabacco (ci sia permesso tornare un po' indietro), Teodoro Mayer era stato invitato a un colloquio dall'avvocato Volpi, che, senza essere propriamente un uomo politico, aveva notorie aderenze con gli elementi conservatori. Quale dovesse essere in quei giorni l'inquietudine del giovane direttore del Piccolo  facile immaginare. Non c'era esempio che un giornale a larga tiratura potesse esistere con un unico locale di vendita per tutta la citt. Legittimi dubbi agitavano il Mayer sul suo domani; tanto da fargli scrivere al Torelli-Viollier, il fondatore e direttore del Corriere della Sera: "Mi succede questo e questo; se non posso tirare innanzi, mi dia un posto al Corriere." E il Torelli gli rispondeva confortandolo: "Vedr che riuscir; ad ogni modo cercher di accontentarla". Momento dunque di crisi gravissima, quando l'avvocato Volpi lo invit nel suo studio. Il Mayer ci and e, dopo breve preambolo, il vecchio signore tir il discorso sul Piccolo.
- Che cosa vuol fare lei? - chiese l'avvocato al giovane giornalista. - La guerra all'Austria? Chi avr con s? Quali le sue forze? Al massimo venti guardie municipali contro l'esercito austriaco. Mi pare, scusi se glielo dico, che sieno forze un po' scarse.
L'avvocato si mostr edotto benissimo delle gravi difficolt finanziarie in cui il Piccolo versava, e della vita veramente di triboli che gli infliggeva quell'i. r. commissario Busich, intento a cercare ogni giorno, anzi ogni notte, come avrebbe potuto recar danno al giornale. Tutto ci, egli disse, sarebbe potuto cessare d'un colpo. Il Piccolo avrebbe avuto strade aperte a diventare un giornale autorevole e fiorente aumentando la sua tiratura e sfruttando la predilezione del pubblico. L'avv. Volpi s'impegnava a fargli avere la cauzione di 6000 fiorini per poter pubblicare anche le notizie politiche, e gli prometteva la restituzione del permesso di vendita e all'occorrenza un sussidio. "Non occorre che lei faccia un giornale governativo - diceva al Mayer. - Nessuno pensa ad esigere sacrifici di questo genere da parte sua. Accetti la cauzione: lei far un giornale che possa vivere".
Il Mayer usc da quel colloquio grandemente turbato. Il Piccolo in quei tempi, come abbiamo veduto, era una sua prediletta creatura che poteva ogni giorno morire. La seriet dell'uomo che faceva la proposta, la esclusione d'ogni richiesta di impegni politici ripugnanti, impedivano di rigettare la cosa senza ponderarla. Quale misura d'indipendenza avrebbe egli potuto serbare al Piccolo se avesse accettato? Quali nuove tempeste erano preparate al giornale, se egli avesse invece respinto la proposta, diciamo cos, neutralizzatrice?
In quest'intima concitazione, gli parve di doversi confidare col pi vecchio e pi esperto dei suoi due redattori: il prof. Degan. Lo chiam a casa. Gli narr per filo e per segno tutto il colloquio con l'avvocato Volpi. Quegli lo ascolt attentamente e lo consigli ad accettare. - Io non potrei - disse - perch compromesso; ma lei pu accettare: dal Partito liberale non avr mai niente.
Il Mayer camminava su e gi per la stanza come una belva, sentendo che si giuocava il destino suo e del giornale. Infine disse: - Non accetto; avvenga che pu.
Rimase con quel suo piccolo giornale non politico, in una situazione che era peggiore di ogni posto di combattimento. Non c'era esempio, abbiamo detto, in tutto l'impero austriaco di giornale che potesse vivere senza la vendita nei traffici di tabacco: egli continu ad operare quel miracolo. Non c'era esempio, nemmeno, in tutto l'impero austriaco, di giornale che si vendesse a cinque centesimi, essendone due divorati dal bollo: e questo altro miracolo egli operava fin dal giorno d'uscita del Piccolo. Solo una straordinaria fiducia in se stesso e nella bont della sua opera aveva potuto fargli accettare questa situazione, che pareva fuori dell'equilibrio di tutte le cose.
L'anno 1884 incominci con un sequestro inverosimile, ma che si rivel premeditato per inferire al Piccolo uno dei soliti colpi. Fu il 9 gennaio. L'ordine di sequestro era indecifrabile. Poi si seppe che esso riguardava l'effemeride storica della giornata, cos concepita: "Anno 1878. Muore a Roma Vittorio Emanuele II Re d'Italia". Non diceva altro. La Procura di Stato lev accusa contro il redattore responsabile Augusto Rocco e il tipografo Amati per trasgressione del programma apolitico del giornale. Il dibattimento si tenne il 26 gennaio. Il Pubblico Ministero sosteneva che l'incriminata effemeride costituiva notizia politica, "non tanto per se stessa, quanto per essere stata pubblicata nella cronaca locale, e perch in quel giorno nel Regno d'Italia avveniva notoriamente il pellegrinaggio alla tomba del Re, dimostrazione eminentemente politica". Non giov che l'avvocato Ricchetti, difensore del Piccolo, osservasse la morte di Vittorio Emanuele II essere un fatto storico avvenuto sei anni prima e del tutto estraneo alla politica del giorno, e dimostrasse che l'effemeride non era stata pubblicata nella cronaca bens fuori di questa, in una rubrichetta quotidiana intitolata "calendario": Augusto Rocco fu condannato a 60 fiorini di multa, e il tipografo Amati a 70. Quest'ultimo, sotto l'impressione del processo, si affrett a dare la gi accennata disdetta al Piccolo, trincerandosi dietro i sonni turbati del padrone di casa. E il giornale corse pericolo di non trovare tipografia che lo stampasse se non ne avesse acquistata una.
Quell'anno i sequestri spesseggiarono. Si sequestrava per bazzecole. Un giorno per un articolo "Ricordi storici", dove si parlava della pazzia dell'imperatrice Carlotta, un altro giorno per una poesia di Stecchetti dove si parlava di un poeta che insegnava il greco e dormiva con la serva: grave immoralit. Un'altra volta per un disegno del Piccolo del meriggio; una quarta volta per un gioco di parole in cui si voleva vedere un'offesa al clero; infine un giorno furono sequestrati tanto il Piccolo del mattino quanto quello del meriggio: il primo per aver semplicemente annunziato la morte di un triestino emigrato a Roma; il secondo per aver pubblicato le parole pronunciate da Attilio Hortis sul feretro del pittore Giuseppe Lorenzo Gatteri, mettendo in rilievo l'italianit dell'arte sua. Dodici sequestri in un anno: tra questi anche i sequestri "per sbaglio", cio senza sapere quel che si voleva sequestrare. Onde un articolo di protesta nel Piccolo del 4 dicembre. Non era il primo di tal natura che esso pubblicasse quell'anno: il tono del giornale si era fatto pi forte. Ma  notevole che non gli articoli risentiti si sequestravano, bens inezie, futilit, notiziole di nessun conto. Si evitava d'impegnar discussioni, su argomenti controversi, davanti ai tribunali eventualmente chiamati a giudicare della legalit del sequestro: si voleva soltanto colpire il giornale finanziariamente a colpi di spillo, cavargli il sangue a goccia a goccia.
Quell'anno 1884 pareva promettere bene per i nemici del Piccolo. La concorrenza gli ringhiava alle calcagna e mai fu pi forte. Gi alla fine del 1882 era uscito un altro giornale mattutino, L'Alabarda, iniziato dal giornalista Aldo Panozzi. Questi si era rivolto dapprima a Teodoro Mayer, tenendogli suppergi questo discorso: "Se esco dalla redazione del Cittadino, dopo tanti anni di giornalismo, non posso mettermi a fare il calzolaio. Far dunque un giornale; per forza sar un giornale di concorrenza al Piccolo; io dispongo dei 6000 fiorini che occorrono per la cauzione; sono sicuro di ottenere il permesso di vendita dai tabaccai; dispongo anche di altri mezzi; studiamo una combinazione." Teodoro Mayer si era preso due giorni di tempo per rispondergli, ma poi non aveva accettato. Allora il Panozzi: "Badi, io cercher di portarle via lettore per lettore; lei vuole la lotta, e sia". E il Mayer di rimando: "Ci sar anch'io".
Ma poco dopo fondata l'Alabarda, il Panozzi mor, e allora si seppe che se ne ingeriva un medico bizzarro, il dott. Carlo Ciatto, e che i capitali erano forniti da lui.
L'Alabarda, da principio voleva essere liberale-nazionale, di tinta moderata. E che intendesse battere il terreno del Piccolo lo aveva detto il suo fondatore: gli era mancato soltanto il coraggio di adottarne il prezzo. Era un giornalone di grande formato; ma costava il doppio. Con ci era battuto a priori. Per rivalersi, accese il suo colore: si butt al radicalismo: poi forz ancora la gamma, e si picchiett di scandalismo. Tutti i malcontenti e i maldicenti della citt trovarono nell'Alabarda il fatto loro, bench non possa dirsi che, nemmeno nei suoi peggiori periodi, essa trasgredisse formalmente i suoi princip politici. Li serviva molto alla venturiera: questo s. Il dileggio degli uomini di parte conservatrice vi fu spinto agli estremi, ma non soltanto di quelli: anche nel campo nazionale, ora l'uno, ora l'altro era fieramente attaccato: e questo non poteva spiacere all'autorit, in ispecie quando si trattava d'uomini di qualche valore. L'umor caustico di un paio di redattori non professionali e il loro spirito di contraddizione davano il tono al giornale: l'Alabarda doveva sempre e in tutte le cose dire il contrario degli altri, soprattutto del Piccolo. Perfino quando la Duse venne per la prima volta a Trieste, proprio nel 1884, furono inni nel Piccolo e demolizioni nell'Alabarda. L'astio contro Teodoro Mayer e il suo giornale a un certo punto super ogni misura e precisamente da quando un processo intentato all'Alabarda dall'organo conservatore Il Cittadino, fin con l'assoluzione della querelata, ma illumin un retroscena poco piacevole. Il Piccolo non pot sottacerlo; l'Alabarda invelen.
Gi l'anno innanzi, in seguito a una polemica, Teodoro Mayer s'era battuto con Carlo Bechtinger, che appariva direttore del giornale avversario. Ma poich questi - come si leggeva in una dichiarazione del Mayer stesso, nel Piccolo dell'8 agosto 1884 - contro ogni legge di cavalleria, continuava ad aggredirlo nell'Alabarda "con una insistenza pertinace, non rifuggendo dalle pi basse insinuazioni" e perfino attribuendo al Piccolo la pubblicazione di cose che esso non aveva mai pubblicato e che potevano danneggiarlo nell'opinione di lettori ignari, il Mayer scrisse un paio di righe dal tenore molto preciso. Il Bechtinger rispose con una lettera nella quale dichiarava di "schiaffeggiarlo per telefono". Allora il Mayer lo aspett sul Corso, lo fece scendere dal tranvai, lo apostrof, lo percosse, lo costrinse a ritirarsi in un portone: e qui la zuffa si riaccese finch i due contendenti furono separati.
Scriveva il Mayer il d seguente: "Calmo ho fatto oggi la storia, poco edificante davvero, della scena alla quale fui costretto, e lo deploro io stesso, poich non amo n gli scandali, n le piazzate.
"Ma il pubblico lo sa - fui tirato per i capelli. - A schiaffi indirizzatimi col telefono ho risposto con schiaffi e pugni effettivi".
La sera stessa della zuffa, Augusto Rocco era colpito proditoriamente di bastone, da un addetto all'amministrazione dell'Alabarda, che poi si dava alla fuga e, il giorno seguente, poich il Bechtinger andava propalando che Teodoro Mayer lo avesse aggredito in compagnia di altre tre persone, questi lo affront di nuovo in Piazza della Borsa e lo gett sopra un colonnino.
Queste zuffe sulla via, non meno che i duelli, erano conclusioni abbastanza frequenti delle strette polemiche del giornalismo d'allora. Alcuni anni dopo, quando io entrai nella stampa triestina, tali bellicosi costumi volgevano al tramonto, non senza che qualche scarica di bastonate s'avesse ancora tra giornalisti. Ma nel tempo di cui parliamo, l'usanza era propriamente in fiore: e l'essersi fatto ragione con energia e sangue freddo valse al giovane Mayer (che aveva, non lo dimentichiamo, ventiquattr'anni) un aumento di considerazione nella citt. Specialmente da parte di quelli che con molta, forse anche con troppa indifferenza e freddezza, avevano seguto fino a quel momento la sua disperata lotta per far vivere il Piccolo.
La rabbia dell'Alabarda offendeva il Mayer personalmente pi che il suo giornale, essendo troppo impari la concorrenza d'un foglione da 10 centesimi contro un foglietto popolare da 5. Altrettanto non si pu dire del tentativo di sostituirsi al Piccolo, compiuto mediante una specie di suo "facsimile" denominato il Piccolo Corriere.
Abbiamo veduto quanta fiducia riponesse il Mayer nel suo redattore prof. Degan, fino a metterlo a parte di un proprio geloso segreto. Era il Degan un giornalista capace, ma aveva l'indisciplinatezza della vecchia classe dei giornalisti: impossibile ridurlo alla puntualit dell'orario. Teodoro Mayer pazient, ma fin col doverlo licenziare. Pochi mesi dopo, il Degan mostr di non aver dimenticato il discorso dell'avv. Volpi. C'erano prospettive e anche capitali, a Trieste, per chi facesse qualche cosa sul genere del Piccolo. Ed egli fu alla testa di un gruppo che s'accingeva a fondare un nuovo Piccolo, una vera e propria contraffazione del Piccolo, a cominciare dalla testata. S'intitolava anch'esso il Piccolo e una riga pi sotto in caratteri quasi invisibili, Corriere del Mattino: quanto bastava a salvarlo dall'appropriazione indebita.
Questo nuovo Piccolo si era assicurata la vendita nei traffici di tabacco. Il Piccolo autentico, come sappiamo, non si vendeva che nel proprio ufficio e in tre o quattro librerie. Tutti i vantaggi erano dunque dalla parte dell'imitatore.
La lotta incominci ai primi di marzo 1884. Su tutte le cantonate comparvero vistosi affissi che, giocando sui caratteri, dicevano:
Da oggi in poi
IL PICCOLO
CORRIERE DEL MATTINO
si vende
in tutti i postini da tabacco
Il colpo era formidabile. Il pubblico veniva tratto in errore e acquistava il Piccolo contraffatto supponendo di acquistare il Piccolo autentico.
Di rimando Teodoro Mayer fece affiggere altri manifesti che dicevano:
IL PICCOLO
non si vende
nei postini da tabacco
Ma non bast. Fu necessario un colpo pi audace. Continuava a pubblicarsi l'Inevitabile, per il quale si aveva ancora il permesso di vendita dai tabaccai. Furono fatti due giornali quasi uguali: uno portava il titolo Il Piccolo e sotto, in carattere minuscolo, Inevitabile, l'altro il solito titolo Il Piccolo. Il Piccolo-Inevitabile fu inviato per due o tre giorni a tutti i tabaccai. I fattorini che recapitavano il Piccolo contraffatto, sorpresi, il primo giorno pensarono che un altro fattorino li avesse preceduti e riportarono il pacco dei giornali in ufficio. La cosa, come era da prevedersi, dur poco. L'i. r. Luogotenenza tolse il permesso di vendita all'Inevitabile. Ma il pubblico fu sempre pi reso attento su la mistificazione e impar a distinguere il Piccolo che si vende dal Piccolo che non si vende. Il Piccolo, quello autentico, non era stato spaventato nei suoi tre anni di vita, dalla Staffetta, dal Messaggero, dalla Voce del popolo, giornaletti nati e morti, che, imitandolo, s'erano illusi di soppiantarlo; non lo avrebbe dunque spaventato il Piccolo Corriere, che eccitava l'indignazione sua e di tutti gli onesti.
"Abbiamo un popolo intero che ci ha sorretti col suo appoggio in difficilissimi momenti, e la mistificazione che si tenta a danno nostro e a danno del pubblico non pu allarmarci".
Parole scritte con grande calma e sicurezza di s, ma in realt l'attacco era di gran lunga il pi grave che il Piccolo avesse sopportato finora nel campo della concorrenza. Accanto al Degan c'era qualche scrittore d'ingegno, qualche "bohmien" esperto del gusto popolare: non gli mancavano elementi che sarebbero stati buone carte nelle mani di un buon giuocatore. Comunque, le carte supreme erano il diritto di vendita in tutti gli spacci di tabacco e il furto del titolo.
A questo s'aggiungeva - situazione curiosa - il favore palese dell'autorit, che aveva giudicato il Piccolo di Teodoro Mayer fin dal 1882 e tutto avrebbe fatto, come si  visto, per abbatterlo; e contemporaneamente una vaga e meno esplicita simpatia d'uomini che militavano in campo opposto a quello governativo. Teodoro Mayer, quel giovane di ventiquattro anni, fino a ieri sconosciuto, era divenuto, grazie all'espansione del suo giornale, in un certo modo l'arbitro dell'opinione pubblica. Avevano ragione di preoccuparsene i circoli governativi; ma  curioso che anche uomini del Partito liberale-nazionale, o del Progresso, come si chiamava allora, si turbassero di vederlo troppo acquistare in potenza.
Duole il dover precisare questi stati d'animo: ma poich essi ci dnno la chiave degli atteggiamenti polemici, assunti per un certo tempo dall'Indipendente verso il Piccolo in parecchie occasioni, giova chiarirli nella loro genesi al momento in cui per la prima volta se ne aveva qualche indizio. Atteggiamenti del tutto ingiustificati; e primo a riconoscerlo fu proprio l'uomo illustre che, pur ritiratosi fra le quinte, era direttore vero, allora, dell'Indipendente, Giuseppe Caprin: il quale, conosciuto Teodoro Mayer nella seriet, purezza e riservatezza del suo carattere, divenne ben presto uno dei pi stretti amici di lui e del suo giornale.
La lotta col Piccolo Corriere fin con una vittoria molto pi rapida di quanto chiunque avrebbe aspettato. Fra tante insidie e sottintesi di reconditi pensieri, fu il pubblico a decidere: e decise, non diremo con la sua intuizione infallibile, ma con la fedelt verace dei suoi attaccamenti. Esso amava il Piccolo, e continu a mostrargli d'amarlo, e non cerc che questo. Gi il fatto che, mentre gli sleali contraffattori cercavano di far confondere i due giornali nell'identit del titolo, il pubblico invece, per un istintivo bisogno di non confondere, s'era abituato a denominare il novizio il Piccolo Corriere, era di cattivo augurio per gli autori della poco onorevole impresa. Il Piccolo era.... quell'altro. In capo a un mese gi si sapeva chi sarebbe stato il vincitore. Il Piccolo era il frutto di uno sviluppo organico: il suo Sosia un posticcio. Ben presto il nuovo venuto cal le ali e gli si bad tanto poco che poi quasi nessuno si accorse della sua morte.
Conviene dire che, con mirabile elasticit, il Piccolo s'era armato contro l'assalto. Gi era ingrandito il formato del giornale; il 12 marzo usc il primo numero del Piccolo Illustrato, supplemento della domenica. Questo giornale venne a prendere il posto dell'Inevitabile, a cui era stato tolto il diritto di vendita. Nel Piccolo Illustrato fece le sue prime armi, come disegnatore occasionale, un artista che poi crebbe a gran grido, Arturo Rietti, schizzando tipi della via e dei caff cittadini. Il primo numero, oggi divenuto una rarit bibliografica, era davvero cosa molto decorosa: portava in prima pagina un ritratto di Cline Chaumont, attrice francese molto acclamata in quei giorni a Trieste, e poi un disegno assai riuscito del vecchio Teatro Filodrammatico, con la Duse in scena e, nella platea, parecchi personaggi triestini dell'epoca, ritratti con somiglianza felice.  quello uno dei pi bei disegni che ci restino della Trieste del tempo.
Il supplemento piacque, e rinnov tutte le domeniche il suo lieto successo. Nel maggio il Piccolo entr nella propria tipografia e ne affid la direzione, come voleva la legge, a un esperto tipografo, Giovanni Werk. Ci assicur al giornale quella maggiore speditezza d'azione che era richiesta dalle circostanze di lotta serrata: e tutto sommato, quell'anno 1884, che per tanti segni doveva vedere la morte del Piccolo, fu un anno d'irrobustimento del giornale. Moralmente e, fino a un certo punto, materialmente. Di politica esso non poteva occuparsi, ma il 1884 fu uno di quegli anni singolari nei quali l'attenzione non ha sempre il suo foco su la scena politica. Il colera correva l'Europa, avvinghiava Napoli e il Mezzogiorno: il Piccolo pubblicava un grande disegno di Re Umberto fra i colerosi di Napoli, e apriva una sottoscrizione popolare per quei disgraziati. Tutti parlavano di bacilli; anzi non v'era parola che ricorresse nei giornali pi spesso del "bacillo-virgola"; il mondo intero disputava della scoperta del dottor Koch. Di queste cose, grazie al cielo, poteva parlare anche il Piccolo; e del passaggio per Trieste di Hagi-Loja, lo sfortunato capo dell'insurrezione bosniaca, che era trascinato per la citt fra soldati e fatto dormire nella caserma, malandato in salute, straccione, nel costume turco donatogli dall'erario, camminante sulle stampelle, essendo amputato della gamba destra. La moglie abitava coi figli in un albergo, e durante il viaggio vendeva suoi biglietti con la firma autografa al prezzo di dieci soldi: cos raggranell 80 fiorini. Poi furono tutti imbarcati sopra un piroscafo e fatti partire per l'Arabia. Queste pagine di cronaca le poteva raccontare anche il Piccolo non politico, e anche poteva riferire e commentare le sedute municipali e le scenate frequenti, per schiamazzi di austriacanti e di slavi, contro l'amministrazione nazionale del Comune. Delle elezioni comunali invece, come abbiamo veduto, non poteva occuparsi. Gli era stato vietato nel 1882, e gli sarebbe stato vietato di nuovo nel 1884. Ma i piccoli avvenimenti della nascente vita sportiva, le regate, i convegni e le feste della Societ Operaia, della Ginnastica, della Filarmonica e delle altre societ nazionali, poteva seguirli di giorno in giorno, con cronache sempre pi ampie ed erano gran parte della vita italiana di Trieste. Pericoloso invece il pubblicare certe notizie, sul taglio di quella che col mansueto titolo "Dinamite" comparve il 6 luglio: si trattava di una cartuccia di dinamite trovata sulla linea ferroviaria istriana ove doveva passare l'imperatore per recarsi a Pola. Tali notizie era meglio che il pubblico non le sapesse: e il Piccolo fu sequestrato.
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Il Governo austriaco dell'ra Taaffe non amava molto i giornali. Un giorno del gennaio 1885, il Piccolo portava l'elenco dei fogli stranieri proibiti in Austria: l'anno prima erano stati 169, quell'anno 184. In maggior numero gli italiani (57), poi i tedeschi (44). Tutti senza eccezione proibiti quelli di qualunque paese, che avessero tendenza socialista e universalista: perfino l'Alliance Isralite Universelle. Togliersi l'incomodo della stampa estera che non gli piaceva, era facile cosa a quel Governo. Per quella che c'era in casa, se di opposizione politica molto vivace, s'istruivano a suo carico processi come quello del 1883-84 contro i due redattori dell'Indipendente Enrico Jurettig e Riccardo Zampieri, che era finito con l'assoluzione di quest'ultimo, ma con la condanna del primo a 18 mesi di carcere e alla perdita di 3000 fiorini della cauzione. Doveva essere per un caso del tutto speciale, anche per il Governo austriaco del conte Taaffe, quello d'un giornaletto non politico, come il Piccolo, che gli metteva un'ostinata voglia di sopprimerlo, peggio degli organi politici pi staffilanti, e al quale tuttavia non poteva imputare che qualche sfioramento politico cos leggero da rendergli impossibile d'imbastire contro di esso una grande azione giudiziaria. Tutto il lecito e l'illecito era stato fatto per danneggiarlo, per sfibrarlo, per anemizzarlo, per farlo passare in altre mani, per aprirgli trabocchetti sotto i piedi: ed ora, vedendolo vivere nel quarto anno, e marciare, un po' leggero di saccoccia, ma di buon passo, anche i funzionari del Governo austriaco dovevano avere una certa sfiducia nella loro inventivit di espedienti.
Si continuava a sequestrarlo. Anche i sequestri del 1885 furono parecchi, bench il giornale fosse cauto e astuto. Ma come non avrebbe esso pubblicato una s interessante notizia, quale l'arresto della ballerina Caterina Monti che, al Comunale, l'ultima sera dell'"Excelsior", aveva agitato verso il pubblico il suo cappello piumato da bersagliere? Anche due giovanotti "per essersi distinti negli applausi" furono tratti in arresto. E il Piccolo fu terzo a distinguersi: sequestrato per avere narrato la cosa che tutti sapevano.
Se mai si poteva, al sequestro si faceva seguire un piccolo processo. Il 10 maggio Augusto Rocco e il direttore della tipografia compaiono dinanzi ai giudici per avere il Piccolo accennato all'attivit municipale di Bartolomeo De Rin nell'articolo necrologico su questo patriota; con ci, si diceva, era stato battuto terreno politico. Il giudice condannava Rocco a 50 fiorini di multa e Giovanni Werk a 60. Importi non vistosi: il Piccolo trascura di provvedere al pagamento, o se ne dimentica. Ma ecco il 29 luglio gli piomba all'improvviso un decreto della Polizia che sospende la pubblicazione del giornale. Potr uscire quando avr pagato. Il Piccolo paga ed esce con qualche ora di ritardo.
Alcuni giorni dopo la stessa i. r. Direzione di Polizia proibisce l'affissione di un manifesto del Piccolo. Diceva semplicemente: "Il varo della "Morosini", grande illustrazione nel Piccolo del meriggio". Non si voleva vedere sugli albi il varo della nave italiana. Il Piccolo scrive un articolo di protesta, e non  sequestrato. Abbiamo gi notato il sistema: mai sequestrare il giornale quando esso diceva le sue ragioni anche in termini abbastanza forti; sempre invece per qualche insignificante mancamento formale.
Il contegno dell'i. r. autorit verso il Piccolo presentava da qualche tempo una certa monotonia. Nondimeno, che qualche cosa si macinasse contro di lui, Teodoro Mayer sapeva. Una persona di modesta condizione, ma che per la sua professione era in grado di ricevere qualche confidenza, aveva posto il Mayer sull'avviso: l'i. r. Luogotenenza era furiosa contro di lui; male aveva fatto a suo tempo a respingere la proposta di un uomo politico conservatore; se non entrasse in quell'ordine d'idee, se non correggesse la rotta, si sarebbe presa qualche misura severa contro di lui. Il Mayer non ci fece molto caso; ma si ricord di queste parole la mattina dell'8 ottobre quando gli si consegnava un decreto dell'i. r. Direzione di Polizia, col quale gli si intimava senz'altro il bando da Trieste e dallo Stato austriaco, negandogli il diritto d'incolato: tempo di ricorrere, tre giorni.
La Polizia pensava evidentemente di assestare al Piccolo un colpo mortale. E in verit sarebbe stato un terribile colpo, poich, lontano Teodoro Mayer, sotto il Piccolo si sarebbe spalancato l'abisso.... se la situazione di diritto politico del Mayer fosse stata quella che la Polizia supponeva.
Conviene proprio dire che alla Polizia, in quell'occasione, avessero perduto la testa. E se non si leggessero gli atti ufficiali, sembrerebbe addirittura fiabesco che un'autorit, pensando a sfrattare dallo Stato come cittadino straniero, non il primo venuto, ma un uomo in posizione evidente, su cui da anni gli occhi polizieschi pesavano, seguendone e controllandone ogni azione, non avesse provveduto in tempo a fare le non difficili ricerche per sincerarsi se egli fosse poi veramente un cittadino straniero, o se per caso non avesse in regola tutte le sue carte di appartenenza allo Stato.
Che i var libelli infestanti la citt dessero al Mayer dell'"ungherese", alludendo al paese d'origine dei suoi maggiori, lo si capisce, data la levatura e l'irresponsabilit dei libelli: ma che un'autorit prendesse siffatti scherzi di parole come suo verbo per un provvedimento grave e clamoroso, che non era affatto un provvedimento d'urgenza,  cosa che sorpassa ogni immaginazione. Bisogna proprio dire che l'odio contro il Piccolo aveva tolto al commissario Busich e al Direttore di Polizia non solo ogni prudenza d'uomini di legge, ma il lume degli occhi.
L'avvocato del Piccolo, il dott. Ettore Ricchetti, uno dei pi valenti del foro triestino, ebbe questa volta gioco facile. Il suo ricorso si sarebbe potuto limitare alla presentazione dei documenti che provavano non solo essere il Mayer cittadino dello Stato, ma nato a Trieste il 17 febbraio 1860 e pertinente a questo Comune, donde non poteva essere bandito. L'avvocato volle per aggiungere ai documenti una lezione pungente: e rinfacci alla Polizia d'essersi richiamata, per l'illegale tentativo di sfratto del Mayer, a quella legge del 7 aprile 1857 che era una disposizione eccezionale diretta a tutelare la societ contro i delinquenti, le prostitute, e i vagabondi, alla stregua dei quali si voleva trattare un cittadino perfettamente incensurato, il capo di un'impresa dalla cui attivit traevano l'esistenza circa quaranta famiglie.
Da uno dei documenti riservati esistenti all'Archivio di Stato, risulta che, dopo il ricorso, l'Autorit di Polizia, che ci teneva molto a troncare "l'attivit giornalistica sovversiva del proprietario e redattore virtuale del Piccolo", cerc di aggrapparsi ancora a un "foglio delle abitazioni", dove il padre di Teodoro Mayer aveva indicato anche il suo Comune d'origine. Ma non si pot raccozzar nulla e si dovette battere in ritirata.
Alcuni giorni dopo, pacatamente, quando l'i. r. Polizia si fu ringhiottita la mal fabbricata nuvola fulminatrice, Teodoro Mayer raccont al pubblico la storia del tentato suo bando: tutta, per filo e per segno, dalle prime chiacchiere premonitrici del suo barbiere, fino allo sbaraglio dell'autorit. E, dopo aver fatto cenno dell'"antecipato e vano giubilo della stampa per lo sperato suo abbandono della citt e dell'impresa", soggiungeva: "Dopo ci non faccio commenti e non recrimino, non protesto, non inveisco, non faccio retorica. Continuo a lavorare, e per tutta risposta ristampo oggi il vecchio programma del Piccolo: - Saremo onesti, leali, indipendenti. - Ecco la mia strada: io non l'abbandoner mai".
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Che una tale batosta inflitta alla Polizia accrescesse in modo straordinario l'ascendente del Mayer e del Piccolo,  perfino superfluo accennarlo. Per la chiarezza di quell'episodio, converr aggiungere che la lotta per le elezioni amministrative si avvicinava. E proprio in quel tempo alcuni elementi del partito conservatore, capitanati dal barone Emilio Morpurgo, introducevano nell'abbastanza screziato e accidentato arringo giornalistico triestino, un nuovo giornale, Il Mattino, che doveva tentare una via impraticabile all'Adria, troppo ufficiosa e, ormai, alquanto pesta e dimessa. Si aveva in animo che Il Mattino, ben fornito di capitali, dovesse inghiottire e sopraffare tutti: la direzione ne era stata assunta da un giornalista dalmata provetto, Enrico Matcovich, gi garibaldino, poi direttore primo dell'Indipendente, ed ora purtroppo, dopo un breve volteggiamento nell'Alabarda, con dolore di tutti, transfuga in campo avverso.
L'idea era quella che si andava vagheggiando fin dal conchiudersi della Triplice Alleanza: creare lui giornale che operasse su lo spirito pubblico di Trieste in modo da conciliarlo con l'esistente stato di cose, non avareggiando del tutto in concessioni al sentimento nazionale della citt, ma pur persuadendola a trovare confacente e propizio l'artiglio della bicipite. Condizione prima, per la riuscita di questo tentativo, doveva essere, poich non ne era riuscito l'addomesticamento, la scomparsa del Piccolo. Rimanendo il Piccolo sulla scena e con esso la sua popolarit, la causa del Mattino era compromessa fino dal nascere: e cos fu difatti. Volendo fare cosa che superasse tutti, il Mattino era stato concepito naturalmente come un giornalone: ma il giornalone da 10 centesimi, per quanto politico e ricco di notizie e, nei primi tempi, ben fatto, non poteva sperare d'insinuarsi dove entrava con tutto comodo il giornaletto a buon mercato.
Il tentativo di concorrenza per fu serio, forse il pi serio di tutti; e specialmente nel primo anno rappresent davvero un pericolo. Infischiandosi delle imposizioni di legge, che ci proibivano, i primi numeri del Mattino erano stati distribuiti per le vie della citt a diecine di migliaia di copie. Il favore dell'autorit non aveva limiti. Solo la questione del prezzo attenuava la minaccia.
Ma il nuovo giornale non riusc a sostenere a lungo il suo programma di confondere le idee dei cittadini e di conciliare gli inconciliabili. Per forza di cose esso divenne in breve un giornale governativo come gli altri. Un giornale cio inviso alla maggioranza dei triestini. La stessa focosit di temperamento polemico del Matcovich ne aveva accentuato, anzich smorzato il colore. Nella sua posizione scabrosa, d'uomo che in maturi anni cambiava la camicia rossa di Garibaldi, con la giubba bianca dell'imperatore, il Matcovich, per imporsi, s'era afferrato a una sua personale risolutezza spavalda, e meglio ancora alla sua temuta fama d'uomo valente in tutte le armi. Gi era suo costume che, dove andava egli a dirigere giornali, dovessero gli altri giornalisti scendere a uno a uno sul terreno con lui. Questo girone egli incominci ora anche a Trieste come direttore del Mattino: e fu anzi Teodoro Mayer il suo primo avversario. Ma le soluzioni cavalleresche delle polemiche dov'egli insolentiva non salvavano il Matcovich da una situazione tanto pi penosa in quanto, nel fondo dell'anima, egli doveva essere rimasto l'uomo di prima.
Le polemiche col Mattino si erano aggiunte alle altre abituali del Piccolo: con l'Adria, con la Triester Zeitung, con l'Alabarda. Il Piccolo cercava volentieri la polemica nei primi anni. Essa gli dava quella vivacit che gli era inibita nella lotta politica. Particolarmente cruccioso fu per il giornale l'obbligo di astenersi da ogni intervento nell'animatissima campagna elettorale amministrativa del 1886, che riusc un disastro per il partito governativo e segn il primo grande insuccesso politico del neonato Mattino. Sotto il Governo austriaco, con un sistema che dur invariato fino al 1909, le elezioni per il Consiglio comunale di Trieste si facevano da elettori censiti divisi in quattro corpi: il quarto corpo votava nella prima giornata, e vi erano rappresentati il piccolo possesso, la piccola industria e l'artigianato; poi in altre giornate votava il terzo, che era composto in gran parte di funzionari dello Stato, indi il secondo che era quello delle professioni liberali, e il primo che era quello del grande possesso. Il quarto e il secondo corpo erano gi da gran numero d'anni conquista sicura del Partito Nazionale, il terzo invece, appunto per esservi tanti funzionari dello Stato, pareva inespugnabile. Nel gennaio del 1886, inaspettatamente, esso fu invece espugnato. Di dodici consiglieri da eleggere, ne spuntarono undici della lista nazionale. I funzionari dello Stato si ribellarono a tentativi di pressione esercitati sopra di loro, a distribuzioni negli uffici di schede riconoscibili per una leggera differenza di colore. Trieste, quella sera, parve impazzita. Cortei dimostrativi si succedettero senza tregua inneggiando agli undici eletti; la citt pareva ebbra di gioia; quel numero "undici" gridato, acclamato, sembrava divenuto una cifra fatidica, un simbolo, un talismano.
Nella redazione del Piccolo doveva quella sera nell'immensa allegrezza infondersi anche una stilla di malinconia, per il divieto di celebrare la vittoria che pesava sul giornale apolitico e lo umiliava. Ma qualche cosa il Piccolo volle fare perch si sentissero insieme la tristezza del suo bavaglio e la sua partecipazione alla gioia comune. E scrisse un capocronaca idillico, del quale tutti compresero il senso:
"Una serata splendida - diceva - quella di ieri. Nelle prime ore leggere nubi passavano ogni qual tratto nascondendo la luna; pi tardi scomparvero. E il nostro cielo azzurro, tempestato di miriadi di stelle dai riflessi dell'iride, apparve nella sua smagliante bellezza....
"Il blando e argenteo chiaror della luna e l'aura tepida infondono nell'anima una letizia, un'esultanza nel cuore.  una di quelle rarissime sere d'inverno cos serene che sembrano di primavera.
"Il mormorio delle glauche onde del nostro mare, dolcemente increspate da una lieve brezza, pare che nel suo misterioso linguaggio sciolga un inno alla superba natura.
"Oh, ne vengano molte di queste liete serate!"
Romanticismo. Ma ce n'era tanto romanticismo, in tutte le gamme di questa parola, nella vita triestina di quel periodo. Il Piccolo scriveva in linguaggio d'idillica Sibilla, e ognuno ne traduceva il senso ascoso nel proprio cuore. Il numero "undici" non era che un numero come tutti gli altri della serie numerica: ma eccolo a un tratto consacrato a distintivo nazionale, a emblema di baldanza e di sfida: piccoli 11 d'argento si portavano alla cravatta; i negozi esponevano trasparenti con la cifra 11; essa splendeva intrecciata di fiori nelle decorazioni dei balli; maschere comparivano ai veglioni, a coppie, vestite da 11. Il Piccolo aveva contribuito non poco, con cronache vivaci, alla popolarit repentina di questa cifra significativa. L'autorit, contro una dimostrazione cos legittima e cos innocente, non poteva infierire senza cadere nel grottesco. Si limitava a scartabellare i suoi registri: e, trovato che il Piccolo non aveva pagato una delle solite multe, gliela ricordava col consueto brusco dilemma: o pagare, o non uscir pi. Il Piccolo pag volentieri: era allegro in quei giorni.
Aveva incominciato l'anno allegramente, con una specie di numero profetico, intitolato Il Grande e attribuito all'anno 1986. In esso si leggevano molte cose strambe, e anche non strambe, della ipotetica et ventura. Per esempio: "Siamo lieti di annunciare ai nostri lettori che domani sar aperto anche il grande salone nella via Attilio Hortis". In altri punti si menzionavano, come vie triestine del 1986, il Corso Felice Venezian e la via Edgardo Rascovich. Non bisogn attendere cent'anni perch molte di quelle anticipazioni quasi esattamente si avverassero.
Ma questo vispo umore non toglieva che, all'indomani delle elezioni amministrative, si sentisse in un giornale ormai tanto conosciuto e diffuso, forte dei propri ideali e non inconsapevole della propria missione, la camicia di forza di quel non potersi occupare delle cose politiche. Tuttavia come fare? I primi guadagni del giornale si erano dovuti dedicare alla tipografia, alla trasformazione e all'ammodernamento di essa per quanto consentivano i mezzi; inoltre al Piccolo si era dovuto dare un po' di redazione, non potendo esso farsi da due o tre persone, come l'umile giornale dei primi tempi. Se poi, onorate anche le scadenze dei vecchi debiti, restava qualche spicciolo di risparmio, veniva l'autorit coi suoi sequestri, con le sue multe, e tutto portava via. Fare il giornale politico non voleva dire soltanto possedere i 6000 fiorini della cauzione, voleva dire anche mettersi in spese, per corrispondenze, per telegrammi: e queste erano ricchezze che il Piccolo guardava ancora col canocchiale.
Tuttavia una gran cosa esso si sent in forza di farla proprio quell'anno 1886: e fu la ricomparsa del Piccolo della sera. Il supplemento meridiano, il Piccolo del meriggio, tutto di variet, di mondanit e di cronache giudiziarie, non era, nella mente di Teodoro Mayer, che un surrogato del completo giornale serale, da lui meditato fin dai primi tempi per poter servire il pubblico a tutte le ore. Egli aveva anzi creduto di potervisi cimentare nei primordi del Piccolo, ma poi non glien'erano bastate le forze e aveva chiuso la propria idea nel cassetto, quasi ancora vergine, per riprenderla in giorni migliori. Se qualcuno avesse saputo di quell'idea chiusa, gliel'avrebbe certamente rubata: e per non si fiat del risorgente Piccolo della sera finch tutto non fu pronto. La mattina del 15 aprile 1886 fu annunciata la comparsa del nuovo giornale, ed esso usc il giorno stesso, alcune ore dopo il Piccolo del meriggio. Il primo numero era di quattro pagine; ma poi esso ne ebbe due, come il Piccolo del mattino, del quale nei primi tempi riproduceva il tipo, tranne l'aggiunta di una rubrica commerciale e d'una rubrica artistica. All'indomani il Piccolo del meriggio non usc pi: e tutte le energie si concentrarono nel lanciamento del foglio serale, che prometteva meglio sotto tutti gli aspetti e fino dai primi giorni, bench ancora fortemente passivo.
Fu quello il maggiore avvenimento interno dell'anno: gli altri furono avvenimenti interni della citt. Dapprima, formata appena la nuova amministrazione comunale, dove il Partito Nazionale aveva una maggioranza forte come non mai, furono note spiacevoli: scoperta di defraudi alla cassa del Comune; scoperta di defraudi alla Banca Popolare, che era una banca istituita dal Partito. Colpe individuali di quattro o cinque impiegati: ma il Mattino e l'Adria ne fecero un chiasso indiavolato, tentando di coinvolgere il Partito stesso: e l'aizzamento giunse a tal punto che l'organo ufficiale, l'Osservatore triestino, a tutela del credito della citt, dovette sconfessare l'Adria che era il suo supplemento. Superati quegli scandali, con atti di rigido controllo amministrativo e di severa giustizia, grav sulla citt l'atmosfera tetra d'un'epidemia di colera. Non una grande epidemia; ma pure furono 893 casi, da giugno a novembre; onde la cronaca necessariamente tutta invasa dai fasti e nefasti del morbo, con meno celie sui bacilli di quelle che si fossero fatte due anni innanzi, quando infierivano lontani. Il primo caso sospetto s'era avuto l'8 giugno; poi, dieci giorni essendo trascorsi senz'altri casi, il Piccolo credette di poter pubblicare un addio al colera. Ma proprio quel giorno s'annunciava un secondo caso. E dai primi di luglio il colera fu assiduo all'opera. Il Piccolo naturalmente tenne un contegno tranquillante per la popolazione; ma nella diligenza della cronaca super se stesso. "Eravamo tutto il giorno - ci racconta Augusto Rocco - nelle case dei colerosi, intorno al carro dei colerosi, poich l'autorit dava in ritardo perfino il nome dei colpiti".
In piena epidemia, il 17 agosto, vigilia dell'onomastico imperiale, vi furono i soliti schiamazzi degli austriacanti, con sassaiola contro le redazioni dei giornali nazionali. Passando sotto le finestre del Piccolo, gridarono: "Fora 'l Piccolo": poco persuasi - scriveva questo all'indomani - che il Piccolo usciva appena alle 6 del mattino". Nell'ottobre i casi di colera diradarono, e alla met di novembre non se ne parl pi: e allora la vita riprese; ricominci anche il torneo delle polemiche giornalistiche; l'Alabarda, ormai in piena degenerazione, dopo aver gavazzato in derisioni delle autorit sanitarie durante l'epidemia ed essersi divertita alle spalle del direttore dell'Indipendente, il buon Cesare Rossi, perch era stato colpito dal colera, torn alla diffamazione del Piccolo e fu trattata, questa volta, da libello. Non passava settimana del resto che non fosse affrontato, dall'uno o dall'altro degli offesi, il dott. Ciatto, presunto autore degli articoli dell'Alabarda, ignorandosi la malattia mentale che covava in lui e si sarebbe manifestata pochi mesi dopo, conducendo a rapida fine il giornale e lui stesso.
Su lo scorcio dell'anno, s'incominciava a parlare dell'imminente andata in scena dell'Otello di Verdi a Milano, e il Piccolo sapeva che alcuni cittadini avevano pagato 150 o 200 lire per prenotazioni di poltrone. Le cronache artistiche e teatrali non erano pi affatto neglette. Il Piccolo della sera, che gi nel novembre di quel primo suo anno di vita, aveva ingrandito il formato, aveva incominciato a dedicarvi una larga rassegna quotidiana.
Ma il fatto pi notevole di quell'autunno del 1886 fu l'adesione delle province giuliane, con a capo Trieste, alla Societ "Pro Patria" costituitasi nel Trentino con lo scopo di fondare scuole italiane e di tutelare la coltura italiana contro la sopraffazione di genti straniere. Il nome della "Pro Patria" compariva nella cronaca del Piccolo, la prima volta il 19 dicembre. Per caso, in quello stesso numero, era commentato dal giornale, con speciale vistosit di caratteri, il dono fatto da Re Umberto alla Biblioteca Civica di Trieste della "Divina Commedia" nell'edizione fatta stampare per il Principe Ereditario.
Importante momento fu il confederarsi di tutti gli italiani soggetti all'Austria nella "Pro Patria". I fatti che siamo venuti delineando, pur senza uscire dall'ambito della vita di un giornale e dalle vicende ad esso attinenti, debbono avere mostrato a sufficenza quanto mancassero di vera organizzazione gli irredenti durante gli anni che immediatamente seguirono la conclusione della Triplice Alleanza. Fino a quel tempo la politica loro era stata tutta di protesta e d'azioni individuali, poco badandosi se queste apparissero slegate e scomposte, poich sempre si attendevano avvenimenti europei che mettessero di nuovo l'una contro l'altra Italia e Austria. Non pi possibile adesso questo vivere di impulsive speranze: necessario invece riflettere che all'Austria era dato dalla situazione novella tutto il tempo di elaborare la trasformazione delle sue province italiane in modo da menomare nell'irredentismo la sua sostanza di elemento vivo. Ci poteva avvenire per disunione degli italiani, per discredito e quindi minore popolarit dei loro partiti politici, e per erosione lenta del loro possesso territoriale, aiutando il Governo la spinta di altre stirpi a infiltrarvisi e a mangiucchiarselo. Vittorie elettorali che potevano mutarsi domani in sconfitte per una qualunque campagna di diffamazione riuscita agli avversari, entusiasmi subitanei seguiti da periodi di azioni individuali e senza collegamento, poco avrebbero potuto significare dirimpetto a un maneggiatore della politica quale il Governo di Vienna, ove esso avesse avuto un disegno largo e preciso.
Nella stessa Trieste, e proprio nel giornalismo, si erano vedute cose non tutte belle. Un fenomeno come quello dell'Alabarda, che fungeva da corrosivo nel suo stesso partito, un travestimento disinvolto come quello del Matcovich, il lungo disconoscimento del contributo di popolarit apportato dal Piccolo alla causa nazionale, senza rompersi l'osso del collo certamente, ma in condizioni difficilissime di disagio e di continuo attrito su scogli insidiosi, mostravano una situazione che era un po' troppo allo stato fluttuante.
L'appello a un rinserrarsi delle forze degli italiani nella "Pro Patria", in un'azione unica, ben definita, continuativa, che, per la sua legittimit, impedisse lo sbandamento dei pi timidi e nello stesso tempo infondesse in tutti il sentimento e l'entusiasmo di una lotta reale, con obbiettivi concreti, fu il primo serio atto di organizzazione d'un'opera comune, ispirata dalla coscienza di una situazione identica per tutti. L'azione organizzatrice di tutte le forze nazionali si pales tosto sommamente benefica, per quanto nei primi anni andasse sviluppandosi con qualche lentezza. Gli inizi di essa coincidono con l'avvenimento di massima importanza nella vita del Piccolo: il suo divenire a giornale politico...
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La cosa segu nell'aprile 1887. E segu in questa forma. Il 4 aprile il Piccolo era sequestrato per un articolo intitolato "Una grave questione": si protestava in esso contro le iscrizioni apposte in lingua slava dalle Ferrovie dello Stato nella nuova stazione di Sant'Andrea. Due giorni dopo, il 6 aprile, alle due pomeridiane, veniva a Teodoro Mayer consegnato un decreto dell'i. r. Direzione di Polizia, nel quale si affermava che tanto nell'articolo sequestrato "Una grave questione", quanto in altro apparso giorni prima sullo stesso argomento, era stata trattata "una questione del giorno indubbiamente politica". Quindi il giornale era dichiarato soggetto a cauzione, e questa, a tenore della legge di stampa, si sarebbe dovuta versare entro otto giorni.
Tempo breve adunque, ma pur tempo a pensarci; e intanto, alla solita ora, si pubblicava il Piccolo della sera. Esso era per immediatamente sequestrato dalle guardie che ne attendevano l'uscita. Motivo: il non essersi ottemperato al versamento della cauzione.
Due ore dopo, alle 5.15 del pomeriggio, giungeva un secondo decreto del direttore di Polizia Pichler, col quale si dichiarava sospesa la pubblicazione del giornale "fino all'adempimento delle condizioni di legge".
Il Piccolo aveva il diritto di ricorrere al Ministero dell'Interno a Vienna: ma il ricorso non aveva effetto sospensivo.
La legge parlava di otto giorni: ma la Polizia di Trieste al giornale non ne accordava nemmeno uno.
La voce di quanto stava avvenendo al Piccolo si era diffusa in citt, massimamente per la mancata uscita del Piccolo della sera. Con indicibile curiosit attendevano dunque i cittadini la soluzione che il giornale avrebbe dato a questa sua peripezia.
La soluzione non era facile: soprattutto perch la cauzione doveva essere depositata entro poche ore se si voleva che il Piccolo uscisse all'indomani. Che l'editore non disponesse della somma lo sapevano tutti: e primissima certamente l'autorit, che doveva aver fatto calcolo sul suo imbarazzo di trovarla.
In verit, era questo il caso nel quale bisognava ricorrere ad amici che avessero fede nella funzione del giornale e che, nel compiere un atto di solidariet, non ne compromettessero l'indipendenza. Teodoro Mayer vinse la riluttanza che era sempre stata in lui a chiedere denaro ad altri; si rivolse a cinque o sei amici personali, che avevano mostrato di apprezzare l'opera del Piccolo; e in poche ore i seimila fiorini della cauzione furono raccolti.
Nel tardo pomeriggio la cauzione era pronta: ma depositarla quella sera non si poteva, perch la cassa erariale era chiusa. E non si apriva prima delle nove del mattino. Straordinaria nei cittadini, la mattina del 7 aprile, l'attesa del Piccolo. Passavano le ore, e non lo si vedeva. Si era dovuto andare alla cassa erariale, puntualmente alle nove, a compiere il deposito, poi recarsi alla Polizia e presentare la relativa ricevuta. Finalmente verso le undici il giornale comparve, e fu in un attimo nelle mani di tutti. Annunciava: Il Piccolo  da oggi giornale politico. Modestamente, con due parole ai lettori, riferiva di aver depositato la cauzione e di aver quindi acquistato il diritto di occuparsi delle cose politiche. Dopodich faceva un sobrio racconto di quanto era successo il giorno innanzi.
Alcune ore pi tardi usciva il Piccolo della sera, che era effettivamente il primo numero politico del giornale. E tosto metteva in evidenza la formazione del nuovo Ministero italiano, con Crispi e Zanardelli.
L'autorit aveva quel che aveva voluto.
Veramente: quel che non aveva voluto. Essa non si era reso conto, si pu presumere, della considerazione che il Piccolo aveva saputo guadagnarsi negli ultimi anni tra i migliori cittadini; non si era reso conto che, ove non fosse stata la fiera ripugnanza di Teodoro Mayer a chiedere appoggi e favori, egli avrebbe potuto gi da lungo tempo scegliere a suo talento chi lo aiutasse a versare la cauzione. Credeva d'aver a fare ancora col giornaletto a cui era precluso ogni pi largo espediente; sperava forse che, nello sgomento della sospensione avvenuta di fatto, il Piccolo non avrebbe trovato altro scampo che il rivolgersi ai ben noti cirenei sempre pronti a sacrificarsi per il rinsavimento d'un giornale avverso al Governo.
Invece il Piccolo politico era un fatto compiuto, come voleva lui e non come voleva essa, l'autorit. E l'aveva compiuto essa stessa. Certamente sarebbe avvenuto un giorno o l'altro, e ben presto, poich era inevitabile ormai che avvenisse. Ma essa lo aveva affrettato.
L'ultima speranza dell'autorit, probabilmente, fu quella che, acquistato il diritto di occuparsi di cose politiche, il Piccolo vi si desse un bello sfogo, vi si buttasse a un galoppo balzano: talch si potesse istruire in suo confronto un processo in piena regola, tenere per qualche mese in una fortezza Teodoro Mayer e mangiargli e rimangiargli la cauzione finch nessuno gliela reintegrasse pi. Ma anche queste aspettative delle autorit andarono deluse. Il Piccolo non pens affatto a mutar strada, da quando fu politico, poich la sua strada era ben ponderata, ed era la buona: pens invece all'organizzazione di tutti i servizi spettanti al suo nuovo campo d'azione, ad assicurarsi tosto i telegrammi delle grandi agenzie d'informazioni, a provvedersi di traduttori e di corrispondenti, a disporre propri servizi telegrafici speciali. Non si prepar a un bel morire, come forse l'autorit avrebbe voluto: bens a un vigoroso vivere.
E quanto a processi, in quei primi mesi, non se ne pot muovere al giornale politico che uno solo, il quale era poi un'eredit del giornale non politico. Fu il processo per quel tale articolo su la tabella slava alla stazione di Sant'Andrea, che aveva determinato la richiesta della cauzione. L'11 giugno Augusto Rocco e il tipografo Werk erano condannati a novanta fiorini di multa; e dodici giorni dopo, la questione della tabella era risolta dalle Ferrovie dello Stato, conforme ai desider del Piccolo, prima quasi soppresso, e poi processato e multato per averli manifestati. Il buon senso e l'applicazione delle leggi non fanno sempre una sola famiglia.
Il primo effetto dell'organizzazione politica del Piccolo fu che esso divenne veramente inevitabile. Se c'era per lo innanzi una classe di cittadini che faceva a meno di leggerlo - ed era quella dei gravi uomini induriti a pensare che per altra cosa che la politica non potesse leggersi un giornale -, ora divennero anche costoro suoi assidui, suoi obbligati lettori, poich vi trovavano i servizi pi rapidi, le notizie pi fresche, le informazioni pi ampie e pi genuine, il miglior quadro, insomma, del mondo. Gli anni che seguirono furono per il Piccolo quelli della penetrazione in tutti i ceti della cittadinanza e della progressiva conquista di tutta la provincia. Esso divenne per antonomasia non solo il giornale della citt, ma il giornale della Venezia Giulia e di tutte le citt italiane della Dalmazia. L'indispensabilit precedette l'autorevolezza, che si continuava ad attribuire come privilegio ai cosidetti "giornali maggiori": ma poi venne, come vedremo, rapidamente, anche questa. Negli anni 1890-1891 quando fu alfine raggiunto, dopo dieci anni di oculatezza e di sacrifici, il sicuro e definitivo consolidamento finanziario del giornale, e Teodoro Mayer restitu agli amici la cauzione che questi gli avevano prestato, si pu dire che l'assennatezza e la seriet di condotta politica e amministrativa del Piccolo l'avessero ormai messo in linea non solo con qualsiasi altro giornale della citt, ma coi pi stimati d'Italia.
Allora il Piccolo incominci ad avere anche una vera e propria redazione. Ripercorrendo l'opera del Piccolo nel periodo iniziale, si  sorpresi dell'esiguo numero di collaboratori che Teodoro Mayer aveva intorno a s. E quasi tutti facevano del giornalismo un'occupazione accessoria: lo stesso professor Degan che abbiamo pi volte menzionato, continuava a dare le sue lezioni; Augusto Rocco soltanto dopo il suo arresto perch appartenente al gruppo degli amici di Oberdan, licenziato da un impieguccio che aveva in una cartoleria, entr esclusivamente in servizio del Piccolo; Giulio Piazza, l'arguto poeta dialettale, che dapprima scrisse al Piccolo un po' di tutto e poi ne divenne il diligente critico drammatico, era un impiegato d'assicurazioni; Eugenio Salvator, il redattore del Piccolo del meriggio, fin dai primi anni era di professione incisore, e veniva in redazione soltanto un paio d'ore. Unico giornalista, nel senso professionale moderno della parola, era Teodoro Mayer: ma giornalista sotto un aspetto universale: editore, amministratore, direttore, articolista e, quando occorreva, reporter. Non cambiano molto le cose nemmeno nel 1886, quando si fonda il Piccolo della sera, e vi  assunto e vi rimane per alcuni anni un patriota conosciuto per intraprendenza e coraggio, Riccardo Zampieri, il futuro direttore dell'Indipendente: nemmeno Zampieri in quegli anni era soltanto giornalista; era anzi precipuamente il segretario dell'Unione Ginnastica. Il consolidamento della redazione incomincia appena con l'avvento del giornale politico: Teodoro Mayer va a Vienna per organizzarvi i servizi, e Andrea Cantalupi, corrispondente allora del Corriere della Sera, gli presenta un giovanotto trentino, Giacomo Giacomelli, famoso "bohmien" in quei tempi e famoso traduttore dal tedesco: uomo che, preso un giornale di Vienna o di Monaco, lo traduceva tutto a penna corrente, gli articoli, i telegrammi, le notizie di Borsa e perfino i versi della sciarada in versi italiani. Il Mayer se lo port a Trieste per tradurre i telegrammi dell'agenzia ufficiale, e nessun redattore gli era pi caro: ma purtroppo l'irreducibilit del "bohmien" superava nel giovane Giacomelli le qualit magnifiche del lavoratore. E non dur al Piccolo che pochi anni. Alberto Gentilli, autore di una tragedia storica di soggetto patrio e d'altri lavori teatrali, collabor dapprima al Piccolo della sera con notizie artistiche e finanziarie; ma fu assunto stabilmente nella redazione soltanto nel 1890. Arturo Molinelli, il primo recensore delle stagioni di prosa, ed Eugenio d'Italia, il critico degli spettacoli lirici, erano dei volontari. E fino allo scorcio del 1892 il Piccolo non ebbe nemmeno un redattore capo: tale posto di fiducia fu creato soltanto quando entr nella redazione Augusto Garagnani, giornalista bolognese che tornava alla prima vocazione dopo essere stato per alcun tempo il valentissimo maestro d'armi della Societ di Scherma di Trieste.
Ma con ci siamo gi ben addentro nella seconda fase dell'esistenza del giornale: fase che incomincia con l'inizio del giornale politico. Il Piccolo apparentemente non modifica il suo aspetto: ma esso abbandona a poco a poco quel carattere chiacchierino, confidenziale, che gli aveva affezionato i primi lettori delle classi popolari: si rinvigorisce nella sostanza; porta il suo accento quotidiano dalle piccole cose della cronaca, per quanto sempre coscienziosamente curate, ai grandi avvenimenti che si svolgono su la scena del mondo. Gi nel 1887 esce spesso in quattro pagine; e poi diviene abituale che le due e quattro pagine si alternino. Il giornale sta a fatica nel suo guscio; Teodoro Mayer non cessa di ricordare ai suoi collaboratori che lo spazio  prezioso; gli pare di rubare ai lettori se la materia non sia abbastanza serrata, se il Piccolo abbia troppi "bianchi", o titoli troppo grandi e vistosi. L'estetica del giornale moderno, in quegli anni appena agli albori, comand poi altrimenti: ma certo  che molte oggi giudicate bellezze e ricchezze, a Teodoro Mayer, nella sua caratteristica rettitudine, parevano povert. Il giornale doveva piacere non per le apparenze, ma per la sostanza.
Dal luglio 1888 il Piccolo aveva trasportato la sua redazione nella casa N. 21 di Via Nuova (oggi Via Mazzini: e anche la casa  rifabbricata); la tipografia al pianoterra, la redazione al primo piano: gli sportelli dell'amministrazione ancora per qualche tempo rimasero sul Corso. A paragone dei bugigattoli occupati fino a ieri, quel modesto appartamento pareva nei primi anni comoda casa e di adeguato decoro: nessun giornale cittadino aveva poi la propria tipografia congiunta alla redazione in modo da formare facciata di due piani d'altezza: le casse dei tipografi e le macchine, visibili al pubblico per le ampie finestre. E Via Nuova era sempre piena di gente che aspettava l'uscita del Piccolo e di curiosi che guardavano come si stampasse il Piccolo e come si sfornasse, 4000 copie all'ora, dalla macchina doppia a reazione, ordinata nel 1888 in Germania. La pi bella che ci fosse in citt. Le rotative erano ancora di l da venire.
Uscivano da quelle officine grandi numeri sugli avvenimenti del giorno, del 1887, del 1888: la campagna nell'Eritrea con l'attesa di una grande battaglia che le truppe del generale Di San Marzano dovevano combattere contro il Negus Giovanni; lo squagliarsi del Negus, la minaccia di guerra tra l'Austria e la Russia (anche al Piccolo era stato proibito di dar notizie di movimenti militari), il boulangismo, la malattia del Principe Ereditario di Germania; la morte di Guglielmo I, la morte di Federico III dopo cento giorni d'impero, l'avvento di Guglielmo II, il suo viaggio a Roma.
Uscivano quei numeri, e cento e cento braccia si tendevano ad afferrarli man mano che giungevano alla rivendita. Il Piccolo era stato spogliato fin dal primo anno del diritto di vendita negli spacci di tabacco, concesso a tutti i giornali; ma non era rimasto con le mani alla cintola. Aveva preso in affitto tutti i chioschi che vi fossero per un uso o per l'altro nella citt; ne aveva per suo conto creato di nuovi: le edicole del Piccolo erano uno dei momenti caratteristici delle vie cittadine; talch quando il giornale, in forza del mutamento della legge di stampa, riebbe automaticamente il diritto di vendersi negli spacci di tabacco, esso si era gi costituito una completa organizzazione di locali di vendita. Non era solo il giornale della citt; era una delle cose meglio organizzate che avesse Trieste...
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12.
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Le autorit austriache, per un paio d'anni, si limitarono ai sequestri. Non gi che l'idea di menare un giorno o l'altro una buona botta al Piccolo fosse tramontata; ma s'erano giuocate tante cattive carte da non consigliare di giuocarne ancora una a caso. I sequestri, frequentissimi, non colpivano momenti politici che inducessero a pi dichiarate ostilit. Talvolta erano, come in passato, anche futili: per esempio, subiva il Piccolo della sera una volta il sequestro per aver intitolato "Morto un papa se ne fa un altro", la notizia della costituzione di una societ di canottieri, in luogo d'un'altra sciolta dall'autorit per aver partecipato alle regate di Venezia.
Un lutto grave del giornalismo triestino era stato il 5 ottobre 1887 la morte di Enrico Jurettig, fondatore dell'Isonzo di Gorizia e poi per breve tempo direttore dell'Indipendente. Ventotto mesi di carcere ne avevano minato la salute irreparabilmente; non riusc pi a riaversi. Teodoro Mayer fu tra quelli che reggevano i cordoni del feretro; Riccardo Zampieri e Italo Svevo rappresentavano ai funerali la giovent triestina, Cesare Rossi teneva il discorso dinanzi alla fossa. Quel giorno la Polizia lasci fare; ma dopo qualche tempo, avendo il Piccolo riferito con calde parole la commemorazione del Jurettig a Gorizia, pat sequestro per glorificazione indebita di un condannato politico.
Fra i pi interessanti sequestri fu certamente quello dell'articolo per la morte dell'imperatore Federico III e di lunghi brani della sua biografia. L'articolo incominciava con le parole: " morto il soldato di Kniggrtz" (vittoria della Prussia su l'Austria). E il secondo capoverso con le parole: " morto l'amico d'Italia". Poi accennava in particolar modo al dolore del popolo di Roma. Era insomma un articolo in cui il giornale mostrava di aver perfettamente dimenticato d'uscire in Austria.
Il Piccolo seguiva con grande attenzione i sintomi di tensione fra l'Austria e la Russia che tennero l'Europa inquieta tra il 1887 e il 1888. Esso era anche sequestrato un giorno per una notizia troppo esplicita: "Le truppe ai confini". Un altro giorno, nel gennaio 1889, quando la crisi si andava gi rallentando, vi si ristampava come notizia curiosa un telegramma da Vienna alla Gazzetta di Venezia: "Bench si smentisca che i lavori alla stazione di Monfalcone abbiano per mira il trasporto eventuale di truppe italiane in Galizia, nei circoli militari la cosa  confermata. Qui si sa, e lo dicono tutti, che in caso di guerra con la Russia, l'Italia s' impegnata a mandare in Galizia un esercito forte di quattro corpi d'armata e due divisioni di cavalleria. Si designa perfino a comandante il Principe Amedeo, che avrebbe per capo di Stato Maggiore il generale Pianell".
Quest'atmosfera politica generale e il rassodarsi a Roma di un Ministero energico come quello di Crispi, possono forse anch'essi spiegare il temporaneo rallentamento degli atti di forza del Governo contro il Piccolo e quella relativa tolleranza che ebbe nei primi tempi il diffondersi dei gruppi della "Pro Patria".
Ma che l'animo non fosse mutato, lo prova un curioso processo, tirato veramente per i capelli, che si istru contro il Piccolo, nel maggio 1889, per aver questo affisso sugli albi un manifesto dove indicava che il prezzo d'abbonamento al Piccolo della sera era di 60 soldi al mese. L'autorit di Polizia sosteneva che, come supplemento del Piccolo, il giornale della sera non poteva avere abbonamenti separati. Al Piccolo bast questa volta citare l'esempio dell'Adria, che essendo il supplemento dell'Osservatore Triestino, giornale ufficiale, pure aveva i suoi abbonamenti speciali.
In quali cose non andava a ingerirsi l'autorit, pur di recare molestia?
Per un paio d'anni tuttavia non si ebbero giornate cicloniche. Il Piccolo pot raccontare la mutilazione patita, nello studio dello scultore che lo preparava, dal monumento della cosidetta dedizione di Trieste all'Austria, imposto dal Governo alla citt per mezzo di un comitato di suoi fedeli. Pot anche il 25 marzo 1889 fare la cronaca del petardo esploso nelle vicinanze del monumento, la vigilia dell'inaugurazione, portando via due dita a un ispettore di Polizia; pot menzionare un altro petardo scoppiato al Campo Marzio, presso una caserma austriaca: fragoroso preludio d'una cerimonia inaugurale ufficialmente rigida e scialba. La sera - anche questo si legge nel Piccolo - il pubblico, alla rappresentazione d'Otello, si sfogava a gridar "Viva Verdi"; cos si era sfogato pochi mesi prima al Politeama Rossetti durante la memoranda esecuzione dell'Ernani in onore dei delegati della "Pro Patria" (18 novembre 1888), esecuzione finita in tumulto perch il pubblico avrebbe voluto si ripetesse senza fine il coro "Siamo tutti una sola famiglia" e la Polizia non lo permetteva.
In quella occasione s'era udita la vocetta dell'Adria farsi a proporre che si mutassero in questa forma le parole del coro:
"Siamo tutti una sola famiglia
di tedeschi, italiani e di slavi,
siam fratelli, lo furono gli avi, (!)
e i nipoti per sempre il saran".
Il Piccolo all'indomani faceva sua la proposta, ma con questa variante:
"Siate pure una sola famiglia,
ADRIE care, diletti CORRIERI
che ridicoli al pari di ieri
siete oggi e sarete doman".
(Il Corriere qui accennato, che si pubblicava allora, era uno dei venticinque giornali creati successivamente per far la concorrenza al Piccolo e che il Piccolo vide morire).
La tragedia di Mayerling non ebbe ripercussioni particolari a Trieste, sebbene balenasse anche qui con quell'impressione fulminea di fatto inatteso e non poco misterioso che ebbe in ogni parte del mondo. Il primo giorno, nel Piccolo, mattina e sera, si attribuiva la morte dell'arciduca Rodolfo a rottura d'aneurisma; soltanto il secondo giorno fu lecito pubblicare il suicidio, divenuto cosa ufficiale. Ma al suicidio il pubblico generalmente non credeva: e tutte le altre versioni romanzate in quel momento erano pi accette di questa. Un mese dopo si leggeva nel Piccolo che la madre e la sorella della baronessa Vetsera erano a Venezia in stretto lutto. Si riferiva pure la voce che avessero ricevuto mezzo milione di fiorini, a patto di non pi far ritorno in Austria. Poi di Mayerling per molti anni non si parl pi.
Quell'anno 1889, essendo gi scoppiato uno sciopero all'Arsenale del Lloyd, si ebbero anche le prime manifestazioni del socialismo a Trieste. Esso esisteva da cinque o sei anni, in piccoli circoli, piuttosto di studiosi che di agitatori, di teste calde che di organizzatori, e nel 1884 alcuni di essi subirono il primo processo. Nel 1888 si erano anche avuti alcuni comizi, di forma accademica e su idee generali, in cui il tipografo Gerin, primo capo dei gruppetti socialisti a Trieste, parlava in contradittorio con Edgardo Rascovich, esponente degli operai aderenti alla democrazia nazionale. Nel menzionato sciopero del Lloyd dell'aprile 1889, ebbero per la prima volta i socialisti la mano in pasta; vi fu il solito contradittorio Gerin-Rascovich, ma questa volta sopra una vertenza precisa, e il Piccolo intervenne anch'esso, a sciopero finito, raccomandando al consiglio d'amministrazione del Lloyd di usare clemenza verso gli operai ingannati, poich si era loro fatto credere che esistesse una legge vietante la giornata di lavoro di dieci ore.
Tutto ci non turbava molto l'atmosfera. Ma a un tratto essa s'abbuia. Alla fine del maggio 1889 scoppia la faccenda del console Durando. Il console generale d'Italia a Trieste che, al pari di qualche suo predecessore, sommamente teneva all'ineccepibilit delle relazioni formali col Governo austriaco, aveva irrigidito la propria linea a tal punto da denunziare un atto compiuto dal notaio dott. Giorgio Piccoli, uno degli uomini eminenti del Partito Nazionale, per evitare, confidando nella discrezione delle autorit consolari, certi diritti di competenza austriaci nella ventilazione dell'eredit di un regnicolo. Ne era venuta al dott. Piccoli una minaccia di procedura disciplinare. Tosto fu piena d'agitazione la citt. Essa era offesa nei suoi sentimenti da questo atteggiamento del R. Console, che esponeva alla rappresaglia del Governo straniero un egregio cittadino, colpevole soltanto di aver curato gli interessi di una famiglia italiana. Il Piccolo rifer distesamente la questione il 25 maggio, in un articolo di quattro colonne, biasimando il contegno del console. Fu sequestrato. Riassunti i fatti in un articolo pi breve nella seconda edizione, fu sequestrata anche questa.
Con ci peraltro l'incidente non era messo a tacere: anzi prorompeva alla Camera italiana dove era portato a discussione in due sedute, il 4 e il 10 giugno, da Cavallotti e da Imbriani. Alla vigilia della prima seduta, la Triester Zeitung, ufficiosa della Luogotenenza di Trieste, aveva creduto di poter annunziare che il console generale Durando appariva perfettamente giustificato dall'inchiesta fatta dal suo Governo: tuttavia, fra alcuni mesi, egli sarebbe allontanato da Trieste e nominato console generale a Tunisi.
La seduta del 4 giugno al Parlamento di Roma, dove s'udirono contro il Governo austriaco parole che da lungo tempo non s'udivano, ebbe questo commento nel Piccolo: "Portata la cosa in modo s clamoroso in seno al Parlamento italiano, si capisce fin troppo - e a farcelo capire s'incaricarono i giornali ufficiosi - come il Ministero degli Esteri non potesse traslocare immediatamente il Durando senza ferire la suscettibilit del Governo austriaco - alleato, a quanto si assicura, dell'italiano".
Commento, come si vede, in linguaggio molto libero e ardito. Tre giorni dopo il Piccolo della sera era sequestrato per la relazione della seconda seduta parlamentare anche pi clamorosa.
L'incidente era increscioso, e lasciava una situazione incresciosa. Lasciava a Trieste, se pure per brevissimo tempo e a titolo figurativo, un console italiano che, qualunque fosse stata la sua mancanza d'intuito in cosa delicata, non meritava la grave pena d'essere mantenuto al posto per riguardo all'Austria e sotto la tutela dei suoi organi ufficiosi. E lasciava la stampa italiana di Trieste esposta all'ira austriaca per uno scatto generoso di sensibilit nazionale, che aveva tratto il suo impulso dal procedere incauto d'un funzionario italiano.
L'Austria trovava il proprio conto nel fare l'irritatissima. Portando questioni di Trieste al Parlamento italiano, le si era pestato forse il pi sensibile dei suoi calli. Chi aveva messo in piazza la penosa faccenda, doveva pagare. Il primo fu l'Indipendente, d'onde prima era mosso l'attacco. L'11 giugno tutti gli uffici del giornale erano perquisiti; arrestati i tre redattori Cesare Rossi, Ferdinando Ullman e Riccardo Zampieri, il redattore responsabile e il proprietario della tipografia; l'Indipendente usciva alle 6 pom. anzich a mezzogiorno annunziando che aveva provveduto alla continuazione delle sue pubblicazioni. Ma in realt, poco dopo, esso doveva sospenderle per otto giorni, avendo l'autorit cavillato sul redattore responsabile.
La citt sentiva che l'Austria indispettita aveva il suo quarto d'ora del pugno di ferro. Si perquisivano abitazioni di cittadini. Si diceva imminente il ritiro del Luogotenente De Pretis, ormai vecchio e debole; gli si preannunciavano successori il barone Kraus, Luogotenente della Boemia, o il tenente maresciallo Appel, uomini dalla mano forte. La stampa austriacante sferrava un attacco contro il Partito Nazionale, contro la stampa italiana e contro la citt stessa. I giornali di Vienna facevano eco agli ufficiosi di Trieste. Si andava a gara a chi rammemorasse pi colpe della citt.
Il Piccolo, bench esso stesso minacciato dalla bufera, sorgeva a difesa di Trieste in un articolo "Ragioniamo con calma".
"A proposito del contegno delle autorit cittadine - esso scriveva - in occasione del varo di una nave da guerra, e a proposito di qualche innocentissima deliberazione del Consiglio, si  vista una parte della stampa in voce di ufficiosa, qui e a Vienna, domandare nientemeno che l'impiego energico del ferro e del fuoco per il "morale risanamento" della nostra vita cittadina: ed  occorso prima, naturalmente, dipingere questa vita come appestata da aliti mortiferi".
Il Piccolo incuorava i cittadini a non sbigottire di tali atteggiamenti di minaccia. "Tutto quello che ciondola non cade" - diceva esso, e rappresentava quegli insoliti furori come una manovra per preparare al partito governativo il terreno delle prossime elezioni.
Tosto la muta degli ufficiosi si accan dunque contro il Piccolo. La Triester Zeitung lo accusava d'"italianit", al punto da non occuparsi che di cose italiane. L'Adria trascendeva a tale linguaggio, da provocare nel Piccolo del 1 luglio, queste gravi parole: "L'Adria supplemento del giornale ufficiale, ha pubblicato ieri un tale attacco al nostro indirizzo che non  possibile rispondervi sul terreno giornalistico; non resta che rivolgersi ai tribunali".
E venne l'ora del Piccolo anche per le i. r. autorit.
Il 3 luglio a ore 10 del mattino, il redattore responsabile Augusto Rocco venne invitato alla Direzione di Polizia. Qui il commissario superiore Busich gli diede lettura di un dispaccio luogotenenziale col quale si toglieva al tipografo del Piccolo, sig. Giovanni Werk, la licenza di esercitare l'industria tipografica.
Il Piccolo si vedeva dunque chiudere la propria tipografia. E non era facile sostituirla, poich, sebbene non potesse dirsi ancora un grande stabilimento, era nondimeno una tipografia attrezzata per i bisogni del giornale come nessun'altra poteva essere.
L'episodio chiariva i gravi rischi ai quali un tipografo veniva ad esporsi stampando il Piccolo: perdita della licenza d'esercizio, chiusura dello stabilimento. Il giornale per doveva uscire. Mayer si rec dapprima alla tipografia Morterra. Ma il proprietario dello stabilimento esitava: il caso capitato al Werk era poco confortante. Il Mayer s'impegn a garantire il risarcimento di qualunque danno. Nuove esitazioni. Intanto il tempo passava, e bisognava che il giornale uscisse. Il Mayer fece allora la proposta di stampare un foglio che recasse soltanto il titolo: il resto tutto bianco. La cosa avrebbe avuto certamente un grande successo nel pubblico. Ma poteva apparire una provocazione. Quindi nuove incertezze. Finalmente l'accordo fu raggiunto per un foglietto insignificante, che fu stampato dal Morterra sette ore dopo il colpo di fulmine della Luogotenenza. All'indomani il Morterra comunicava al Mayer che il vicepresidente della Camera di Commercio, cav. Dimmer, un conservatore intransigente, lo aveva diffidato a smettere la stampa del Piccolo se non avesse voluto perdere tutta la clientela della Camera di Commercio. Il Mayer si rivolse quindi a un altro dei tipografi cittadini, il signor Giovanni Tomasich, che coraggiosamente accett.
Anche questa volta il colpo era parato. Lo stato d'eccezione, oneroso sotto l'aspetto tecnico come sotto il finanziario, dur per il giornale un paio di mesi; nel settembre il toglimento della licenza tipografica era revocato, e il Piccolo poteva tornare a casa sua. In questo frattempo la situazione cittadina si era mitigata in modo imprevisto. Avvenuto effettivamente il ritiro del vecchio Luogotenente barone De Pretis-Cagnodo, gli era succeduto non uno dei pronosticati uomini dalla mano forte, ma il suo primo consigliere, il barone Teodoro de Rinaldini, a titolo di reggente. Il barone Rinaldini era italiano n celava le sue simpatie verso i connazionali, pur nei limiti concessi a un funzionario austriaco; era l'uomo dei maneggi, delle levigature, dei compromessi, e certo la sua nomina in quel momento fu un atto accorto.
La filza dei processi scaturita dalla faccenda Durando fu rapidamente esaurita. Prima di tutto fu messo da parte il processo del Piccolo contro l'Adria, che lo aveva chiamato "monitore dei petardi", perch la Procura di Stato trov che ci non voleva dire eccitatore ad attentati con esplosivi, bens "annunziatore dei petardi al pubblico". Il secondo processo fu quello intentato al Piccolo per aver riprodotto nella seconda edizione alcuni brani del suo articolo sequestrato sulla questione Durando: e le multe furono questa volta abbastanza forti, poich ne ebbe per 150 fiorini il redattore responsabile e per 100 il tipografo. Restava il grande processo politico contro i redattori dell'Indipendente, trattenuti in carcere ad Innsbruck: e questo fu risolto, come  ben noto, sul terreno politico, avendo Crispi provocato l'intervento dello stesso imperatore Guglielmo perch l'Austria non commettesse l'errore di suscitare con persecuzioni giudiziarie nuove difficolt nei rapporti austro-italiani.
Si era entrati, insomma, quando meno lo si credeva, in un'atmosfera di bonaccia. Essa corrispondeva al momento politico. Il sistema repressivo del conte Taaffe, col durare, aveva preso alquanto la ruggine; il Governo di Crispi in Italia, autorevolissimo, non era tale da permettere facilmente quel trattamento di sevizie e di soprusi agli italiani che con tanta sommissione avevano trangugiato i precedenti Ministeri. Crispi era gran partigiano della Triplice in quell'ora; ma esigeva che essa fosse una realt, e non una formula di complimento. Bisognava tener conto (per quanto sorpresi se ne fosse a Vienna) anche d'una suscettibilit italiana. E il tiro del toglimento della licenza tipografica fu l'ultima di quelle stoccate mortali, con le quali per sette anni l'i. r. Polizia aveva cercato ostinatamente di stroncare il Piccolo.
Alquanto tempo dopo il periodo acuto delle persecuzioni poliziesche (che in realt sotto altre forme non cessarono mai) avvenne che s'incontrassero Teodoro Mayer e l'i. r. commissario Cristoforo Busich sul ponte d'imbarco di un piroscafo che partiva per Pirano. L'episodio della tipografia era ancora recente, e il Piccolo si stampava ancora da Tomasich. Il Busich, il quale era stato l'anima dannata delle angherie contro il giornale, voleva cedere il passo al Mayer; e questi, rifiutando la cortesia, motteggiava, con una punta di sarcasmo - Non vuol passare dinanzi a me? Ha paura che la pigli per il collo e la getti in mare?
Allora il Busich, tra sorriso e sospiro, si lasci sfuggire, in buon "austriacn", una confessione:
- Noi volevamo o "frangarla" o "flectarla"; e lei non si  lasciato fare n una cosa n l'altra.
In parole brevi tutta la storia del primo decennio del Piccolo.
- Manco male che ve ne siete persuasi, batt gaiamente il Mayer.
- Per una parte di quello che lei  ora, lo deve alle nostre persecuzioni.
- E allora stia attento, perch quest'ultima della tipografia mi porter qualche altro bene.
Il Piccolo, infatti, nonostante tutto, fioriva...
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13.
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La politica sedativa del barone Rinaldini ebbe nei primi tempi successi notevoli. Quello in prima linea di aver smorzato la lotta elettorale amministrativa, che il Governo vedeva avvicinarsi non senza inquietudine nell'autunno del 1889. Fu attribuito al Rinaldini il merito del compromesso merc il quale il Partito conservatore rinunciava a portare candidati in due corpi elettorali, mentre il Partito Nazionale, in compenso, accoglieva nei due altri un certo numero di candidature comuni.
Il compromesso era suggerito dalla preoccupazione di quello che sarebbe avvenuto a Trieste nel giugno 1891, dopo la deliberata soppressione del porto franco. Era facile pronosticare rincaro nel costo della vita, cessazione di commerci, ristagno notevole della vita economica. La soppressione del porto franco era una decisione del Governo di Vienna; ma si poteva prevedere che il malumore cittadino sarebbe stato sfruttato dalla stampa austriacante locale per tentar di attribuire la colpa del toglimento dell'antica franchigia, alla irreducibilit politica del Consiglio municipale, la cui italiana chiarezza era oggetto di ammirazione in tutti gli ambienti patriottici d'Italia. Ci intuivano e vedevano chiaramente tutti i migliori cittadini; ma non erano previsioni delle quali fosse agevole mettere a parte il popolo.
Praticamente, il compromesso era per il Partito Nazionale la maggioranza assicurata senza combattere: e quei quattordici ottimi amministratori di parte conservatrice che si accettavano nel futuro Consiglio erano scelti, in forza del compromesso, tra i migliori impiegati italiani dello Stato e tra i commercianti e possidenti meno fegatosi in politica. Tuttavia,  giusto dirlo, alla cittadinanza, per ragion di principio, il compromesso non piacque. Molte furono le astensioni; e Felice Venezian, che in vista degli innegabili risultati pratici lo aveva accettato, dava poco tempo dopo le dimissioni, n mai pi, in seguito, concepiva vittoria politica che non fosse preceduta dall'entusiasmo della lotta.
All'indomani delle elezioni, i redattori dell'Indipendente erano liberati, e il barone Rinaldini, da reggente la Luogotenenza, diveniva Luogotenente.
Il Piccolo segu con disciplina il Partito in quella smorta campagna; ma non vi pose un calore che non vi poteva essere. Gli elementi giovanili e radicali del Partito avevano gi in precedenza cercato di reagire contro l'addormimento che paventavano fosse per riuscire al nuovo Luogotenente. Col moltiplicarsi dei petardi si era tentato di rincrudire la situazione; ne era risultato l'arresto di molti giovani. D'altra parte, proprio in quel torno di tempo, gli uomini che meglio erano a giorno della situazione politica, avevano costituito tra loro un comitato segreto d'azione, il quale mirava tutt'altro che a compromessi: mirava a tener vivo, in qualsiasi circostanza, lo spirito irredentista del movimento nazionale nella Venezia Giulia. Entravano in quel segreto vincolo Felice Venezian, Giorgio Benussi, Jacopo Liebmann, Attilio Cofler, Giuseppe Caprin, Giorgio Piccoli e Teodoro Mayer; pi tardi altri vi si aggiunsero, fidatissimi, impegnandosi con giuramento. Gli articoli, i memoriali, le ghirlande, le manifestazioni che a nome di Trieste fedele non mancavano mai nelle grandi solennit patriottiche di Roma e delle altre citt d'Italia, erano tutte cose preparate di sottomano dal comitato segreto, il quale aveva ramificazioni a Milano, a Roma, a Genova, a Ravenna.
Si organizzava, insomma. Di cose ben concepite nel senso dell'organizzazione, il movimento nazionale non ne possedeva che due: l'una era la "Pro Patria", ideata a Trento sul modello della potente societ scolastica tedesca, lo "Schulverein", e che sotto il manto della cultura si dimostrava un valido cemento delle forze italiane; l'altra era il Piccolo, diffuso a parecchie diecine di migliaia di copie, in tutte le provincie giuliane e nella Dalmazia, e questo era opera di Teodoro Mayer, e suo volontario concorso all'azione impegnata per l'italianit di quelle regioni adriatiche. La "Pro Patria" (e molto pi la Lega Nazionale, che ne eredit il programma dopo il suo scioglimento) era forte perch tutti gli italiani vi potevano accedere; il Piccolo era forte perch letto da tutti. Il Partito Nazionale, invece, come tale, non era forte, e aveva bisogno di rinvigorirsi. Era ancora appoggiato quasi esclusivamente su la media borghesia intellettuale dell'Ottocento: s'incominciava ad avvertire che questo era troppo poco: mancava nel Partito il capitale, onde la povert, talvolta penosa, in circostanze che esigevano impiego di mezzi; vi era scarso l'elemento popolare, onde il senso di una massa amorfa che non si riusciva a dominare, e che domani sarebbe entrata anch'essa nella lotta politica.
Anche queste circostanze spiegano il compromesso del 1889, a tacere di un'altra circostanza ancora, pi grave di tutte: il pericolo che il Governo austriaco, nell'esasperazione contro gli italiani, adoperasse un'arma che esso pi tardi adoper effettivamente contro di loro: il flusso slavo. Il barone Rinaldini era un italiano, e non avrebbe applicato che un programma minimo di concessioni agli slavi; un altro Luogotenente non avrebbe avuto alcun ritegno. E non gli sarebbe mancato il tempo; la Triplice Alleanza era una faccenda lunga; non v'era, nella profonda pace del 1890, la speranza d'improvvisi colpi di fortuna che venissero dalla politica estera.
Questo  bene ricordare per spiegare la complicata e difficile tattica che s'impose agli irredenti nell'ultimo decennio dello scorso secolo: da una parte usare la massima prudenza e cercar di profittare della Triplice Alleanza per allargare le loro posizioni nazionali; dall'altra parte tener viva la coscienza che il destino di queste province era l'Italia; impedire con dimostrazioni frequenti che subentrasse oblio negli altri italiani della penisola; mantenere quella intransigenza di volont e quello spirito di congiura che erano continuazione diretta del Risorgimento.
Il Piccolo condusse da parte sua questa politica con un'avvedutezza, una continuit, un'elasticit che, perfezionandosi nel tempo, divennero un piccolo capolavoro in fatto di propaganda italiana e di azione sullo spirito pubblico.
 noto il metodo del giornalismo irredentista. Sempre cercare di vedere il meglio in tutto quanto avveniva in Italia, sempre dir bene delle cose italiane, sempre divulgare l'ammirazione per i migliori uomini della Nazione; dall'altra parte cercar di parlare dell'Austria il meno possibile; se possibile, parlarne male; considerare con occhio severo e pessimista i conflitti risultanti dalla struttura eterogenea dell'impero, suggerire l'impressione che esso si reggesse soltanto a forza di soprusi iniqui e di rabberciamenti disperati; far sentire come alcunch di fatale il suo futuro dissolvimento. In un modo o nell'altro, tutti gli anniversari nazionali si ricordavano e celebravano; le solennit e festivit austriache all'opposto erano sottaciute o brevemente discorse come cose estranee ed indifferenti, delle quali nessuno amava sentir parlare. Lo stesso genetliaco imperiale era ricordato in quattro righe d'obbligo sotto il titolo "Ufficio Divino", prendendo appiglio dal "Te Deum" che si cantava in quell'occasione nel Duomo. Sempre evitato per Francesco Giuseppe, quel "nostro imperatore" che gli austriacanti avrebbero voluto mantenere in uso, e anche il semplice appellativo "l'Imperatore", preferendosi designarlo come un dignitario lontano, con la forma aulica S. M. l'Imperatore, o anche S. M. l'Imperatore d'Austria-Ungheria. Il Re d'Italia, invece, quanto pi spesso si potesse, era chiamato semplicemente "il Re" oppure affettuosamente Re Umberto o Re Vittorio. Le sedute della Camera italiana erano riferite in lungo e in largo come se vi si discutessero le leggi che riguardavano le popolazioni giuliane; quelle del parlamento austriaco erano riferite invece diffusamente soltanto quando vi si udissero critiche micidiali e vi scoppiassero il tumulto babelico e lo scandalo.
Ma una cosa era questo giuoco sottile dello "scrivere il giornale come se uscisse in Italia" quando si trattasse di organi di limitata diffusione e pubblicati notoriamente a scopo dimostrativo, ed altra cosa il vedere adottato lo stesso sistema da un giornale di diffusione universale, vero dominatore del pubblico, temperato nelle discussioni e nei giudizi, cos da averne l'impressione di una connaturata obbiettivit. Non si possono dare tutti i torti alle autorit austriache se, veduta la gravit del fenomeno, avevano congegnato ogni sorta di nodi scorsoi per preparare al Piccolo la brutta morte. Ma il Piccolo non era tanto ingenuo da non sapere di meritarsela e stava in guardia. La tastiera dell'irredentismo coi suoi timbri caratteristici che abbiamo accennato, era un arduo e pericoloso strumento musicale, non impossibile a suonarsi soltanto nel caso che il suonatore fosse un virtuoso. Il Piccolo vi aveva raggiunto una squisita virtuosit. Diceva tutto, si permetteva tutto; ma aveva sempre pronto un pretesto formalmente plausibile, un'ombra di ragione legale, per non rompersi sullo scoglio.
D'altronde, esso aveva per s la fatalit della storia. Non erano trascorsi due mesi dal compromesso elettorale, di che si era tanto compiaciuto il barone Rinaldini, e gi il Piccolo veniva sequestrato, nell'anniversario del supplizio dell'Oberdan, per aver raccolto parole che alludevano a lui nella conferenza della scrittrice Adele Butti.... su Giovanna d'Arco; e gi il Piccolo usciva listato a nero per la morte di Amedeo di Savoia; e gi il Piccolo era ai ferri corti col partito conservatore per un'elezione suppletoria. Pochi mesi dopo, il Governo austriaco scioglieva la societ "Pro Patria" colpevole di rinuncia, il giorno del suo congresso di Trento, all'annunciato imbandieramento della citt, pur di non ottemperare alla condizione posta dall'autorit che un vessillo dell'impero si inalzasse fra i cento altri.
Nel banchetto tenuto a Trento dopo il congresso, un illustre patriotta trentino, alludendo ai gruppi della "Pro Patria", concluse: - tutti i gruppi vengono al pettine. Io bevo al pettine. - Tutti compresero che il pettine era l'Italia e si lev un uragano d'acclamazioni a quel pettine.
La storia ha le sue vie, e si rimette a camminare su quelle, per una spinta interiore e irresistibile, anche se l'uno o l'altro, in un determinato momento, abbia a illudersi che si potrebbe farla marciare per una qualsiasi viottola un po' pi a destra o un po' pi a sinistra.
Lo scioglimento della "Pro Patria" determin malumore e agitazioni irredentiste in Italia, forti e prolungate quali non si erano avute dopo il 1882; a Trieste vi rispose una vera seminagione di petardi, che esplodevano da tutte le parti, e l'autore ne pag il fio con tre anni e mezzo di carcere. Il Governo avrebbe voluto proibire anche la costituzione della Lega Nazionale, che doveva assumere l'eredit della "Pro Patria"; ma su questo punto il Tribunale dell'Impero, che era istanza suprema anche in cose di evidente natura politica, diede torto al Governo. Il giorno stesso che ci fu noto, 29 ottobre 1890, s'iniziava nel Piccolo la prima sottoscrizione per la Lega Nazionale: la prima delle tante, anzi delle quotidiane, che poi, in venticinque anni, diedero raccolto di parecchi milioni. I primi sottoscrittori furono A. G. Benussi, Venezian, Liebmann, Caprin, il dott. Spadoni, Bernardino, T. Mayer e i tipografi dello stabilimento Morterra e del Piccolo.
Operai di sentimento nazionale, questi ultimi. Pochi mesi innanzi si era celebrato per la prima volta il primo maggio socialista. Ricordo benissimo che la borghesia triestina aveva avuto un'incomprensibile paura di quella giornata "piena d'incognite". Quanto al Governo austriaco, esso aveva pubblicato gi il 21 aprile 1890, sul giornale ufficiale, una rude comunicazione concernente "l'agitazione nei circoli operai per una festa dimostrativa il primo maggio". L'i. r. Luogotenenza si diceva indotta ad avvertire gli operai nel loro proprio interesse che, a norma delle leggi vigenti, l'abbandono del lavoro poteva avere per conseguenza l'immediato licenziamento dell'operaio e la sua punizione da parte dell'autorit politica. "Se poi vi fossero stati disordini, l'autorit si sentiva il dovere di mantenere l'ordine e la quiete e avrebbe dovuto compierlo anche il primo maggio con tutta severit".
Il Piccolo, per conto suo, opinava che la giornata "sarebbe riuscita simile a tutte le altre", e non condivideva le ansie dei timorosi. La mattina del primo maggio pubblicava un secondo articolo, intitolato: "Di che si ha paura?". Difatti fu una giornata freddiccia, piovosa e perfettamente tranquilla, ma con tutti i negozi chiusi per sbigottimento, con molti gendarmi nelle vie e con gli operai rintanati nelle case per non esporsi a brutte avventure. L'organizzazione socialista era ancora molto debole, e tale rimase per cinque o sei anni.
Alla fine del 1890, due celebri canzonette triestine corsero l'Italia, premiate nel primo concorso del Circolo Artistico. Ma l'idea di quel concorso era stata lanciata dal Piccolo. Da allora il concorso si fece ogni anno. Era una delle passioni del tempo. Altre passioni erano le regate, con le accanite dispute tra gli armi tedeschi e italiani e con polemiche di stampa, quasi politiche, sul valore degli uni e degli altri; erano i veglioni carnovaleschi; erano le corse velocipedistiche iniziate nel 1888, dopo che l'anno innanzi s'erano vedute a Trieste le prime biciclette. Ma Trieste invero andava incontro a un'ora molto triste e preoccupante: l'accennato toglimento del porto franco. Come s'avvicin la giornata del 30 giugno 1891, in cui doveva cessare la franchigia durata per quasi due secoli, a poco a poco tutti gli altri argomenti d'interesse si spensero. "Linea di confine - chiamava il Piccolo quella giornata - tra un periodo di commerciale floridezza e un avvenire incerto, oscuro."
Pessimista dunque il Piccolo: e tutti erano pessimisti. Ce n'era ragione anche senza pensare agli accrescimenti di tono per eccitar rancore contro il Governo austriaco. Rincaro di prezzi, disoccupazione di braccianti, partenza di negozianti, fallimento della pi cospicua casa commerciale che esistesse nell'emporio e di molte altre, chiusura del Teatro Comunale, infoscamento dell'allegro carattere triestino, quale non s'era mai visto. Tempi smorti e grigi. Accresceva lo scoramento il sentir commemorare dalla marina austriaca la battaglia di Lissa con parole d'omaggio al valore della alleata marina italiana e suono della Marcia Reale.
E tuttavia, anche messi a cos dura prova, gli ideali nazionali rimanevano l'ostinato sorriso dell'anima. Duemila cittadini, in un paio di giorni, erano accorsi a inscriversi al Gruppo della Lega Nazionale di Trieste, appena costituito. E a Trieste, il 2 novembre 1891, si tenne anche il congresso costitutivo della nuova associazione. Grande giornata fu quella, e il Piccolo vi dedic quasi tutto il giornale.
Poco dopo, un piccolo processo. Il Piccolo era stato sequestrato, anche quell'anno, l'indomani dell'anniversario del supplizio d'Oberdan. Curiose esigenze ponevano i cittadini alla stampa in quel tempo; inviavano ai giornali elargizioni commemorative, in determinati anniversari, coprendosi comodamente con le impenetrabili iniziali N.N. o X.Y., e i giornali dovevano pubblicarle ed esporsi alle conseguenze. Se non lo facevano, erano recriminazioni in citt contro la loro "mancanza di coraggio". Difatti, per una ventina di elargizioni anonime, si ebbero quell'anno la Lega Nazionale perquisita, il Piccolo e l'Indipendente sequestrati e processati: e il Piccolo riusc a salvarsi, anzi a far togliere il sequestro, soltanto perch il suo avvocato pot far valere che l'elargizione incriminata era comparsa il giorno 21 dicembre, e non il 20.
Altro processo: ma questo riguardava personalmente Teodoro Mayer, e non il giornale.
In seguito a un duello, l'autorit aveva processato i due avversari, i quattro testimoni, fra i quali il Mayer, e il proprietario della villa dove lo scontro era avvenuto. Vi furono otto condanne, da un mese a otto mesi di carcere duro. La giustizia si era mostrata particolarmente severa. Bastava per chiedere la grazia sovrana per ottenere la commutazione della pena in una lieve multa.
Cinque dei condannati chiesero difatti la grazia. Ma Teodoro Mayer, sollecitato a compiere lo stesso passo, rispose: "Non chiedo grazia all'imperatore austriaco"; la stessa condotta tennero Isidoro Reggio, direttore dell'Indipendente, testimonio insieme col Mayer e Giulio Ventura. Soltanto i due giornalisti adunque e il Ventura scontarono la loro pena. Nel secondo mese di carcere il Mayer fu addetto alla cancelleria. Doveva copiare sentenze del Tribunale, tenere in ordine i registri, ecc. Allora chiese ed ottenne di potersi aiutare in questo lavoro con una macchina da scrivere: e cos impar a scrivere a macchina.
Il 19 giugno 1892, il nuovo erede del trono, arciduca Francesco Ferdinando d'Este, giungeva per la prima volta di passaggio nella citt. Il Piccolo dedicava a ci quattro righe, sotto il titolo: "Principe di passaggio". Invece dava molto colore, quel giorno, ai primi dati statistici sui risultati deleteri del toglimento del porto franco. In citt 607 magazzini vuoti; perdita di pigioni, 1.240.377 fiorini, di imposte per il Governo 326.130 fiorini e 24.807 per il Comune. Un premio a chi sapesse dar notizie del promesso sviluppo industriale.
Sempre qualche dimostrazione in citt. Per i funerali dell'avv. Antonio Vidacovich, capo del Partito Nazionale, un ardito discorso del giovane Arturo Zanetti, che condusse all'arresto dell'oratore. Poco dopo, arresti di altri giovani per gli ormai endemici petardi: usanza che ben presto cess. Altri arresti dopo l'anniversario d'Oberdan. Nell'aprile 1893, il Governo improvvisamente scioglie il Consiglio comunale, che era del resto prossimo alla sua natural fine: e il Piccolo riporta dai giornali di Vienna la voce che quello scioglimento, del quale nessuno sapeva vedere la ragione, fosse da imputare alla previsione che il Consiglio volesse compiere un atto di omaggio in occasione delle imminenti nozze d'argento dei Reali d'Italia.
Quello che il Consiglio non fece fu fatto dalla cittadinanza. La Polizia sapeva che la dimostrazione per i Reali, il 22 aprile, sarebbe avvenuta al Politeama Rossetti, durante la rappresentazione dei Pagliacci e aveva tentato di far sospendere la recita, sotto il pretesto dell'assenza dalla citt d'un rappresentante dell'impresa Sonzogno. Poi diede il permesso: e la sera il teatro si affoll di giovani che chiesero clamorosamente l'esecuzione della "Marcia Reale" mentre dalla galleria si gettavano margherite. Il teatro fu invaso dalle guardie, lo spettacolo si dovette sospendere; e parecchi giovani furono tratti in arresto e condannati per direttissima. Scene consimili avvenivano anche in un teatrino di variet e in alcune trattorie dove c'erano orchestre. La Polizia invadeva anche le case dei cittadini quando s'accorgeva che vi si facesse festa. E su ci il Piccolo ebbe anche una polemichetta con l'Adria, che denominava "schiamazzatori" quei cittadini. Uno di essi se ne risent, e chiam arditamente in Tribunale il direttore dell'Adria. E il direttore del supplemento ufficiale dovette pagare un'ammenda. Le elezioni del 1893 cancellarono il compromesso di quattro anni innanzi. Felice Venezian torn alla testa del Partito; si ebbe lotta coi governativi; le giornate elettorali si chiusero con soddisfazione del Partito Nazionale. L'organo della Luogotenenza, la Triester Zeitung, che aveva minacciato, ove riuscissero gli avversari del Governo, nientemeno che di "piantare il primo chiodo sulla bara dell'italianit di Trieste", fece buon viso a cattivo gioco, e assunse un tono cortese verso il nuovo Consiglio. E il Piccolo, finita la campagna elettorale, si fece severo ammonitore di economia nel bilancio del Comune: bench riconoscesse che Trieste era un'altra, era notevolmente cresciuta in quegli anni, e che molte spese si sarebbero dovute fare per il rinnovamento della citt.
E difatti Trieste era cresciuta molto dai giorni della prima comparsa del Piccolo, e andava di giorno in giorno perdendo il suo carattere provincialesco d'un tempo. Era chiaro ormai che anche la crisi del porto franco sarebbe stata superata; bench i primi sintomi di vero risollevamento non dovessero aversi che verso la fine del secolo...
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Il 17 aprile 1894, il Piccolo inaugurava la sua prima macchina rotativa. Non sarebbe stata grande novit in altri luoghi e in altre circostanze, poich le rotative fungevano da parecchi anni: ma era la prima a Trieste, e rappresentava la conquista, in dodici anni di lavoro, d'un giornale sorto nelle condizioni pi umili e precarie, senza appoggi e senza finanziatori, e che si era costruito tutto il proprio capitale da s, a soldo a soldo. Non pu adunque meravigliare se il Piccolo, descrivendo nella prima pagina il poderoso ordigno meccanico arrivatogli dalla "Maschinenfabrik" di Augusta, riepilogava con commosso orgoglio le proprie vicende tipografiche:
"Il Piccolo nacque, son ora poco pi di dodici anni. Veramente piccolissimo, allora, povero. Il Piccolo veniva stampato prima dall'uno, poi dall'altro tipografo; ma gi la simpatia del pubblico gli si volgeva, a poco a poco, ogni giorno di pi; la sua diffusione andava aumentando; e nel 1884 il Piccolo pot darsi finalmente il lusso di una macchina sua. Povera vecchia macchina a mano, con che emozione noi ti piantammo l, in quel piccolo sottoscala sul Corso. E che angoscia, che orribile stretta al cuore, quando la prima notte, messici al lavoro, ci accorgemmo che la piccola macchina non andava, che la carta, messa bianca nel congegno, ci ritornava bianca dall'altra parte e dovevamo di nuovo, di notte, andare in cerca d'un altro tipografo...."
Poi quella vecchia macchina era stata messa a riposo; altre vi erano succedute, ed ora veniva questo magnifico macchinone, che per nei primi giorni diede anch'esso i suoi fastid. La stampa del Piccolo era pallida e spesso fosca, e il giornale doveva invocare la pazienza dei lettori, troppo corrivi ad affermare che si stava meglio quando si stava peggio. Poi la rotativa fece il suo dovere.
Fra le prime notizie curiose da essa stampate vi fu questo "Genetliaco Imperiale" del 19 agosto 1894: "Iersera al Boschetto ebbe luogo una festa popolare che non riusc molto brillante, causa il tempo sfavorevole. Vi assistevano alcune centinaia di persone. Alle 9 1/2 v'intervenne il signor Luogotenente, che s'intrattenne un quarto d'ora".
Pi frequenti notizie erano quelle su mosse politiche degli slavi, ora per pretendere scuole, anche nella citt stessa di Trieste, ora per esigere maggior occupazione di loro gente ai Magazzini Generali e in altre aziende. Essi incominciavano ad avere dei dirigenti di polso, e il Governo faceva conto di loro, pi che non in passato. Il 12 ottobre 1894 scoppia come una bomba la notizia che il Ministero della Giustizia imponeva le tabelle bilingui, con dicitura italiana e slava, negli uffici giudiziari di parecchie citt, tra le quali Pirano, nel cui Comune vivevano 10.420 italiani e 1546 sloveni. Pirano si ribella. Il 23 ottobre, sotto il titolo: "I gravi disordini di Pirano", il Piccolo descrive i ripetuti attacchi della folla per staccare la tabella bilingue, la sassaiola contro l'i. r. Giudizio, le cariche della gendarmeria alla baionetta. Era una domenica. Nel pomeriggio del d seguente un rimorchiatore dell'i. r. Marina da guerra parte dal molo Giuseppino di Trieste (oggi molo Venezia) portando a Pirano una compagnia di fanteria. Le truppe sono accolte dai piranesi con grida: "Non vogliamo tabelle slave! Vogliamo la tabella italiana! Gi le armi!" La tabella bilingue  gi staccata; la folla vi sostituisce un'insegna italiana tolta dal negozio di un tabaccaio. La situazione  estremamente tesa. La sera, l'usciere del Giudizio toglie l'insegna provvisoria affissa dai cittadini e mette al suo posto una tabella nuova dalla dicitura esclusivamente italiana. L'intervento militare si limita quella sera al collocamento di una sentinella sul posto. Pirano sembra aver vinto. L'entusiasmo si propaga a Trieste, e vi s'inizia tosto una grande sottoscrizione per la Lega Nazionale. Fatti non grandissimi ma che parvero straordinari nella quiete dei tempi. Gli slavi reagirono col calunniare Pirano come citt caduta in preda all'anarchia, e con lo spezzare e insudiciare le tabelle italiane di Servola. Il fermento contro le tabelle bilingui continu in tutta l'Istria. Il Piccolo fu sequestrato quattro volte in una settimana. Il 2 novembre tutti i podest e le rappresentanze comunali istriane si radunano a Trieste per una protesta contro le tabelle bilingui, e la folla scatta in una grande dimostrazione di plauso al Podest di Pirano, Domenico Fragiacomo. Tre giorni dopo, con grande apparato di forze militari, il Governo restaura a Pirano la tabella bilingue. E questa volta i cittadini debbono limitarsi a un cruccioso e sdegnato rintanarsi nelle case e a lasciare la citt deserta: ogni resistenza  impossibile.
Sono quelle le giornate pi drammatiche dell'ultimo decennio del secolo: e il Comune di Trieste le vorrebbe eternate in un'epigrafe dettata da Attilio Hortis. Ma la Luogotenenza proibisce anche questa.
Negli anni successivi le dimostrazioni si concentrano sul XX settembre. Nel 1895 si  celebrato il ventesimoquinto anniversario dell'Italia entrata in Roma, e i cittadini si sono accorti della suscettibilit del Governo austriaco su questo punto.  stata esercitata pressione sul Podest Ferdinando Pitteri perch faccia sospendere una seduta del Consiglio comunale in cui l'on. Benussi doveva svolgere una mozione sull'avvenimento; si  proibito un comizio dell'Associazione Progressista, affermando trattarsi "di argomento concernente uno Stato estero", e per lo stesso motivo sono state proibite le manifestazioni cattoliche di protesta. Ma non si sono potute impedire vivaci dimostrazioni in piazza, segute da numerosi arresti, n una processione di congratulanti che salivano le scale del Consolato italiano. Il Piccolo annunciava in quei giorni che avrebbe pubblicato in appendice il nuovo romanzo di Zola, contemporaneamente al Journal e alla Tribuna. Il romanzo s'intitolava "Roma". Bello il pubblicare, per alcuni mesi, ogni giorno quel titolo: ma purtroppo il romanzo non valeva molto.
Era cresciuto non poco d'importanza, il Piccolo, in questi anni. L'Adria per gelosia, riproduceva un manifesto murale, di qualche anno addietro, rimasto affisso sopra una cantonata, che diceva: "Il Piccolo e il Piccolo della sera 15.000 copie". Il Piccolo, citando a testimonio l'ufficio di bollatura, poteva dimostrare che in quell'anno (1896) esso tirava in media 23.616 esemplari quotidiani: 13.634 la mattina, e 9692 la sera. Dieci anni dopo sarebbero sembrate, per il Piccolo, povere cifre; ma dieci anni prima, per il giornalismo triestino, cifre astronomiche. Il movimento d'espansione era stato e si manteneva costante, e lo accompagnava un accrescimento della pubblicit che era la vera forza economica del giornale. Non conviene infatti dimenticare che il bollo erariale vigeva ancora, e dei cinque centesimi del giornale ne mangiava due.
A vederlo, il Piccolo era in quel tempo il pi curioso tipo di giornale che esistesse in Europa. Non aveva un formato stabile. A volte usciva in due pagine solo, ma lungo, lungo; a volte in quattro pagine, di taglio pi breve. Teodoro Mayer, nella sua caratteristica praticit, non si era spaventato di quell'adattamento delle proporzioni ai maggiori o minori bisogni della giornata, e il pubblico s'era abituato a questa bizzarra elasticit. Esso esprimeva una condizione transitoria, che per ebbe a durare parecchi anni: finch il giornale usc ogni giorno in quattro pagine grandi.
La fortuna del Piccolo era fondata sopra un'amministrazione meticolosa e realista, che faceva esattamente i suoi calcoli. Un passo ogni giorno, s, ma non mai un passo pi lungo della gamba. Anche la redazione, per un giornale che usciva due volte al giorno, era ancora una piccola redazione. Da quando Augusto Garagnani, sul finire del 1892, vi era entrato stabilmente come redattore capo, non vi troviamo per qualche tempo che due nomi nuovi (a parte i redattori di passaggio, che non duravano a lungo): Giulio Cesari, strenuo lavoratore, scrittore snello e vivace, espertissimo della storia cittadina e delle cose municipali, ed Eugenio de Lupi, in cui s'adunavano la cronaca artistica e la cronaca giudiziaria. Una scrittrice sfavillante, Ida Finzi (Hayde), mandava ogni giorno al Piccolo della sera i suoi "Eccetera della cronaca" ed altri coloriti commenti ai fatti del giorno che talora prendevano forma ampia d'articolo; Giulio Piazza redigeva per il Piccolo della sera domenicale una rubrica briosa, molto amata a quei tempi, "Ritagli e scampoli", mentre Alberto Gentilli dava ogni settimana, per qualche anno, una rassegna delle riviste e dei giornali illustrati. Pi tardi entr nella redazione, molto giovane ancora, agilissimo ingegno, il dottor Roberto Prezioso, allontanatosi poi dal giornale per una missione di studio al Brasile, e tornatovi dopo un anno con mansioni pi larghe. Fino al 1899, il quadro della redazione era suppergi questo; e fu completato allora dall'entrarvi di Francesco Salata, uscito appena dagli stud, forte di coltura storica e giuridica e di competenza profonda nel diritto amministrativo.
Ma qui tocchiamo gi il tempo in cui il giornale, ingrandito, era divenuto autorevole guida delle popolazioni irredente su tutti i campi dei loro interessi e della loro coltura. Prima, altri passi si erano fatti. E soprattutto quello di assicurare il collegamento anche coi piccoli luoghi della provincia merc i servizi di corrispondenza. Uno dei concetti che Teodoro Mayer, tra i primi direttori di giornali italiani, apprezz ed applic, fu quello che il giornale dovesse dare al pubblico soltanto cose di propria fonte, genuine e vagliate, inviate da corrispondenti pagati, e quindi tenuti a un maggior scrupolo di diligenza e di responsabilit.
Altra cura, non appena il Piccolo ne ebbe i mezzi, fu quella di giovare alla causa degli irredenti, cercando di allacciare relazioni continuate fra Trieste e alcuni uomini eminenti d'Italia, dei quali esso ottenne via via la collaborazione. A parte il servizio normale di corrispondenza romana, che per oltre vent'anni, dal 1894 fino allo scoppio della guerra, fu tenuto da uno dei pi valorosi giornalisti del tempo, Salvatore Cortesi, il Piccolo della sera gi dal 1896 incominciava a pubblicare articoli d'uomini come Ruggero Bonghi, Ferdinando Martini, Romualdo Bonfadini. La collaborazione di Ferdinando Martini s'iniziava con un articolo sulle nozze del Principe di Napoli con la Principessa Elena del Montenegro e proseguiva regolarmente per lungo periodo, illuminando la politica italiana del giorno: si interruppe di necessit quando l'illustre uomo era nominato vicer dell'Eritrea, e l'amministrazione del giornale ancor oggi ricorda che l'ultimo onorario per la sua collaborazione gli fu mandato all'Asmara. Gli articoli romani furono allora assunti da un altro dei pi equilibrati e robusti ingegni del tempo, Romualdo Bonfadini.
Che l'azione del Piccolo per la causa italiana fosse conosciuta ed apprezzata dal Governo di Roma, si dimostr a Teodoro Mayer, sebbene in maniera che egli non poteva gradire, durante una sua visita alla capitale d'Italia, essendo al potere il secondo Ministero Crispi. Il Governo stesso aveva desiderato venire a contatto con lui, e Mayer era partito senza informarne dapprima nemmeno i suoi pi stretti amici politici.
Dopo una lunga e cordiale conversazione col Ministro degli Esteri, barone Blanc, questi avrebbe voluto che il Mayer accettasse un contributo finanziario del Governo per il suo giornale. Non si poteva in verit fargli offerta meno accetta, giacch la propria assoluta indipendenza, il vanto che il Piccolo si fosse fatto tutto da s e senza chiedere mai nulla ad alcuno, erano punti d'onore sui quali Teodoro Mayer non transigeva. Respinta pertanto l'offerta, affermando che il Piccolo di nulla aveva bisogno, egli stim utile soggiungere che altri bisogni c'erano bens nelle province irredente per istituzioni create dal Partito Nazionale a difesa dell'italianit: onde se il Ministro volesse a quelle dedicare la somma di che disponeva, e magari un importo pi forte, egli sarebbe stato ben felice di farsi trasmettitore segreto dell'aiuto del Governo italiano. Questa condotta guadagn immediatamente a Teodoro Mayer l'amichevole fiducia del barone Blanc e di Crispi stesso: e s'iniziarono da allora rapporti di fidatezza fra gli uomini che si succedettero al Governo d'Italia e l'ancor giovane giornalista triestino. Rapporti che, conosciuti a Trieste soltanto da pochi segretissimi amici, dovevano in seguito assumere tanta importanza quando il direttore del Piccolo decise di soggiornare a Roma alcuni mesi dell'anno.
In verit, asserendo in quei giorni che il Piccolo non aveva bisogno alcuno, Teodoro Mayer sorpassava un poco la realt. Il Piccolo era un giornale attivo; non ancora un giornale ricco; e bisogni ve ne sarebbero stati molti, ai quali esso prefer provvedere d'anno in anno con le sue forze. Soltanto l'abolizione del bollo sui giornali, che convenne per aspettare fino al 1900, permise un maggior agio a tutta l'azienda. Ma insieme con la stretta economia vigeva al Piccolo la perfetta onest; e fra tante amministrazioni irregolari dei giornali d'allora, quella del Piccolo, regolatissima e puntualissima, godeva la fama di una perla rara. A proposito di che, si pu ricordare a titolo di curiosit ed onore che ancora parecchi anni dopo, quando Benito Mussolini soggiornando a Trento, redattore del giornale di Cesare Battisti, imparava a conoscere la stampa degli irredenti, il futuro Primo Ministro scriveva all'attuale direttore politico del Piccolo, allora giovane alle prime armi, queste parole: "Se vuoi entrare nel giornalismo scrivi nel Piccolo di Trieste:  il solo giornale italiano che compensa puntualmente i suoi collaboratori". Parole che hanno quasi segnata la strada a chi le ricevette. Quello scritto  oggi cimelio prezioso dell'archivio del giornale.
Le pi bersagliate vittime delle fluttuanti amministrazioni giornalistiche d'allora erano i primi "inviati speciali" che viceversa non erano inviati affatto. Erano giornalisti che partivano per conto proprio verso il teatro dell'uno o dell'altro avvenimento, e offrivano a questo o quel giornale un articolo o una serie d'articoli. I giornali accettavano, mettevano anzi in bella vista il "servizio speciale"; ma quando si trattava del compenso, il giornalista, che era avventizio e lontano, aveva da sudare tutte le sue camicie prima di vedere un quattrino, e spesso non lo vedeva. Forse pi per disordine che per malvolere.  superfluo dire che questo sistema al Piccolo non si conosceva. Esso si era messo fin dai primi giorni in linea con lo stretto numero di giornali coscienziosamente amministrati, che tenevano esatto conto di ogni servizio. Uno dei primi servizi speciali del Piccolo fu quello di Silvio Ghelli, dal Montenegro, per le nozze del Principe di Napoli. Poi ne vennero altri e frequenti; n manc il nome di Adolfo Rossi, che in questo genere era il pi reputato giornalista d'allora, e fece per il Piccolo nel 1900 una lunga serie d'articoli sugli ultimi residui del brigantaggio.
Le nozze del Principe di Napoli, il futuro Re Vittorio Emanuele III, furono segute a Trieste come un avvenimento adriatico, a cui per un presentimento indefinibile si sentiva legato il destino della citt. Il Piccolo, grazie ai suoi buoni informatori, aveva annunciato il fidanzamento fino dal 21 luglio 1896 e l'Agenzia Stefani lo aveva formalmente smentito. Un mese dopo, il 19 agosto, la notizia era data dalla Stefani stessa. Nell'ottobre avvenne a Roma la cerimonia nuziale, e cost al Piccolo un sequestro e una grossa sentenza. Fu sequestrato per aver descritto il mazzo di fiori offerto in nome delle donne triestine all'Augusta Sposa. Tre mesi dopo, il Tribunale confermava il sequestro con questa motivazione
"Esiste di fatto ed  notorio, nelle nostre provincie del Litorale e del Trentino, un partito malcontento del presente ordine di cose, che intende ed anela a un distacco delle suddette due provincie della nostra Monarchia ed alla annessione delle stesse al vicino Regno d'Italia e che non lascia trascorrere alcuna occasione anche remota che gli si offra, per dare s nel nostro Stato, che nel vicino Regno, espressione a tali suoi sentimenti ed al suo malcontento che lo stato presente perduri malgrado le sue aspirazioni.
"Nell'occasione delle nozze del principe ereditario d'Italia con la principessa Elena del Montenegro, il suddetto partito che coglie ogni pretesto per mettere in evidenza la sua deplorevole attivit e le sue criminose aspirazioni, si faceva auspice e promotore del presente di un mazzo di fiori alla sposa, principessa Elena del Montenegro, celando il nome del donatore e facendo apparire come donatrici le donne triestine, e nell'articolo del giornale il Piccolo, che diede motivo al sequestro, si esalta e il donativo e l'impressione destata dallo stesso, che viene detto "magnifico e superbo".
"Quando si ponga mente all'anzidetto, al fatto che nell'articolo in questione si parla, oltre che del mazzo di fiori, della pergamena augurale dei cittadini di Nizza, Trieste e Trento, adunque delle terre italiane ancora irredente, come le chiama il partito irredentista, al fatto che nel mazzo in questione campeggiava un gruppo di miosotidi, il fiore che in linguaggio popolare si addimanda "Non ti scordar di me", che sul nastro di seta vi ha da un lato ricamato in violette del pensiero lo stemma di Trieste - espressione dell'augurio inalzato dal suddetto partito che il futuro Re d'Italia (Principe Ereditario) non ponga in oblo le terre irredente, come queste anelano a congiungersi al Regno d'Italia, al fatto che il mazzo venne offerto non gi in nome delle cittadine italiane qui dimoranti, ma delle donne triestine,  non soltanto logico, ma per ciascheduno  necessario il concludere che, come il mazzo di fiori fu offerto, promotore il partito irredentista, l'articolo sequestrato nel suo complessivo tenore racchiude espressioni che esaltano ed augurano l'eventualit del distacco delle suddette provincie della nostra Monarchia dall'unit politica della stessa e la loro annessione al Regno d'Italia, ed evidentemente sono atte ad eccitare e propagare nella popolazione sentimenti tendenti a minacciare e scuotere il nesso politico del nostro Impero".
Prosa fiorita, trattandosi di un mazzo di fiori, ma esplicita nelle sue deduzioni quanto nessun altro documento austriaco del tempo.
Quell'anno 1896, nel giornalismo triestino s'iniziava con la morte di Enrico Matcovich, direttore del Mattino, e si chiudeva con la morte dell'Adria. Il Matcovich aveva veduto melanconicamente la decadenza del giornale sotto il cui giallognolo e nerognolo colore aveva sepolto i suoi ideali; ma forse avrebbe saputo preservarlo dagli episodi loschi e ridicoli che ne accompagnarono poco dopo la fine ingloriosa. Quanto all'Adria, che abbiamo veduto protagonista nei primi capitoli di questi ricordi, essa era ormai una sopravvissuta, una dimenticata, un'esile sfilacciata calzetta dove il Governo buttava a malincuore i suoi soldi: era gi morta per tutti da un pezzo quando annunzi che s'era decisa a morire. Il Cittadino, dopo un ultimo voltafaccia (e fu questa volta in senso nazionale), aveva cessato le pubblicazioni gi da qualche anno. Di tutti i giornali che stavano sulla scena triestina al comparire del Piccolo, non vivevano che il giornaletto tedesco della Luogotenenza e i due organi nazionali: l'Indipendente e il Piccolo. Il primo tirava poco pi di un migliaio di copie, ma tuttavia era tenuto in vita dalla tenacia del suo direttore, Riccardo Zampieri; l'altro era vigoroso e fiorente quanto non mai altro giornale di Trieste: e che cosa rappresentasse, lo abbiamo letto or ora nelle parole dei giudici austriaci a proposito di un mazzo di fiori.
Il 29 maggio 1897, il Piccolo entrava nella nuova redazione, che s'era allestito in casa propria, acquistando il bello, signorile palazzo Tonello in Piazza Goldoni, con tutta l'area attigua. L'aspetto del palazzo poteva far supporre una prosperit finanziaria che in realt il Piccolo era ben lungi dall'aver raggiunto in quel tempo. Il Mayer dava la nuova sede al giornale con un'operazione ipotecaria che gli permetteva di entrare in possesso dello stabile versando un decimo del prezzo. Un colpo d'audacia incoraggiato dalla certezza che il giornale avrebbe seguitato il suo sviluppo.
A pianoterra della nuova sede, adattata una sala delle macchine, si erano montate le due rotative; al primo piano stavano gli uffici della redazione e dell'amministrazione; sul colmo dell'edificio, un orologio di nuovo ingegnoso modello, batteva le ore sopra la piazza di mercato, sempre densa di popolo.... Quanto a decoro, poteva dirsi una delle pi belle redazioni d'Italia, e anche quanto a comodit degli uffici non v'era confronto con la sede di Via Nuova, dove gi da pi anni si lavorava pigiati. Ma soprattutto le aree attigue, con la fronte verso Via della Fornace (poscia Via Silvio Pellico), assicuravano ogni possibilit di sviluppo per i bisogni futuri: e non corse gran tempo che si diede mano ai lavori per la costruzione di una graziosa palazzina, di buona architettura, compiuta nel 1901, dove si fece un po' di largo alla redazione e ad alcuni uffici amministrativi, e si colloc la grande sala dei compositori che ebbe nel 1902 le sue nuove ospiti, le "linotypes". Il Piccolo aveva allora vent'anni, vedeva un nuovo secolo, vedeva anche una nuova et del giornalismo; e volgendosi indietro, da quella sede signorile, al vivere quasi zingaresco dei primi suoi giorni, la realt del lavoro duro e pertinace di quel ventennio doveva sembrargli trasfigurata in una fiaba meravigliosa...
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Si disse che la vicenda Dreyfus, con le sue peripezie drammatiche, i suoi "colpi di scena", l'ossessione che n'ebbe il pubblico, la necessit di correr dietro ogni giorno a una ridda di casi inaspettati e di nuovi enigmi, avesse compiuto una rivoluzione nel moderno giornalismo europeo. Se qui fosse il luogo di occuparsi di questi problemi generali, potrebbe forse anche il Piccolo, come qualunque altro giornale, prestarsi alla documentazione dei rapporti tra quel celebre dramma politico-giudiziario e l'accelerazione di ritmo, l'intensificazione del tono nervoso, nella tecnica del giornalismo d'informazioni. Certo  che, tra il 1897 e il 1900, l'implacabile "Affaire" invade le pagine del Piccolo e del Piccolo della sera, e che diviene abitudine quotidiana, giustificata dall'interesse febbrile, quello che ancora alla vigilia sarebbe sembrato un folle spreco: il farsi telegrafare a colonne, da un paese estero, la puntata quotidiana dell'eccitante romanzo d'appendice che era in quel momento la storia.
Ma anche nella vita locale di Trieste non corrono anni sonnolenti. Anzi corrono irrequieti. Dapprima entusiasmo e tripudio, poi una torbida concitazione. Al principio del 1897, il Partito liberale nazionale prende una deliberazione che  inevitabile: esso parteciper per la prima volta alle elezioni di deputati al Parlamento di Vienna. Si era sempre da ci astenuto finora, non vedendo che cosa un partito irredentista potesse avere a fare al Parlamento austriaco. E sempre con pochi voti erano andati a Vienna, in figura di rappresentanti di Trieste, alcuni uomini del partito governativo. Ma ora una nuova legge elettorale prescriveva che una parte dei deputati fosse eletta a suffragio universale (la cosidetta quinta curia): e ci mutava radicalmente la situazione. Astenersi dalla lotta non avrebbe gi significato, come in passato, abbandonare gli usati seggi ai placidi conservatori del Partito governativo, bens disertare un campo dov'erano per scendere in lizza gli slavi e l'ormai cresciuto e animoso partito socialista. La rappresentanza di Trieste sarebbe stata disputata da tutti costoro in battaglia aperta: le battaglie trascinano le folle: a che sarebbe giovato il teoretico indifferentismo del Partito Liberale Nazionale?
Il Piccolo inizi la campagna con molto slancio: e si ebbero quelle grandi giornate elettorali del 1897, capitanate da Felice Venezian, che mantennero la citt per due mesi in uno stato di effervescenza, esaltato a quando a quando da uragani di gioia. Fu la prima delle grandi battaglie elettorali combattute dal Piccolo, che vi si impegn con tutte le forze. Dur la campagna due mesi; perch dapprima, nel febbraio, si ebbe il rinnovamento del Consiglio cittadino. Il trionfo del Partito Nazionale, in questo campo pi ristretto, fu senza limiti: gli uomini del partito governativo furono letteralmente spazzati via dal Consiglio, e dopo la prima batosta suonarono la ritirata: il Piccolo esultante annunciava il suicidio di questo vecchio partito. La sconfitta era micidiale specialmente per il Mattino. Dopo la morte del Matcovich, il Mattino, assunto da un comitato politico che faceva capo a un ambizioso funzionario della Luogotenenza, Giovanni de Krekich-Strassoldo, si dava arie da futuro sbancatore del Piccolo, pubblicava un supplemento serale che s'illudeva contrapporre al Piccolo della sera e metteva fondo a un sacco di quattrini posti sconsigliatamente a sua disposizione. Finiti quelli non ce ne furono altri: con lo sbaraglio elettorale incominci l'agonia.
Eletto il nuovo Consiglio, tutto nazionale, si pens immediatamente alle elezioni politiche. Alle giornate di febbraio succedettero le giornate di marzo. L'esponente della situazione era Attilio Hortis, candidato nella curia a suffragio universale. Intorno a lui si faceva d'improvviso un'aura di popolarit immensa. Un comitato di tremila elettori sosteneva la sua candidatura, da tutte le parti si vedeva il suo ritratto, si lanciava in suo onore una canzonetta, che attecch e che tutti cantavano. Hortis, dopo aver arringato nei comizi, scendeva a parlare in dialetto triestino nelle osterie di Citt Vecchia: il Mattino insinuava che lo facesse perch stimava il popolo di Citt Vecchia incapace di comprendere la lingua italiana: era rabbuffato dal Piccolo, che spiegava aver Hortis parlato al popolo nel dialetto italiano del popolo. Qualche dardo scoccava anche contro i socialisti, accusati di sottrarre voti italiani al candidato nazionale: "La propaganda socialista, - diceva il Piccolo - trattandosi di una semplice manifestazione, senza speranza di risultati per la causa,  un delitto". La vittoria, in un'atmosfera fattasi molto calda, era prevedibile e riusc clamorosa. Il giorno 8 marzo Attilio Hortis fu eletto con 14.109 voti contro 4137 dati al socialista Ucekar e 6020 all'oste slavo Nabergoi (votava anche il territorio). Il Piccolo pubblic quattro edizioni quel giorno. La sera, tutta la citt, illuminata, s'abbandon a una strepitosa folla. Non mancarono chiusure di caff imposte dall'autorit, colluttazioni con la polizia, ed altre coi socialisti. Fu quella la pi bella ma anche la pi facile delle vittorie nazionali: poich il nome di Attilio Hortis suscitava sconfinate speranze, e l'atmosfera era serena, tutta disposta a favor suo. L'elezione fu appresa con grande giubilo in ogni parte d'Italia: si ebbero articoli inneggianti di Luigi Arnaldo Vassallo, di Dino Mantovani, telegrammi plaudenti di Carducci, di Panzacchi e dei loro discepoli bolognesi. Nei giorni seguenti uscirono dalle urne con bella maggioranza anche gli altri candidati nazionali, l'avv. Guido d'Angeli, l'avv. Luigi Cambon, e perfino quello del terzo collegio, Leopoldo Mauroner, bench votassero in quel collegio anche gli slavi del territorio. Nuove dimostrazioni in citt e in tutta la provincia; nuova illuminazione.
Trieste era per tal modo rappresentata nel Consiglio municipale, come nella sua deputazione, esclusivamente da uomini del Partito Nazionale. Gli italiani di tutte le provincie irredente ne ebbero un'impressione di forza. Si parl tosto della costituzione di un Club parlamentare italiano che, date le condizioni precarie della maggioranza al Parlamento di Vienna, avrebbe potuto avere la parola decisiva in certi momenti e strappare al Governo (si sperava) non poche concessioni in senso nazionale. Erano 19 deputati: 5 di Trieste (il quinto era l'on. Basevi, deputato della Camera di Commercio), 3 dell'Istria, 3 del Friuli orientale, 8 del Trentino. Gi al finire dell'estate, l'organo ufficiale, l'Osservatore triestino, si rivolgeva con cortesi forme al Club italiano invocandone la mediazione nel conflitto tra tedeschi e slavi, che il Ministro conte Badeni non riusciva a dominare. E il Piccolo, riproducendo i commenti di tutta la stampa austriaca a quell'articolo, rilevava l'importanza assunta dal Club italiano: importanza che, oggi possiamo dirlo, sarebbe potuta anche essere reale ed effettiva.... se il Club parlamentare italiano avesse potuto mettersi dal punto di vista della politica austriaca. Ma, per quanto mandati a Vienna in veste di maneggiatori e di negoziatori, i deputati italiani non potevano cessare di essere degli irredentisti. Inutile perci illudersi che grandi risultati avessero a raggiungere.
Comunque, ivi le cose non si erano messe male. Al Consiglio cittadino, invece, gli uomini di parte nazionale non erano preparati a trovarsi soli, senza avversari che li tenessero serrati con la loro critica. Gli animi si divisero. Si divisero fin dalla prima seduta, su l'elezione del Podest. Si voleva un uomo pi energico che il gentile avv. Ferdinando Pitteri, il Podest degli ultimi anni: ma escluso l'uno, escluso l'altro, non si riusciva a trovarlo: e si fin col chiamare a quel posto un uomo d'indubitata energia e di vigorosa mente, ma che per certe scabrosit del suo carattere faceva quasi parte a s, l'avv. Carlo Dompieri. Si ebbero dimissioni di consiglieri che, amici del Pitteri, non approvavano il mutamento di Podest; poi ben presto si cadde in nuovi dissapori per la questione dell'acquedotto cittadino, entrata allora in uno dei suoi periodi scottanti. Alcuni membri del piccolo gruppo detto "democratico" non ammettevano che si passasse a risoluzioni su quella grande opera pubblica, senza che vi avesse parte, o come progettante, o come tecnico di fiducia, l'ingegnere emiliano Ducati su cui si erano concentrate le loro simpatie. Da ultimo il Ducati, vedendo perduta ogni speranza e giudicandosi danneggiato per il molto tempo speso a Trieste nell'elaborazione dei propri progetti, mosse causa al Comune per un'indennit: e quella lite giudiziaria, trascinatasi di istanza in istanza, non fece che inacerbire i dissensi. Il Podest dal canto suo delineava sempre pi una politica personale, spesso in opposizione col gruppo pi forte, che, stretto fedelmente intorno agli on. Venezian e Benussi, costituiva la maggioranza in un'assemblea pi divisa e discorde che non quando vi militavano due partiti di diversa origine politica.
Tempo di polemiche incresciose, le quali per non poterono tangere l'animo nazionale, anzi il radicato irredentismo, comune a tutti gli uomini di quei dissenzienti gruppi, e fortunatamente alla cittadinanza. Talch quand'anche il Governo austriaco avesse avuto a Trieste un uomo di molta capacit a condurre la sua politica, gli sarebbe stato impossibile il trarre da quei dissensi un vero mutamento dello spirito pubblico. Il Luogotenente Rinaldini, poco dopo le elezioni del 1897, riuscite cos sgradevoli al Governo, aveva dovuto naturalmente abbandonare il suo posto. Gli slavi, usciti dalle elezioni alquanto malconci, brigarono a Vienna per avere la sua testa. Il nuovo Luogotenente, conte Goss, un gentiluomo carinziano arrivato a Trieste il 31 dicembre 1897, era un funzionario scrupoloso e non sarebbe stato avverso agli italiani; ma ci che egli vagheggiava era evidentemente il convertirli a un partito popolare, o cristiano-sociale, a mo' di quello che s'era installato allora al Comune di Vienna con Carlo Lueger.
I capi del Partito Nazionale, Felice Venezian alla testa, intuirono, si capisce, questi tentativi d'influenze austriache, e il nuovo Luogotenente, fin dai primi tempi, non ebbe molto a lodarsi dei suoi governati. Il 4 marzo 1898, cinquantenario dello Statuto albertino: dimostrazioni a teatro, dimostrazioni sotto il Consolato d'Italia, arresti: il Piccolo ricorda che nella commissione inviata a Carlo Alberto per chiedere lo Statuto c'era anche un triestino, Giuseppe Rovere: il Piccolo della sera  sequestrato per un articolo storico sull'argomento. Il 15 aprile cominciano a Sant'Antonio le conferenze politico-religiose del gesuita don Pavissich: si deve sospenderle, causa l'atteggiamento minaccioso degli elementi nazionali e socialisti, che s'erano uniti contro quello che stimavano un comune pericolo. Il Piccolo vedeva volentieri in quegli anni un avvicinamento tra il Partito Nazionale e il socialista, reputando che fosse favorevole alla causa italiana; e v'era infatti la possibilit di una minor tensione fra i due partiti di quella che regn in seguito, poich il capo socialista d'allora, Carlo Ucekar, brav'uomo in tutta l'estensione della parola, non era n insensibile, n ingiusto verso le aspirazioni nazionali, per le quali aveva egli stesso lottato nei giovani anni. Il guaio era che nelle questioni grosse, gli ordini venivano dalla centrale socialista di Vienna, che spiccava a Trieste come suo rappresentante il deputato Ellenbogen, brav'uomo anche lui, ma tedesco: mentre, in competizione con l'Ucekar, rimestavano nel giovane partito elementi avventizi, quali il dalmata Riccardo Camber, la cui popolarit, alla fine del 1897, era giunta a tanto da provocare per la prima volta a Trieste uno sciopero generale per essere stato egli tratto in arresto.
Poi egli parve pericoloso al partito socialista stesso; ne fu allontanato, e dopo i fatti del settembre 1898 in seguito all'assassinio dell'imperatrice Elisabetta, si pose per proprio conto a pescare nel torbido, fondando giornali che presero tosto un acuto tono libellistico e che il Governo vedeva con simpatia.
I fatti del settembre 1898 furono un vero e proprio tentativo di caccia all'italiano, vigorosamente represso dalla cittadinanza. Essi dimostrarono che i metodi di governo non erano pi quelli del barone Rinaldini. Si tornava al sistema dell'assoldare e dell'imbrancare ciurmaglia per provocazioni terroristiche anti-italiane, come intorno al 1882. E ben presto si torn anche ai libelli, riprendendo un'altra tradizione di quei passati anni: libelli meno palesemente "austriaci", perch la tecnica si era raffinata; ma in cambio circondati da una specie di guardia d'onore, costituita da "buli" e da bravacci, venuti su dalla teppa o rappresentanti lo scarto degli altri partiti della citt.
In conclusione, dal 1897 la situazione era peggiorata. C'era un forte partito socialista: e nessuno che osservasse la situazione nel resto d'Europa, poteva dubitare della sua importanza nei prossimi anni. C'era una ripresa di facinorosit da parte di gente torbida, con lo scopo di coprire un tentativo di trapianto cristiano-sociale, veduto di buon occhio dal Governo. S'intraprendevano lavori ferroviari, portuari ed altri lavori pubblici: e il Governo ne aspettava evidentemente qualche conseguenza demografica, per l'affluire di mano d'opera slava. In tali condizioni sarebbe stato naturale che gli italiani si unissero pi strettamente che mai, non gi si dividessero.
Nelle grandi manifestazioni pubbliche, invero, l'unit si manteneva mirabilmente intatta. E non vi furono giorni di pi delirante commozione, a Trieste, che quelli della visita del generale Menotti Garibaldi, dal 5 al 7 settembre 1899. La visita era stata preannunciata dal Piccolo; il generale appena giunto lasci alla redazione il suo biglietto e il d seguente visit i due giornali nazionali, il Piccolo e l'Indipendente. Una folla enorme s'accalcava sotto le finestre del Piccolo quando vi giunse il figlio di Garibaldi; tutta la redazione gli fu presentata, egli abbracci i redattori ad uno ad uno. Poi torn in mezzo alla folla che, durante quelle sue giornate triestine, costantemente lo seguiva acclamando. La polizia cerc, troppo tardi, di frenare le manifestazioni di entusiasmo, caric i dimostranti, fece arresti. Il Piccolo sollev proteste contro quel contegno, e fu sequestrato. La partenza del generale, salutato da tutta la popolazione schierata lungo l'intero arco del porto, fu un'apoteosi.
Singolare contrasto col magro gruppetto di gente, che soleva salutare la partenza di personaggi ufficiali e di arciduchi austriaci, quando venivano a visitare la citt. La stessa arciduchessa Stefania, vedova dell'arciduca ereditario, che era l'ospite pi consueta del castello di Miramare, non aveva intorno a s che un crocchio di donnicciuole, quando fermava la carrozza per le compere dinanzi ai negozi di Trieste. Il figlio di Garibaldi non poteva invece farsi vedere in alcun luogo che tosto non vi fossero moltitudine ed acclamazioni.
Un'accoglienza simpatica aveva fatto la citt, un paio di mesi prima, all'ammiraglio americano Dewey, il vincitore della battaglia di Cavite, che si tratteneva a Trieste ben dodici giorni. Quella visita, se non suscit dimostrazioni,  meritevole di ricordo per altri riguardi. Il Piccolo scrisse in tale occasione un pepato articoletto riferendo le cortesi accoglienze dell'ammiraglio Dewey ai giornalisti triestini, mentre l'ammiraglio austriaco Spaun aveva rifiutato di ricevere i giornalisti americani. Questi si erano sentiti rispondere dall'ufficiale di guardia: - Ma credono che S. E. voglia ricevere dei reporters? - E avevano risposto: - I reporters non sono mica ladri. - I giornali non poterono riportare allora, essendo strettamente confidenziale, una frase scappata all'ammiraglio Dewey mentre parlava con un pittore di Trieste; ma oggi non c' pi alcuna ragione di non riferirla. Richiesto se credeva che gli Stati Uniti avrebbero combattuto altre guerre con potenze europee, il vincitore di Cavite aveva risposto senza esitare: la nostra prossima guerra sar con la Germania. La frase, confidata dal pittore ad alcuni amici, aveva suscitato molta meraviglia, poich nessuno vedeva allora quali ragioni di conflitto potessero sorgere tra Germania ed America. Ma pare che l'ammiraglio Dewey la sapesse lunga o avesse la vista lunga. La guerra preannunciata scoppi diciott'anni dopo.
Ci sia perdonata questa digressione aneddotica, e torniamo alla situazione di Trieste, al finire del secolo. Punto scosso adunque il sentimento nazionale della popolazione; manifestazioni di solidariet magnifiche (quelle per esempio del 15 gennaio 1899, quando tutti i rappresentanti della Venezia Giulia si radunarono a Trieste per protestare contro il ginnasio croato di Pisino e le altre concessioni scolastiche fatte dal Governo agli slavi): ma le condizioni municipali profondamente malate per i dissensi scoppiati fra gli uomini del Partito Nazionale. Tutto era cagione di conflitti, e infine il 30 settembre 1899 il piccolo gruppo chiamato democratico, che aveva i suoi esponenti nell'on. Rascovich e nel dott. Spadoni, rompeva l'unit del Partito e costituiva contro i compagni di ieri un'Associazione Democratica. Scissura fittizia determinata da situazioni personali, non da differenze sostanziali di principii o di vedute: e il Piccolo non mancava d'avvertire che erano "uomini e un programma da una parte; uomini e lo stesso programma dall'altra;" e quante volte gli si offriva il destro, ribadiva lo stesso concetto. Ma apparente o sostanziale che fosse, la scissura implicava pur sempre una doppia direzione del Partito, un pericolo di sdoppiamento nelle sue istituzioni di propaganda e di difesa nazionale, con evidente sperpero di forze e indebolimento intrinseco. D'altra parte si sviluppava il cosidetto "imperialismo del Podest", la tendenza di lui a fare da s, ad emanciparsi da ogni preordinato accordo con la maggioranza: ed anche qui, a lasciare andare le cose, si poteva giungere alla formazione d'una terza corrente entro il Partito stesso e, con ci, al disorientamento e alla disgregazione delle forze cittadine. Felice Venezian sent in quell'ora il dovere del capo politico, ed ag di conseguenza, con le necessarie cautele, ma anche con risolutezza. Il Piccolo lo fiancheggi fedelmente, il nucleo maggiore del Partito, guidato da un uomo che in quegli anni dava esempio insigne di devozione alla causa, A. G. Benussi, rimase stretto intorno al suo capo. Nel memoriale-programma dell'Associazione Progressista, del 7 novembre 1899, si specific quella che sarebbe stata l'attivit cittadina del Partito nei prossimi anni: abitazioni per i meno abbienti, antialcolismo, miglioramento degli orari di lavoro, sviluppo igienico di passeggi e giardini, teatro popolare, biblioteche popolari. Si mettevano con ci punti concreti dirimpetto alla fraseologia della Democratica e anche meglio dirimpetto alle enunciazioni vaghe del partito socialista. Si decise il mutamento di Podest nel futuro Consiglio. Quanto alla Democratica, parve opportuno e patriottico l'evitare ogni tensione, adottando verso di essa un atteggiamento cortese e arrendevole, fino a quando non si commettesse da lei qualche atto imprudente che potesse danneggiare i comuni ideali.
Per vero il vecchio Rascovich imprudenze non avrebbe voluto commettere: se il disfatto partito governativo si ricostituisse e scendesse in campo, tutte le forze nazionali, con azione comune, dovevano combattere l'antico avversario. Ma un uomo, non triestino, che si frammischiava ai circoli democratici e pi tardi, in tragiche circostanze, si rivel un confidente della Polizia austriaca, voleva che si desse battaglia ampia e senza riguardo agli antichi compagni di fede, e aizzava contro "la dittatura dell'on. Venezian". Onde articoli severi del Piccolo.
Cos si giunse al rinnovamento del Consiglio; le elezioni, col vecchio sistema dei quattro corpi, incominciarono alla fine di marzo 1900. Il quarto corpo fu lasciato alla Democratica, e Felice Venezian lod la lista da essa presentata. Il vecchio Partito governativo non si ripresent nel terzo corpo, che era la sua antica rocca, quindi la Democratica present alcuni candidati, ma essi furono battuti. Il Partito Nazionale vinse anche negli altri due corpi, e conquist pure un seggio nel territorio. Il risultato delle elezioni era dunque soddisfacente. Ma non tutti gli elettori erano preparati a veder escludere dalle liste, tanto della Progressista quanto della Democratica, il cessato Podest avv. Dompieri: molti non si adattarono a questa eliminazione d'un uomo che aveva avuto pure grandi meriti nella vita pubblica, ed egli fu eletto in due corpi elettorali. In verit il suo linguaggio verso i compagni di Partito si era fatto negli ultimi tempi cos pungente da riuscire incompatibile la presentazione del suo nome nella stessa lista di candidati. Comunque, anche se riuscito all'infuori della lista di Partito, egli avrebbe potuto collaborare col nuovo Consiglio; prefer invece ritirarsi dopo breve tempo e non seppe poi evitare che i promotori della formazione d'un Partito cristiano-sociale si valessero per alcuni anni del suo nome nelle loro agitazioni.
Felice Venezian si era proposto sopra tutto di chiarire e semplificare la situazione: perci egli volle a Podest un uomo nuovo che mai fosse appartenuto alla vita pubblica e non ricordasse ad alcuno antichi rancori, e questi fu l'avv. Scipione Sandrinelli. Accolto freddamente in su le prime, egli si rivel ben presto l'uomo adatto a presiedere l'attuazione di quel programma d'opere pubbliche e di miglioramenti sociali, che il Partito aveva formulato nel 1899. Gli avversari, e specialmente i socialisti, avevano dapprima deriso tale programma, rappresentandolo come una lustra elettorale che nessuno avrebbe pensato mai a tradurre in realt. Invece il programma fu attuato punto per punto. La citt, che dal 1898 aveva l'illuminazione elettrica e dal 1900 il tranvai elettrico, vide sorgere rapidamente ad opera del Comune o col suo concorso, l'Universit Popolare, le Biblioteche popolari, l'ampliata Guardia Medica, i Ricreator per l'infanzia, gli alloggi popolari, la Societ del Teatro popolare, il nuovo Frenocomio, l'Istituto comunale per le abitazioni minime.
Le biblioteche popolari gratuite, collocate in tutti gli edifici scolastici del Comune e a disposizione dell'intera popolazione, erano state volute da Teodoro Mayer; cos il Teatro Popolare semigratuito. Ma particolarmente si appassion il Mayer dell'Istituto per le abitazioni delle classi pi disagiate, costituito nel 1902, del quale egli stesso dett gli statuti e divenne il pi illuminato amministratore. Luigi Luzzatti prese quegli statuti a modello e fece pubblico elogio alla Camera della "provvida istituzione che ci veniva dalla fedele Trieste".
L'orientamento degli spiriti verso un'attivit pratica e concreta, a parte gli indiscussi meriti che ne acquist l'amministrazione nazionale agli occhi dei cittadini, fu il miglior correttivo alle insofferenze, alle macchinazioni, alle astiosit personali del precedente periodo. Queste non furono tosto sopraffatte: ebbero le loro propaggini, trassero a conseguenze di non lieve momento, ancora per qualche tempo: ma si pu dire che nel 1900, per quanto con azione brusca e quasi chirurgica, fosse salvata l'italianit di Trieste dallo spirito di discordia che la minacciava...
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Il 30 luglio 1900, il Piccolo usciva incorniciato completamente a lutto, con una triste, inattesa notizia: l'assassinio di Re Umberto a Monza. Le manifestazioni di cordoglio della cittadinanza incominciarono quel giorno stesso. Molti negozi si chiusero; "di fatto - scriveva il Piccolo della sera - il lavoro  sospeso dovunque". Chi segue i numeri del Piccolo in quei giorni attristati, vede di giorno in giorno farsi pi ampie e pi solenni le dimostrazioni del dolore italiano della cittadinanza. Piccolo e Piccolo della sera uscivano listati a lutto per dodici giorni, cosa che non s'era veduta mai. Talvolta erano a lutto dalla prima all'ultima pagina. Il 31 luglio il Piccolo portava i primi telegrammi inviati da Trieste a Roma per la morte del Re, ed era sequestrato per quello dell'Associazione Progressista, diretto al Presidente del Consiglio on. Saracco, e per quello dei deputati Hortis, d'Angeli e Cambon. Il primo suonava: "Costernata immane sciagura che colpisce Nazione tutta, manda da questo estremo lembo d'Italia fiori e corone l'Associazione Progressista": il secondo era quasi identico. Il 1 agosto si dava relazione della seduta del Consiglio Municipale, tolta in segno di cordoglio dopo un discorso del Podest. Il 2 agosto i negozi mettono le vetrine a gramaglia; il Comune inalza la bandiera velata e copre di drappi neri la facciata del suo palazzo. Il 3, tutta la citt  ormai coperta di drappi funebri. Il 4, ("Oh eterna legge, che vuole il comico anche nel tragico", scrive il Piccolo) i cosidetti "leccapiattini" affiggono un manifesto per invitare a esporre il lutto, quando gi tutta la citt ne  coperta.
Quel giorno nel Piccolo della sera si commentano le prime parole rivolte alla Nazione dal nuovo Re. "Quando, come in un terribile sogno - scrive il giornale triestino - la truce novella lo trasport dalle sfolgoranti acque del suo Adriatico, attraverso il lutto d'Italia nella cappella ardente del bianco palazzo di Monza, dinanzi alla salma del padre adorato, il figlio pianse le lagrime della filiale devozione. Ma poi nella solitudine nera di quella stanza, di fronte al vessillo tricolore di cui la piet di Margherita aveva avvolto il capo paterno, al nuovo Re d'Italia apparve la visione di quella che era l'eredit preziosa della sua casa, che il Re morto aveva mantenuto intemerata e a lui nel testamento delle sue opere affidava per l'avvenire".
L'8 agosto il Piccolo pubblicava a grandi caratteri l'epigrafe collocata dinanzi alla chiesa di Sant'Antonio, dove il d seguente dovea celebrarsi l'ufficio funebre: - "Inalzate fervide preci - a Dio - per la grande anima - di - S. M. Umberto I di Savoia - Re d'Italia - rapito all'affetto - del suo popolo".
E come data di giorno "memorabile e sacro", il Piccolo stesso, l'indomani, intitolava "IX Agosto" il suo articolo di cronaca, invitante i cittadini alla cerimonia. La quale, nel suo tono di lutto profondo, riusc una delle dimostrazioni pi solenni di sentimento unitario che fossero date da Trieste irredenta. La Polizia, pur non potendo frenare il movimento dell'animo cittadino, si di cura tuttavia di mostrare, dove pot, quanto esso le riuscisse sgradito: fece demolire come "ingombro stradale" un arco di fogliami e di drappi neri eretto dai braccianti del porto sulla via d'accesso alla Stazione Centrale; fece togliere i busti di Re Umberto dalla fontana di Piazza del Ponte Rosso e dal terrazzino dell'Indipendente; arrest molti giovani che lanciavano qualche grido durante il corteo. L'indomani, quasi l'intero numero del Piccolo era dedicato alla cronaca della giornata e il Piccolo della sera chiudeva quel periodo sacro al rimpianto e agli atti di fedelt italiana, con una lirica di Riccardo Pittori "In morte di Re Umberto" e con due pagine di elargizioni di cittadini alla Lega Nazionale in memoria del defunto Re.
In nessuna occasione, grande o piccolo che fosse l'avvenimento, le elargizioni alla Lega Nazionale mancavano. E il Piccolo era il tramite quotidiano fra la generosit dei cittadini e l'istituzione. Con la immensa diffusione, esso manteneva la popolarit dell'obolo e lo rendeva inevitabile; con la scrupolosa contabilit della sua amministrazione, regolava un afflusso di importi minimi che era di tutte le ore. Da dieci anni ormai esso rendeva alla Lega questo servizio; e gi in quei primi dieci anni s'erano raccolte, a soldo a soldo, per mezzo del Piccolo, somme vistose. Lo stesso ufficio di collettore e di annunziatore esercitava il Piccolo per i diversi istituti di beneficenza cittadini: talch il riassunto, pubblicato a fin d'anno, delle oblazioni versate per var scopi ai suoi sportelli, costituiva il termometro quasi esatto della beneficenza pubblica in quel periodo.
Era anche questa una prova della predilezione e della fiducia del pubblico: e nessuno pot mai strappare al Piccolo quel privilegio. I suoi disgraziati concorrenti di parte austriacante erano ormai morti. L'Adria era stata soppressa nell'illusione che ci potesse rinvigorire il Mattino; ma alla fine del 1898 soccombeva anche questo, screditato e abbandonato da tutti. Aveva dovuto sospendere l'edizione serale; l'amministrazione era spesso insolvente, la redazione convulsionaria: si era ridotto - come diceva il Piccolo - a un pezzo di carta senza amici e senza lettori. Entr nell'agone, un anno dopo, quando finalmente fu tolto il bollo sui giornali, un nuovo giornaletto, Il Gazzettino, fondato da Giovanni Werk, che era stato il primo direttore di tipografia del Piccolo e a cui Teodoro Mayer aveva ceduto poi a condizioni generose la sua prima tipografia. Werk era un brav'uomo: fece un giornaletto onestamente nazionale, spesso anche battagliero, e riusc a mantenerlo in vita per qualche anno, con una tiratura discreta: e bench inevitabilmente nei primord si manifestasse una certa velleit di gara col Piccolo, si dimostr che esso poteva vivere senza urtare il maggior confratello.
L'abolizione del bollo, subentrata col 1 gennaio 1900, era stata naturalmente per il Piccolo un fatto capitale sotto l'aspetto economico. Il giornale, l'unico in tutta l'Austria che fosse riuscito a superare per vent'anni il problema di costare cinque centesimi e di cederne la met al fisco, era liberato da quel balzello estenuante. "L'abolizione del bollo - scriveva il Piccolo - non ci giunge come una fortuna inattesa, ma come un cumulo di nuovi doveri, che le mutate condizioni ci impongono". Infatti il Piccolo progred e si miglior in ogni parte; ingrand il formato; svilupp servizi telegrafici speciali; aument il numero dei redattori; ebbe corrispondenti di chiara fama in tutte le capitali europee: Salvatore Cortesi a Roma, Franco Caburi (Lelio) a Vienna, Mario Borsa (Fabian) a Londra, Ugo Sogliani, Amedeo Morandotti (Hamed) e poi Gustavo Sacerdoti (Sacer) a Berlino, Alfredo Talamini (Livio) a Bruxelles, Enrico Tedeschi (Manolito) a Madrid, e dal 1902, a Parigi, Augusto Garagnani, che da Trieste si era trasferito col. La cronaca dei libri nuovi era fatta da Dino Mantovani, scrittore illustre, a cui segu il coscienziosissimo Augusto Mazzucchetti. Collaboratori ordinari del giornale erano Luigi Luzzatti, Guglielmo Ferrero, Alfredo Niceforo, Paola Lombroso; scrivevano di materia medica Arturo Castiglioni e il dott. Federico Steiner. Inviavano articoli Isidoro Del Lungo, Pompeo Molmenti, Ugo Ojetti, Arturo Colautti, Eugenio Checchi, e il numero del 1 gennaio 1901, col quale si iniziava il nuovo secolo, recava, scritto per il Piccolo, un ampio articolo di Max Nordau. Pu sembrare oggi singolare il giudizio che il Nordau dava del secolo XIX, non come d'un secolo liberale, ma come d'un'et in cui il liberalismo fosse stato da ogni parte ostinatamente attutito e represso. Alla fine di quell'anno 1901, il Piccolo incominci a comparire le domeniche in sei pagine.
Anche la vita cittadina seguiva il suo lento risanamento; ma prima c'erano state burrasche. Le elezioni politiche del gennaio 1901 non furono belle. Si ripercosse in esse la travagliata crisi municipale dell'anno precedente. Questa lasciava una parte dei cittadini in uno stato di dissapore e di svogliatezza; d'altra parte il Governo, che non aveva in quel momento propri giornali di battaglia, pareva aver affidato la propria causa all'azione demolitrice di un paio di libelli (dapprima l'Avanti, poi il Sole) che infestavano la citt calunniando uomini ed amministrazione del Partito Nazionale, e per quanto citati pi volte in tribunale, trovavano sempre giudici disposti a clemenza e sentenze pi incoraggianti che intimiditrici. All'ombra di siffatta boscaglia, si cercava di far gonfiare il fungo di un partito cristiano-sociale, che doveva raccogliere i superstiti del partito governativo di una volta, nonch quegli ambiziosi delusi e quella gente a spasso che non mancano in alcuna citt.
Funesto effetto di tali maneggi fu il rendere i cittadini meno coscienti di quello che era il vero pericolo: gli slavi. Questi si erano rafforzati notevolmente negli ultimi anni grazie all'immigrazione di masse operaie, di personale ferroviario, di funzionari e inservienti dello Stato. Il brutto colpo venne di l. Il 3 gennaio 1901 votavano compatti 6438 slavi per il loro candidato avv. Rybar, mentre i voti italiani si dividevano in 8059 dati ad Attilio Hortis, in altri confusi nei 4091 raccolti dal socialista Ucekar, e in 2410 affermatisi sul nome dell'ex Podest Dompieri, bench questi, assente dalla citt, dichiarasse pi volte, pubblicando anche un comunicato sul Corriere della Sera, che non accettava candidature e non avrebbe accettato elezione.
Trieste fu profondamente mortificata dal proclamato ballottaggio fra Hortis e il candidato slavo; la Triester Zeitung, giocando a suo modo su le cifre, s'affrett a mettere in dubbio l'italianit cittadina, e fu rimbeccata energicamente dal Piccolo. Le cose poi s'aggiustarono: nel ballottaggio, Hortis ebbe 10.699 voti e vinse, sebbene voti di governativi e di socialisti ingrossassero le cifre anche dello slavo; nei collegi dei censiti riuscirono eletti i candidati nazionali Acquaroli e ing. Mazorana, e nel terzo collegio si ebbe perfino un successo maggiore che non s'aspettasse, con la bella vittoria del candidato nazionale Mauroner sul candidato slavo. Nelle altre province irredente le cose procedettero bene e il Club parlamentare italiano raggiunse il cospicuo numero di 23 aderenti. Tutto adunque fin a festa; ma il marchio a fuoco su quelle elezioni era stato impresso dal ballottaggio di Trieste fra il candidato nazionale e lo slavo: e il Piccolo, fino dal primo momento, pur facendo la debita parte al freddo e alla bora d'una rigidissima giornata d'inverno, non manc di riconoscere in quella debole votazione l'effetto di un largo astensionismo dovuto ai dissensi seminati negli ultimi anni fra i cittadini e alla mancanza d'unit nella direzione politica. Tutti gli articoli post-elettorali del giornale ebbero dunque come obbiettivo la riunificazione del Partito; e la stessa nota suon nel discorso tenuto il 31 gennaio da Felice Venezian in un'adunanza nella vecchia sala del Monteverde. Le i. r. autorit non amavano l'eloquenza dell'on. Venezian: un mese prima il Piccolo era stato sequestrato per un brano del discorso di lui contro gli slavi, e questa volta per un brano dove egli affermava che "per decreto della Volont Suprema, la Venezia Giulia era stata posta entro la penisola italica". Il tribunale tolse poi il sequestro, ma quando il Piccolo pubblic la motivazione della sentenza, fu sequestrato di nuovo per lo stesso brano dal quale essa toglieva il sequestro.
In quei giorni Trieste portava il lutto di Giuseppe Verdi: lutto che fu, quanto forse in nessun'altra citt italiana, tranne Milano, grandissimo. Il Piccolo usc listato a lutto per quattro giorni; l'articolo sul grande Maestro vi fu scritto da Arturo Colautti; le manifestazioni cittadine di onoranza culminarono nella deliberazione di erigere un monumento, che fu il primo monumento a Verdi inauguratosi in Italia, con tale chiarezza di significato da additarlo poi alla distruzione quando venne la reazione austriaca del tempo di guerra.
Come mai una citt cos concorde e ardente nelle sue manifestazioni, non sarebbe riuscita a riconquistare la sua disciplina politica? Felice Venezian, nel giugno 1091, stim maturo il momento per dare battaglia alla Democratica che, rapidamente decaduta nella popolarit, tuttavia accennava a perpetuare lo screzio, presentando candidati poco accetti, in un'elezione suppletoria. Uno di questi, a Felice Venezian, e ad altri uomini del Partito, particolarmente non ispirava fiducia: e difatti era stata una scelta molto incauta, sebbene in quel momento nessuno potesse sospettare ancora i rapporti dell'uomo con la Polizia. Furono presentati adunque due altri candidati nazionali in competizione, senza farci intorno troppo chiasso, ma con aperto significato di protesta contro la scissura e i dissensi. E questi furono i due eletti. La Democratica sub un insuccesso; esautorata in quel quarto corpo elettorale di cui vantava di possedere il cuore, perdette la sua ragione d'esistere: e invero, dopo breve tempo, s'iniziarono i colloqui per il suo riassorbimento in un nuovo organismo politico, che riun tutte le tendenze e si chiam l'Associazione Patria. Felice Venezian, ottenuto ci che voleva, segu una via da lui adottata pi volte nella sua carriera d'uomo pubblico: pose da parte la propria persona per non ostacolare le trattative e, allegando ragioni di salute, non intervenne per qualche tempo nemmeno alle sedute del Consiglio. Cos, alla fine del 1901, la fronte unica del Partito Nazionale pot dirsi ristabilita.
Fra i sequestri patiti dal giornale quell'anno, ve ne fu uno che esso vant con orgoglio. Fu quello del 22 maggio, quando, all'indomani del quarantesimo anno d'insegnamento di Giosue Carducci, pot stampare l'autografo inviatogli dal vecchio poeta, che ringraziava per gli omaggi ricevuti da Trieste. Era questo:
Forl, 25 maggio 1901.
"A Riccardo Pitteri e al Piccolo ringraziamenti, saluti, auguri e voti dal cuore a Trieste italica".
GIOSUE CARDUCCI.
Un altro sequestro ebbe una coda. Fu quello gi menzionato per il brano del discorso di Felice Venezian che era stato risequestrato dopo che il Tribunale aveva tolto il sequestro. La Procura di Stato non si rassegn al parere dei giudici e, di ricorso in ricorso, si arriv fino alla Suprema Corte. Qui il sequestro fu confermato definitivamente e Augusto Rocco, come redattore responsabile, dovette fare tre giorni di carcere.
Con uno spunto politico ben singolare s'iniziava il 1902. Era ospite di Trieste in quei giorni il principe Adalberto di Prussia, figliuolo dell'imperatore Guglielmo, e il Piccolo notava quale straordinaria accentuazione si fosse data nel brindisi del Luogotenente conte Goess in onore dell'ospite, all'"importanza del possesso di Trieste per l'Austria". Il giornale fingeva di vederci una risposta a "tendenze di espansione germanica" rivelatesi negli ultimi tempi; ma soltanto per poter concludere che, mentre Austria e Germania facevano quel lavoro di mine e contromine, i cittadini di Trieste non pensavano da parte loro che al consolidamento dell'italianit.
Il Piccolo incominciava ad affermarsi anche sul terreno della politica estera, e nel 1901 aveva introdotto una rubrica settimanale "Il filo della politica", nella quale si rispecchiava non solo il corso degli avvenimenti, ma anche l'orientamento del giornale negli avvenimenti stessi. In questo rinnovato interesse, che a poco a poco assumeva il valore d'un inserirsi dell'irredentismo nel quadro della politica generale, quale non c'era stato dopo il 1878, e specialmente dopo il costituirsi della Triplice Alleanza, dobbiamo vedere una delle ragioni della sempre maggiore attenzione che i circoli militari austriaci prestarono sospettosamente all'azione del Piccolo. Ci coincideva con quei primi sintomi di risveglio delle idealit nazionali che si notarono in Italia all'inizio del regno di Vittorio Emanuele III ed ebbero la loro espressione visibile nella visita del giovane Re a Udine e in qualche manovra dell'Esercito non lontana dal confine orientale. Cose che non sfuggirono alla sensibilit dei circoli militari viennesi, e tanto meno a quella, ridivenuta acutissima, degli irredentisti di Trieste e di Trento. Quasi senza accorgersene, si era entrati in una terza fase della politica irredentista, e da essa prende la fisonomia il terzo decennio del Piccolo. Dopo quello delle sopraffazioni poliziesche, quando l'Austria credeva di doversi affermare prepotente contro il sentimento italiano, e dopo gli anni di equilibrio e di calma, nei quali tutti, in Europa, ma specialmente in Austria e in Italia, si erano adattati a voler evitata qualunque perturbazione, si entrava ora in un periodo di rimescolamento delle eterne contese dei popoli, di insofferenza spirituale a posizioni di tacita inerzia. Corrisponde a questi anni il ricostituirsi a Trieste, per impulso venuto da Camillo Ara, di uno di quei comitati segreti d'azione, formati da giovani, che dovevano picchiettare con le macchie rosse dei vivaci atti dimostrativi antiaustriaci l'azione legalitaria del Partito Nazionale a difesa dell'italianit.
Tutto ci si veniva delineando, mentre la maschera esterna dell'epoca sembrava non voler esprimere altro che il propagarsi delle idee socialiste e il loro tendere fatale a un assoluto impero su la meccanica del mondo. E il socialismo ebbe, o s'attribu, gran parte nei gravissimi fatti avvenuti a Trieste nel febbraio del 1902. Fin dai primi di febbraio, il Piccolo stampava un'interpellanza di Attilio Hortis dov'era rilevata la pericolosa piega presa dallo sciopero dei fuochisti del Lloyd e la sconsideratezza del provvedimento abbracciato dal Governo di mettere a disposizione del Lloyd i fuochisti dell'i. r. Marina, anzich frapporsi intermediario e pacificare la situazione. Pi tardi il Lloyd assunse dei fuochisti disoccupati viennesi, e questo non fece che esasperare gli animi. Il partito socialista era esitante. Carlo Ucekar esortava i fuochisti a ponderare se convenisse continuare lo sciopero. Ma i criteri estremi prevalsero: il 13 febbraio fu proclamato lo sciopero generale di solidariet coi fuochisti, e per la violenza stessa con la quale avvenne l'abbandono del lavoro nei cantieri e negli altri stabilimenti, la situazione si present minacciosa fin dal primo momento. Le trattative per continuavano, sotto la direzione del Governo Marittimo, e sembravano prendere una piega favorevole, mentre in citt avvenivano colluttazioni, sassaiole per la chiusura dei negozi, e qualche primo ferimento. Una compagnia di soldati s'era schierata in Piazza Grande; il presidente dell'Officina Comunale del Gas, on. Benussi, rifiutava la protezione militare, ma non era certo di poter fornire la luce alla citt quella sera, dipendendo dagli scioperanti il concedergli o non concedergli il personale necessario. Queste notizie si leggevano nelle due edizioni del Piccolo della sera apparse nel pomeriggio del 13 febbraio. Dopodich per due giorni, n il Piccolo, n altro giornale cittadino poterono pi uscire. La citt era per la prima volta paralizzata in tutti i suoi organi da una ribellione della massa operaia.
La domenica 16 febbraio il Piccolo usc di nuovo: o meglio usc un moncherino di Piccolo, tre colonne di stampa sopra un foglio bianco. Vi si annunziava la proclamazione, avvenuta quella mattina, del Giudizio Statario, deliberato con ordinanza del Presidente dei Ministri. Lo andava proclamando ai cittadini un funzionario di Polizia accompagnato da mezza compagnia di soldati, da guardie e gendarmi. Si radunava la gente con uno squillo di tromba e un rullo di tamburo, si leggeva l'ordinanza, poi la folla era fatta sciogliere. Lo sciopero era cessato il giorno prima, alle cinque pomeridiane, in seguito al giudizio degli arbitri, favorevole alle domande dei fuochisti. La citt era gi tranquilla. Ma prima c'erano state due terribili giornate di fuoco e di sangue. Il Piccolo recava i nomi degli otto morti della prima giornata; nella seconda i morti erano stati tre. Ma poi altri dei feriti soggiacquero e crebbe a tredici il numero complessivo dei morti.
Il 17 febbraio il Piccolo ricostituiva i fatti su varie versioni. Ma nel farlo, doveva tener conto del regime di censura preventiva che il Giudizio Statario portava con s. Tre ore prima della distribuzione, il giornale doveva essere consegnato alla Polizia e alla Procura di Stato; gli era forza adunque scusarsi coi lettori delle restrizioni che esso stesso subiva.
Ormai, dei fatti del febbraio 1902 non c' chi non abbia una visione semplice e chiara: l'Austria s'era lasciata cogliere impreparata da una situazione molto grave; mancavano quasi del tutto le truppe in citt; le poche che c'erano, adoperate molto incautamente, furono costrette a far fuoco per non essere sopraffatte da migliaia di scioperanti; da ci l'eccidio, e il carattere rivoluzionario che fu proprio alla seconda giornata, quando la folla ridiscese verso la piazza, non pi per ragioni di sciopero, bens per vendicare i suoi morti. Truppe giunte da Gorizia riuscirono quel giorno a fronteggiare il movimento, che aveva assunto ormai una fisonomia anarchica.
Straordinaria fu l'eco di quelle giornate; se ne parl in sedute tempestose alla Camera di Vienna; il Piccolo stamp un articolo in onore di Attilio Hortis, che con molto valore aveva tenuto testa al Presidente dei Ministri, deformatore dei fatti per coprire le colpe delle autorit. Ma soltanto al cessare del Giudizio Statario, che fu tolto il 5 aprile, pot il giornale esprimere il suo giudizio su le sanguinose giornate. Lo fece in un articolo calmo e severo.
"Le giornate di febbraio - esso scrisse - furono per le autorit dello Stato un calendario di sorprese. Ai primi del mese nessun funzionario si aspettava imminente la mezza settimana fra il 13 e il 16; e giunti al 12, nessuno pens che vi tenesse dietro il 13; al 13 non fu avvistato, a sole 12 ore, il 14; al 14 fu sperato inverosimile il 15". Era stato proprio cos. Di quelle giornate si fece immediatamente un piedestallo il partito socialista, bench fosse apparso molto indeciso nel prepararle e travolto nella generale confusione quando gli avvenimenti precipitarono a tragedia. Ma esso comprese di potersene giovare: rivendic a s tutte le vittime, comprese quelle appartenenti alla borghesia, e dimentic rapidamente il generoso intervento parlamentare di Attilio Hortis. Tutti i caduti, senza eccezione, diventarono martiri dell'idea socialista; e il motivo patetico della commemorazione valse a dare al 1 maggio di quell'anno un'ampiezza e solennit di cortei quale non s'era ancora veduta.
In pieno regime di Giudizio Statario cadde il centenario di Victor Hugo, e il Piccolo stamp la lettera che il poeta aveva scritto nel 1873 al Podest di Trieste, rispondendo all'indirizzo di trecento cittadini di Trieste che gli offrivano asilo nella citt dopo i fatti della Comune. La lettera non conteneva che la consueta fraseologia vittorughiana; ma un omaggio era pur dovuto al poeta, nel suo centenario, da Trieste non immemore del nobile intervenire di lui per la salvezza di Guglielmo Oberdan. Il Piccolo pertanto raccolse tutta una pagina di autografi chiesti a eminenti scrittori dell'epoca: a D'Annunzio, a Rapisardi, a Bovio, a Max Nordau, a H. G. Wells, a Thomas Hardy e ad altri italiani e stranieri. D'Annunzio mand un brano trascritto di sua mano, dall'ode a Victor Hugo; l'autografo campeggiava in mezzo alla pagina del giornale, e il brano inviato dal poeta a Trieste era questo:
"Patria! Patria!" gridavan gli Elleni
percotendo gli scudi sospesi
alle porte del templi,
quando escivan dal bianco Teatro
pieni il petto del ditirambo
religioso
cui Eschilo dato avea l'angue
e la torcia dell'insonne Erinni.
"Patria! Patria!" E con ambo
le braccia cingean le colonne,
pure sorelle degli inni.
Percotiamo gli scudi chiamando
il dolce e terribile nome,
suggello di labbra pi sante,
"Italia! Italia"!
Colui che oggi sale il Monte
Tarpeo, l'am d'alto amore,
ch l'ud dalle labbra di Dante.
...
.
...
I versi di D'Annunzio, non occorre dirlo, furono sequestrati. Fino nelle case andarono le guardie a strappare il giornale ai distributori che salivano le scale per portarlo agli abbonati. Non restarono nella seconda edizione, sul bianco della pagina, che l'indirizzo "Alla Redazione del giornale "Il Piccolo", e la firma del poeta.
Fu questo il primo saluto di D'Annunzio a Trieste: e precedette di poche settimane le giornate dannunziane di maggio, quando il grande italiano venne ospite della citt irredenta, con Eleonora Duse, a presentarvi le sue tre tragedie, ancora qui sconosciute, "La Gioconda", "La Citt Morta" e "Francesca da Rimini". La sera del 5 maggio arrivava Gabriele d'Annunzio, la mattina seguente Eleonora Duse, e il Piccolo li accoglieva con caldo saluto. Il pubblico triestino tenne verso il poeta quel contegno che esso soleva tenere verso i maggiori autori italiani quando venivano a chiedere il giudizio sui loro nuovi lavori: due volte con immenso clamore lo chiam alla ribalta prima che il sipario si alzasse per la "Gioconda"; poi registr le accoglienze su le proprie impressioni. Non si pu dire che "La Gioconda" vincesse del tutto; fortuna molto pi calda ebbe "La Citt Morta", un po' meno "Francesca da Rimini". Ma il pubblico si venne infervorando di sera in sera alle repliche. A Gabriele d'Annunzio fu offerto un banchetto all'Htel de la Ville, e riusc uno dei pi solenni di quel tempo: ivi si ammir per la prima volta l'arte meravigliosa del poeta di scalpellare in nitidi periodi le impressioni di vita e di storia triestina or ora raccolte e gi plasticamente figurate nel suo spirito. E quando egli concluse: "Mi fu detto che nel travagliato grembo delle Alpi Giulie si celi l'antico altare di un Martire, ove in ogni maggio si celebra l'ufficio divino e si sospende una nova ghirlanda. Non a quell'altare sotterraneo, ma a un altro, profondato nell'anima stessa di Trieste, io voglio rivolgere la mia preghiera e sospendere il mio voto: che l'idioma onde foggiato fu  tal verso a noi sacro come una palesata legge della Natura e della Storia risuoni eternalmente vivo e libero nel popolo che fu ed  cittadino di Roma!", un indicibile fremito corse per tutto il convito. Il saluto a Gabriele d'Annunzio era stato detto da Attilio Hortis, poi parlarono ancora l'avv. Felice Consolo e Riccardo Pitteri.
Ma le memorie pi insigni di questa visita del poeta a Trieste, sono legate al viaggio nell'Istria offerto da Teodoro Mayer a Gabriele d'Annunzio in nome del Piccolo, invitandovi alcuni cittadini di Trieste che potevano essergli cara e gradita compagnia. Il pensiero di Teodoro Mayer era quello che il poeta non dovesse abbandonare la Venezia Giulia senza riportare un'impressione indelebile dell'italianit, non di Trieste soltanto, ma di tutte le piccole citt dove Roma e Venezia avevano lasciato impronte nelle cose e nelle anime e dove si lottava perch esse rimanessero eterne. Egli noleggi pertanto il piroscafo "Arsa", e questo visit le citt dell'Istria ad una ad una, Capodistria, Pirano, Parenzo, Rovigno e gi fino a Pola. Erano a bordo Felice Venezian, Attilio Hortis, Giuseppe Caprin, Riccardo Pitteri, Cesare Rossi, Alberto Boccardi, l'avv. Aristide Costellos, Bernardo Benussi, Piero Vendrame, e con Teodoro Mayer i suoi due redattori Roberto Prezioso e Francesco Salata e lo scrittore di questi ricordi. "Un carico di poeti", aveva detto il marinaio che slegava la gomena alla partenza. Non tutti erano poeti: ma certo il pellegrinaggio che essi compivano era cosa poetica assai.
In ogni citt gli uomini pi insigni e il popolo accorrevano festanti a salutare il grande poeta italiano; in ogni citt egli improvvisava un discorso, come se la commozione dell'animo gli facesse fiorire la parola inesauribile. Si trascorse la notte a Pola, si visit la citt l'indomani, si accett la colazione nella villa del Podest Lodovico Rizzi, e poi Teodoro Mayer volle che Gabriele d'Annunzio conoscesse anche l'interno dell'Istria, l dove veramente si lottava con le unghie e coi denti per difendere la latinit di paesi che gli slavi minacciavano di strozzare senza che se ne udisse il grido oltre la cerchia dei monti. Il ritorno avvenne dunque per la via di terra, e si fece sosta a Pisino. Era questa una citt che gli slavi stringevano veramente d'assedio insidiandola da tutte le alture; il Governo austriaco li aiutava, e vi aveva eretto un ginnasio croato perch vi traboccassero da una breccia aperta; la provincia dell'Istria aveva reagito, inaugurando entro lo stesso anno un ginnasio italiano. Una terra adunque di dolore e di battaglia: una povera terra, dove s'aveva l'impressione aspra e quasi selvaggia della violenza d'una lotta mortale. Qui la commozione vinse veramente gli animi dei visitatori. Le accoglienze della popolazione italiana toccarono il delirio; alla partenza del poeta, le case della citt esposero i lumi alle finestre. E Gabriele d'Annunzio, che in ogni citt dell'Istria, e in Pisino stessa, aveva risposto ai discorsi con alta e incuorante parola, quando Teodoro Mayer gli lesse i telegrammi che lo salutavano da altre citt delle montagne istriane, da Albona, da Antignana, da Gimino, da Fianona, da Pedena, da altri luoghi pi accerchiati e pi disperati, sent di non poter pi aggiungere sillaba e, baciato Teodoro Mayer, lo tenne abbracciato lungamente.
Rimaneva a ricordo di quelle giornate la bella grande targa di bronzo, con la carta dell'Istria smaltata degli stemmi delle citt, che gli invitati all'escursione istriana offersero al Mayer con adeguate parole di dedica. E la targa ebbe poi anch'essa la sua piccola storia: perduta nell'incendio del Piccolo il 23 maggio 1915, ritrovata da un vigile al fuoco, conservata da lui non senza suo pericolo durante gli anni di guerra, fu riconsegnata al proprietario dopo la liberazione di Trieste...
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17.
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In quell'anno 1902, Teodoro Mayer gi alternava i suoi soggiorni a Trieste con quelli sempre pi lunghi a Roma, dove gli era affidata una delle missioni confidenziali pi delicate. Era stato desiderio dei pi intimi amici suoi del comitato segreto che si assumesse egli, gi apprezzato e stimato dagli uomini pi autorevoli della vita italiana, la funzione d'illuminare, di consigliare, di intonare la condotta del Governo e dei circoli dirigenti, per quanto riguardava Trieste e le altre provincie soggette all'Austria, nelle quali con inflessibile lotta si voleva mantenuta l'italianit del linguaggio e degli spiriti per l'augurato giorno della loro unione alla Patria.
Teodoro Mayer aveva qualit inestimabili per questa funzione di raccordo, in cui era condizione essenziale lo sfuggire all'oculatezza dei molti osservatori e confidenti che l'Austria manteneva a Roma, noti ed occulti. La sua fidatezza, la sua discrezione, la sua sagacia nell'assumere l'atteggiamento dell'uomo freddo e positivo, incapace di montarsi la testa, la sua naturale modestia che, nonostante la grande coltura da lui acquistata, gli insegnava a mantenere una deferente riservatezza nei rapporti con uomini pervenuti alle pi alte dignit, erano virt preziose che difficilmente si sarebbero potute trovare in altri. E soltanto ad esse si deve se egli pot essere per tanti anni, contemporaneamente, il direttore del Piccolo, giornale su cui pesavano gli occhi d'Argo della Polizia e anche ormai dei circoli militari austriaci, e l'amico e consigliere, ammesso nella confidenza di Crispi, di Blanc, di Zanardelli, di Sonnino, di Rudin, di Giolitti, di Luigi Luzzatti, di Ernesto Nathan, come pi tardi in quella di Salandra e di Benito Mussolini. L'alta stima che si faceva di lui, per il patriottismo e per l'intelligenza, gli aveva aperto anche l'accesso alla Casa Reale: e Umberto I, nei suoi ultimi tempi, e poi l'attuale Re, durante tutto il suo regno, lo onorarono costantemente della loro benevolenza e della loro fiducia.
Questo, delle alte sfere di Roma, era anche l'ambiente naturale di Teodoro Mayer. Sembrer cosa strana, ma  pur vero che il fondatore di un giornale, che dovette all'intuizione dell'anima popolare il primo slancio della sua straordinaria fortuna, non aveva personalmente le prerogative dell'uomo popolare. La mancanza assoluta del tono demagogico, il ponderato temperamento, il metodo analitico del pensiero, l'abitudine di trasmettere nella parola meglio la precisione tagliente del giudizio che il calore dei movimenti appassionati, non furono mai cose che avvincessero la folla ad un uomo. Vi si aggiungevano nel Mayer connotati fisici: il pallore indelebile delle notti vegliate lavorando fin dalla prima giovinezza, la forte miopia che, per il vitreo riflesso delle lenti dava al suo sguardo, anche quando pi cordiale e benevolo, un'affilatura che era presa a torto per espressione d'altezzosit e d'ironia. Sembrano cose senza importanza: eppure bastano talvolta a mettere un senso di distanza tra l'uomo e la folla. Nel gran pubblico triestino, insomma, Teodoro Mayer fu sempre veduto un po' in falso: si riconoscevano gli insigni meriti dell'uomo nella sua opera, ma ben pochi, oltre i suoi stretti amici, sapevano rappresentarsi il mirabile equilibrio d'intelletto e di carattere che ne costituiva l'individualit. Altra cosa nell'ambiente, tutto d'uomini eletti, dove il Mayer era condotto a vivere dalla missione politica che aveva a Roma. Qui l'uomo era posto senz'altro sul piano della sua capacit e della sua intelligenza, e la solida coltura che egli s'era formata tutto da s, a poco a poco, di scienze finanziarie economiche e storico-politiche, trovava modo di rifulgere con perspicua chiarezza nelle relazioni con uomini superiori, abituati a discernere l'intrinseco e il sostanziale.
Gli irredenti ebbero a Roma questo ambasciatore a loro stessi segreto: e la cosa fu possibile non solo perch la mutata condizione economica permetteva al Mayer di vivere decorosamente nel centro della grande societ romana, ma anche perch il Piccolo s'era costituito negli ultimi anni una redazione politica quale esso non aveva una volta, e poteva esonerare pertanto il suo direttore dalla presenza quotidiana sul posto. Era prodirettore il dottor Roberto Prezioso, agile e avveduto polemista e mente giuridica scaltrita a tutte le sottigliezze del "legalitarismo", le cui maglie di seta trattenevano le innumerevoli forze centrifughe della Babele politica austriaca; ed era redattore capo Francesco Salata, che fra le molte ricchezze dell'ingegno, contava anche quella d'essere uno dei pi profondi conoscitori del diritto amministrativo: talch i causidici della i. r. Luogotenenza perdevano spesso le staffe a entrare in polemica con lui. Segretario di redazione era un giovane professore udinese, il dottor Ammiano Zuccaro, che assunse poi le funzioni di redattore capo, quando Francesco Salata fu chiamato ad assessore nella Giunta provinciale istriana. Nelle evenienze gravi ed improvvise, quando decisioni urgenti dovevano esser prese, il giornale si giovava del consiglio di Felice Venezian. Tutta la redazione si era rinvigorita. Per alcuni anni vi port la sua fiorita amabile arguzia Silvio Zambaldi, che poi il teatro rap al Piccolo; nel 1902 vi entr Antonio Battara, lavoratore implacabile di fulminea rapidit, e a lui fu affidata la compilazione del Piccolo della sera, dandogli come compagni una valente traduttrice, Cesira Oberdorfer, e un giovane di bell'ingegno, ma di nevrastenica sensitivit, il dottor Angelo Vivante, che in seguito ebbe avventuroso passaggio al partito socialista e drammatica fine. La cronaca giudiziaria era affidata a un meridionale, il dottor Giuseppe Volpe; la cronaca d'arte all'avvocato Aristide Costellos; la critica musicale al maestro Filippo Manara, coltissimo musicista romagnolo, che poi diresse uno dei conservator di Trieste, e ad Ettore Fronz, esperto giudice dell'arte del canto. Referendario per le operette e per altri spettacoli era Ermanno Curet. Nel 1903 anche lo scrittore di queste pagine venne dall'Indipendente alla redazione del Piccolo.
In quegli anni la maniera di fare la cronaca cittadina del Piccolo incominci a essere osservata dalla stampa italiana e a farvi scuola. Importanti giornali mandarono a Trieste loro incaricati per studiarne la tecnica e l'organizzazione. Questa rappresentava un affinamento di esperienza formatosi in vent'anni, sotto la pressione della necessit di non incorrere in rettifiche n da parte di autorit n da parte di privati: poich su ci le leggi austriache erano molto severe. Una rettifica dell'autorit doveva essere pubblicata nello stesso posto dov'era comparsa la notizia, e nemmeno una parola di commento vi doveva seguire; ma anche a omettere una rettifica di privati, si poteva facilmente capitare in guai. Non solo misura di prudenza, ma anche punto d'onore del giornale, era che nulla fosse rettificato: onde quella minuziosa esattezza, quello scrupolo di precisione del fatto e della parola, che non potevano ottenersi se non da un personale addestrato al pi rigoroso controllo. La squadra dei reporters del Piccolo, costituita per selezione, era la pi bella che ci fosse stata mai a Trieste: Giacomo Leonardi, Curzio Donati, Antonio Pittani e Guido Morpurgo. Il Pittani era anche uno scrittore piacevolissimo di scene dialettali, e il Donati, un romano asciutto e tutto nervi, che era stato l'iniziatore dei fratelli Raicevich alla lotta accademica, aveva la passione dei cavalli e di tutti gli esercizi fisici: talch divenne il primo redattore sportivo, in un'epoca in cui lo "sport" non era ancora, come oggi, uno dei quattro punti cardinali della vita.
Redazione grande, adunque, in luogo delle piccole redazioni che abbiamo vedute: trenta persone dove ne avevano lavorato cinque o sei: e anche il numero dei collaboratori e articolisti del giornale s'era accresciuto di parecchi chiari nomi. Notiamo fra questi Vincenzo Morello (Rastignac), Giuseppe Sergi, Giovanni Ciraolo, Luigi Fontana-Russo, Ugo Pesci, Ercole Rivalta, Raffaele Pirro, Gabriele Gabrielli, i quali alternavano i loro articoli con quelli di Luigi Luzzatti, di Pompeo Molmenti, di Alfredo Niceforo, di Scipio Sighele e d'altri che abbiamo gi menzionato.
Uno dei piani politici che il Piccolo pi attivamente perseguiva, a opera personale di Teodoro Mayer, era quello di far conoscere Trieste e la Venezia Giulia alle pi eminenti personalit della vita italiana e di far sentire in pari tempo alla citt e alla regione, per la presenza di quei luminosi ingegni, il loro vincolo con la Madre Patria. Bisognava aumentare di giorno in giorno le conoscenze, i rapporti culturali, le comuni abitudini di vita e di pensiero. Gl'irredenti dovevano abituarsi a dimenticare il confine che li separava dalla Nazione.
Abbiamo descritto le giornate dannunziane. Con lo stesso spirito Teodoro Mayer invit pi tardi Cesare Pascarella. Ma poich la lettura in pubblico dei memorabili sonetti non sarebbe stata permessa dalla Polizia, per ospitare degnamente il grande poeta romano fu necessario ricorrere ad uno stratagemma. La direzione del Piccolo diram oltre duemila inviti: la lettura fu fatta in luogo chiuso: il fior fiore di Trieste si raccolse intorno a Cesare Pascarella. I suoi versi suscitarono tali manifestazioni di entusiasmo da legarsi per sempre ai ricordi cittadini pi luminosi. Il grande poema italico divenne familiare all'orecchio ed alla memoria di tutti i patriotti.
Poco prima che il giornale celebrasse il suo quarto di secolo, vi entr, molto giovane, dopo lunghi viaggi di studio nei var paesi d'Europa, l'attuale direttore amministrativo dott. Aldo Mayer, figlio del creatore del Piccolo, e fece il suo tirocinio al pari degli altri per impadronirsi del lavoro giornalistico nelle varie sue forme. La redazione del Piccolo era allegra, e vi regn sempre uno spirito cordiale. Le numerose forze delle quali ormai si disponeva permettevano un'equa distribuzione del lavoro, che non stancasse alcuno: ma se pure talvolta necessariamente, per una parte dei redattori o per tutta la redazione, si davano giornate di fatica e di battaglia, erano sostenute volentieri e spesso con entusiasmo poich tutti erano compresi delle alte idealit del giornale. E tutti sentivano che esso costituiva per la causa degli irredenti il pi poderoso strumento di lotta.
Di ci si ebbe riconoscimento pubblico, davvero grande e solenne, appunto in occasione del ventesimoquinto anniversario della fondazione del Piccolo. Quel giorno, 29 dicembre 1906, il giornale pubblicava un numero dedicato, per eccezione, a se stesso e alle sue vicende, in parte cadute in oblio, in parte sconosciute alla generazione nuova dei suoi lettori. S'iniziava quel numero con un articolo di Attilio Hortis, latinamente intitolato "A parvo". In esso l'illustre letterato si domandava:
"Quando incomincia la storia? Uno pensa che  utile registrare certi avvenimenti, rammentare i quali stima giovevole a s e ai suoi; secondo annota le vicende sue particolari, o quelle della famiglia e della sua terra, egli ci d il diario o la cronichetta; viene pi tardi chi dalle cronache, dalle tradizioni, da ogni sparsa memoria raccoglie gli annali; e pi casi avverte e appunta e pi particolareggiati e veri, e pi  benemerito; e prepara la via allo storico che il tutto ritrae in una serie di quadri, onde appare la connessione di fatti e gli atteggiamenti di chi li produsse o sub; in altre parole la vita di una citt, di una nazione o della umanit.
"Questo il cammino percorso dal giornale che incominci "piccolo" davvero, e sempre mantiene il nome che, dapprima quanto mai appropriato, oggi pu sembrar quasi modestia civettuola".
Soggiungeva Attilio Hortis che il Piccolo grandeggi quando pot occuparsi apertamente di politica. Quindi si faceva a dare in sintetici tratti la fisonomia del giornale stesso.
"Certo, a considerare la linea ascendente del giornale e del suo fondatore, il parallelismo  evidente: la forza iniziale del temperamento, del carattere e dell'ingegno dell'uomo si rispecchia nell'opera; ed egli sale unitamente con l'ampiezza de' divisamenti e dell'azione. E questa pi che lode  verit.
"Altra verit  che il giornale ha contribuito e contribuisce alla coltura del pubblico, il quale vi cerca bens anzitutto ci che gli torna, vi trova per anche ci che non cercava e apprende ci che non sapeva.
"Senza voler offendere nessuno, e men che meno i morti, ma quale differenza non corre tra il Piccolo e i periodici gi destinati a pascer gli occhi e la mente del nostro popolo nelle ore mattutine? La domanda  cos suggestiva che la risposta non pu essere che una sola: il Piccolo compie veramente un lavoro di coltura; e lo compie perch  giornale indipendente, oggettivo, largamente compreso e comprensivo; si estende a dar novelle di tutto il mondo e non trascura nulla di ci che accade presso di noi: il confronto addestra alla critica, invitando a pensare e a giudicare".
Seguivano per ciascuna delle cinque provincie irredente gli scritti di altrettanti uomini politici insigni. Il patriotta istriano Felice Bennati, capo del Partito Nazionale nell'Istria, nominato senatore dopo la redenzione, notava che gli istriani, attraverso le pagine del Piccolo, s'erano abituati a vivere come cosa loro la vita di Trieste, mentre la vita della provincia aveva in quel giornale stesso, per i triestini, un riflesso costante e fedele. "Il Piccolo - egli diceva pi oltre -  divenuto una molla potente nella nostra vita pubblica. La sua perfezione tecnica lo rende modello indispensabile a tutti, amici ed avversari. Il suo autorevole commento conferisce ad ogni manifestazione pubblica la conferma della fede comune". Concludeva riconoscendo nel Piccolo un'istituzione che  "quotidiano documento dell'italianit di queste terre e della fede che le anima".
Il futuro Podest di Gorizia e senatore del Regno, Giorgio Bombig, diceva: "Creare dal nulla un ente come questo, animarlo, lanciarlo nella vita e vederlo, trionfatore indiscusso, penetrare fra gli umili, salire ai potenti, istruire, consigliare e suscitare in un popolo la coscienza del suo essere nazionale e civile; ecco le tappe dell'opera benefica del giornale, giganteggiante nelle finalit perseguite e raggiunte".
Roberto Ghiglianovich, il patriotta di Dalmazia, rifaceva la storia del movimento nazionale nella sua terra, rendeva omaggio a Teodoro Mayer, soggiungeva:
"Ai compilatori del Piccolo non isfugg mai l'importanza che per il carattere non solo di Trieste e dell'Istria, ma dell'Adriatico intero aveva la continuit di quell'idioma, di quella coltura e del culto a quel passato che valsero, a traverso i secoli, a denominare questo mare golfo di Venezia. E poich il Piccolo comprese il fiero colpo che, a questo cos alto concetto d'italianit e tanto pi all'italianit di Trieste e dell'Istria, sarebbe derivato dalla completa slavizzazione della costa dalmata, la causa degli italiani della Dalmazia, come parte essenziale del programma di predominio nazionale italiano sull'Adriatico, trov ognora nel giornale la pi strenua difesa".
Chiudeva quest'armonia di voci un articolo "Trento e Trieste", dove l'illustre trentino Augusto Sartorelli elogiava "l'opera nobile e perseverante del Piccolo intenta a tener desta e pi forte la resuscitata fratellanza italiana".
Due altri scritti conteneva ancora il numero commemorativo: l'uno, affettuosissimo, di quel caro uomo e garbato scrittore che fu Alberto Boccardi, rievocante per la prima volta gli anni di giovinezza di Teodoro Mayer e le origini del Piccolo; l'altro, dell'autore di queste pagine, era un profilo storico del giornale, con quel tanto di reticenza che imponevano le condizioni del tempo.
L'indomani Teodoro Mayer in brevi righe diceva grazie alla citt. Tutta Trieste infatti si era commossa dell'anniversario del Piccolo e vi aveva partecipato. Il Podest Sandrinelli, in nome del Comune, Felice Venezian, le presidenze tutte delle Associazioni nazionali cittadine, erano venuti al giornale a portare i loro augur. Omaggi e doni erano stati presentati d'ogni sorta, innumerevoli. Riccardo Zampieri era venuto a rappresentare l'Indipendente, tutta la stampa italiana aveva celebrato con articoli l'avvenimento; giungevano telegrammi da parecchi giornali francesi e spagnoli. E fra gli altri telegrammi inviati a centinaia da ogni parte d'Italia non pochi erano firmati da nomi illustri: da Sidney Sonnino, da Antonio Fradeletto, da Cesare Pascarella, da Matilde Serao, da Ettore Ferrari, da Salvatore Barzilai, da Luigi Barzini.
La redazione del Piccolo non festeggi il giorno stesso l'anniversario, poich proprio quel giorno sarebbe stato impossibile ridurre il lavoro. Lo fece l'indomani, che era una domenica. Teodoro Mayer invitava a mensa intorno a s tutti i suoi collaboratori, la redazione, l'amministrazione, il personale di tipografia: pi di cento persone. La sera gli amici politici di Teodoro Mayer offrivano a lui un banchetto: vi parlava Attilio Hortis: era bello e numeroso convito, e vi sedevano tutti i cittadini migliori. Venticinque anni prima il festeggiato di quella sera era giovinetto e solo, e nessuno avrebbe dato sei mesi di vita al minuscolo foglio che per la prima volta lo faceva vegliare.
Ora il giornale aveva la sua immagine anche in un'opera d'arte: la figura del Piccolo, che Teodoro Mayer volle foggiata da Leonardo Bistolfi per ricambiare con le riproduzioni di quel bronzo auguri e doni degli amici e dei collaboratori. E quel Piccolo del Bistolfi non era gracile fanciullo incerto dei suoi giorni, ma animoso giovane a difesa d'una bandiera...
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Col costituirsi dell'Associazione "Patria", la vita del Partito Nazionale a Trieste si era rinserrata. L'associazione non ebbe mai per se stessa molta importanza, ma era un simbolo di unit. Le deliberazioni di maggior momento si prendevano sempre nel consiglio di Partito, composto di poche persone e segreto; i giovani avevano loro associazioni, le quali per lo pi dopo breve tempo venivano sciolte dall'autorit austriaca. Una di queste, fondata dagli studenti nel 1902 e che si estendeva a tutte le cinque provincie, si chiam "l'Innominata": e fin dalla seduta costitutiva il commissario di Polizia che vi assisteva sollev protesta contro una frase accennante alle "condizioni maledette degli italiani nell'Austria". Non occorre dire che entro l'anno fu sciolta. Altri comitati di giovani, collegati per coi dirigenti del Partito, mediante Camillo Ara, operavano con le forme tradizionali della congiura, nell'ombra.
Gli ex governativi e i nuovi adepti della tendenza cristiano-sociale, credettero di potersi organizzare alla loro volta in un'associazione che, ohim, senza onorarlo, s'appropri il nome di "Domenico Rossetti". Essa era spalleggiata dalle trombonate di un paio di libelli, contro i quali dovette sollevarsi perfino il Consiglio Municipale, indignato dell'indifferenza del Governo e della Giustizia verso una forma di teppismo giornalistico che infamava la citt. A. G. Benussi, il primo presidente dell'Associazione "Patria", gravemente ammalato, affrontava in tribunale i suoi diffamatori: riusciva a farsi render ragione: ma l'indomani, esausto dallo sforzo, moriva. Fu una grave perdita e impression vivamente i cittadini. Ma non tolse che il Governo continuasse a coprire della sua occulta protezione le gesta dei libellisti.
Malvagit inutili. La "Domenico Rossetti" fu disfatta gi nelle prime elezioni amministrative che essa combatt. Furono quelle del 1903. Il Comune di Trieste rimase completamente nelle mani del Partito Nazionale. Tre anni dopo, nel 1906, la "Domenico Rossetti" era morta e sepolta: ma un nuovo tentativo si compieva sotto il nome di un Comitato Popolare. E anche questo precipit nella fossa comune a tutte le formazioni escogitate dall'austriacantismo, divenuto in quel decennio a Trieste "un'opinione impossibile".
Finch rimase al timone il Luogotenente Goess, il Governo, per quanto sconforto dovesse averne, continu a proteggere l'esperimento cristiano-sociale. Nel 1904 i libellisti godevano ancora il pieno favore dell'autorit, e tutte le sere era un picchiarsi tra i giovani nazionali e il gruppo di facinorosi che costituiva guardia del corpo alle redazioni dei libelli. Ma il 21 ottobre 1904, giungeva a Trieste un nuovo Luogotenente, il principe Corrado di Hohenlohe, e con lui la rotta cambi. I suoi occhi ancora freschi videro subito che la "Domenico Rossetti", i libelli, e altra simile roba, non erano che una barcaccia sdruscita, buona soltanto a far acqua. Egli era gi noto come il primo degli alti funzionari austriaci che avesse rotto le prevenzioni auliche contro il partito socialista e avesse appoggiato su questo, in altre province, gli interessi dello Stato. Certo, egli era uomo da appoggiarsi anche sul Partito Nazionale, se l'avesse trovato maneggevole e di buona pasta come forse s'illudeva trovarlo, e i suoi primi discorsi ed atti furono quasi amabili inviti. Ma poich il Partito Nazionale mostrava una faccia arcigna che non gli piacque, e ignorava volentieri "il rappresentante di S. M. l'Imperatore" con una imperturbabilit che gli pareva sgarbata, egli pens che nei socialisti triestini avrebbe potuto trovare le stesse forze ausiliarie delle quali aveva imparato il gioco in province lontane.
Anche nel socialismo triestino la barca era passata in altre mani. Il vecchio capo Carlo Ucekar era morto all'improvviso nel 1902, lasciando generale rimpianto. Pochi mesi dopo figurava come capo dell'Esecutivo un giovane uomo politico, Valentino Pittoni. I rapporti, talvolta inaspriti improvvisamente, ma di solito abbastanza cordiali, fra Partito Nazionale e socialisti, continuarono per un poco finch la rotta del conte Goess mantenne contro i due partiti un avversario comune: l'equivoca agitazione cristiano-sociale, coi suoi organi di diffamazione. Ma venuto a Trieste il principe Hohenlohe, il distacco dei socialisti dai nazionali si fece reciso. Valentino Pittoni non si contentava di un lavoro di propaganda; egli pensava che a Trieste i socialisti dovevano andare al potere, e quindi tendeva tutte le forze a sbalzarne i liberali-nazionali. Il principe Hohenlohe, acquistata la persuasione che la pregiudiziale irredentista dei liberali-nazionali non era un'asticella di bamb, doveva necessariamente, come rappresentante dello Stato austriaco, preferire l'avvento al potere di qualsiasi altro partito. Non erano indispensabili accordi molto precisi e formulati perch i due che volevano la stessa cosa si spalleggiassero. Tuttavia all'occasione vi furono anche contatti diretti.
Aiutava questi avvicinamenti l'andamento generale della politica austriaca, che dal 1906 in poi, accelerando una tendenza in quel momento dominante in Europa, si era messa per la via del suffragio universale senza correttivi e senza esclusioni. I corpi provinciali si uniformarono rapidamente al mutato indirizzo dello Stato: e anche il Comune di Trieste dovette pensare al rinnovamento del suo Statuto, e all'introduzione del suffragio universale per le future elezioni della sua rappresentanza. Vi si dedic personalmente Felice Venezian, e fu l'ultima opera della sua vita; lodata anche dagli avversari per equanimit e imparzialit. Era invero un atto di fiducia nella cittadinanza, cui si commetteva la difesa nazionale della citt, non pi riservata a un numero relativamente esiguo di cittadini. Gravi lotte, pericoli maggiori che mai non fossero stati, erano nella previsione di tutti: bisognava tuttavia aver fede nella coscienza italiana della popolazione. Ogni altro tentativo di riforma elettorale, del resto, sarebbe stato vano: o non l'avrebbe approvato il Governo, o sarebbe stato abbattuto rapidamente dalle agitazioni suffragiste dei comizi e della piazza, arma mirabile che non bisognava lasciare nelle mani degli avversari. Meglio prendere il toro per le corna; e fu preso.
Il movimento nazionale, impadronitosi di buona parte della popolazione nella quiete legalitaria del precedente decennio, aveva a poco a poco assunto un'anima battagliera per le vicende di un problema agitato con molta tempestivit e con molta accortezza: quello dell'Universit a Trieste. Il problema esisteva da quarant'anni, e alcuni lo volevano anche pi vecchio: ma in verit soltanto da quando il Partito Nazionale di Trieste partecip alle elezioni politiche, e si costitu a Vienna il Club parlamentare italiano, prese forza quella celebre controversia col Governo austriaco, il quale, fuor d'ogni legge e d'ogni giustizia, aveva le sue ragioni per non consentire alla studentesca italiana di raccogliersi in terra italiana e specialmente a Trieste. Dal 1901 in poi, la contesa, che era stata accademica per tanto tempo, si fece politica e prese un'andatura serrata: e chi volesse rileggersi tutte le collezioni del Piccolo da quell'anno fino allo scoppio della guerra, vi troverebbe pi di mille articoli, che in tutti i toni, sotto tutti gli aspetti, dal teorico al polemico, dal tattico al rampognatore, con versatilit e ostinazione implacabile, illustravano le varie fasi della sempre desta questione universitaria. Questione su la quale si sono scritti volumi, e altri si scriveranno, come su esempio classico d'impostazione d'una vasta lotta ideale sopra un punto determinato, concreto e stringente, al quale era impossibile sfuggire.
Sembrerebbe oggi ritmo monotono quello delle tante petizioni di Comuni e d'assemblee, delle tante discussioni parlamentari nell'aria torbida e imbarazzata di Vienna, delle tante bastonature di studenti, delle tante dimostrazioni per le vie e per le piazze, delle tante espansioni di irrequietezza e di malcontento nella stampa di tutta Italia, che per quindici anni, incessantemente, si ripetevano, senza che ne venisse stanchezza n alla parola n agli spiriti: anzi rinvigorendo questi di sempre nuovo alimento, ribattendo in essi fino all'ossessione l'immagine suggestiva di quel popolo che domandava una scuola e di quel Governo che si dibatteva per non concederla. Capolavoro della politica irredentista, la questione universitaria, sagacemente piantata, rese tutti i servizi: costrinse gli irredenti all'unione sopra una piattaforma determinata, tenne viva l'agitazione quando essa minacciava languire, salt fuori salvatrice in ogni momento scabroso, present all'estero il Governo austriaco nell'evidenza del torto e del malvolere verso gli italiani, ridest attenzione e accese sdegni in tutta la Penisola, obblig i Ministri degli Esteri a parlarne, port i problemi degli irredenti sul terreno internazionale.
Questa meravigliosa opportunit del problema a scopi politici ha fatto chiedere molte volte se gli italiani irredenti ci tenessero sul serio al loro istituto universitario. Domanda oziosa. Essi avevano tutte le ragioni per tenerci, e questa positivit del bisogno rendeva formidabile la loro polemica col Governo imperiale. Non si riesce a sostenere per tanti anni una lotta per cosa che non abbia un valore intrinseco e che possa essere dimostrata capriccio. L'errore del Governo austriaco fu quello di non aver concesso l'Universit a tempo e come provvedimento d'ordinaria amministrazione, prima che la polemica divampasse con tutte le sue conseguenze. Esso avrebbe potuto farlo; negli ultimi anni non pot pi. Era prigioniero ormai non solo del proprio atteggiamento, ma del sospetto nato nei circoli militari, ma della cresciuta influenza e dell'opposizione irreducibile degli slavi.
Era stato proprio il Piccolo, nel 1901 a lanciare l'idea di un plebiscito in forma di petizioni di tutti i Comuni irredenti, per l'Universit italiana a Trieste: e il plebiscito s'era attuato nell'autunno di quell'anno, fiancheggiato da una serie di clamorosi comizi. Il grande discorso parlamentare d'Attilio Hortis, nel quale s'affermavano le ragioni storiche e morali di Trieste ad avere l'Universit, fu pronunciato a Vienna il 12 marzo 1902: era lungo da riempire tutto un numero del giornale: fu trasmesso alla redazione del Piccolo a tarda notte, nel testo tedesco, e Francesco Salata s'accinse a tradurlo e non smise fino all'ora di mandare in macchina il Piccolo della sera, nel quale il poderoso discorso pot essere pubblicato per intero, con tal cura della forma da contentare l'incontentabile Hortis. Da allora, ogni anno, il problema universitario si present in un'altra fase, e quasi ogni anno tocc un momento critico di estrema e talora violenta tensione degli animi.
Il Governo di Vienna si prov, prima di tutto, com'era naturale, a rompere l'unione degli italiani: e present nel marzo 1904 un progetto di facolt giuridica italiana a Rovereto. Veramente sommo pericolo: poich se i trentini, allettati dall'interesse regionale, avessero accondisceso, il problema universitario italiano sarebbe stato sepolto, forse per sempre. La voce del Piccolo si lev tosto eloquente, a deprecare questa eventualit: Rovereto fece nobilmente il gran rifiuto: e il Governo, ritirato quel progetto, escogit la soluzione non nuova di un'Universit italiana in terra tedesca, e furono le cattedre universitarie di Wilten, vicino ad Innsbruck. Ma qui si cozz contro il pangermanismo della citt, intollerante dell'affluenza di tanti studenti italiani. L'edificio universitario fu sconquassato, gli studenti italiani assaliti, costretti ad accettare una lotta a sangue: un fremito di protesta corse tutte le province irredente quando vi ritornarono i loro giovani, con le bende sulle ferite, come se fossero stati in guerra.
Forse non pi cos gravi: ma quante volte quelle bastonature, a Vienna, a Graz, in tutte le citt universitarie straniere dove i relegati studenti italiani facessero udire la loro voce. Quale trepida vita per le madri, per le famiglie. E bisognava tuttavia imporre il motto "Trieste o nulla": il motto politico: la cosa pi difficile; proprio quella che il Governo non voleva, mentre forse su altre soluzioni sarebbe venuto a patti. Per alcuni anni l'azione fu precipuamente nelle mani degli studenti. Ossia a loro rischio e a loro pericolo. Soltanto nel 1909, il Ministero Bienerth si decide a portare sul terreno parlamentare un suo progetto di Facolt giuridica italiana da crearsi provvisoriamente a Vienna. Ma il Parlamento  contrario anche a questo: i tedeschi non vogliono Vienna, gli slavi l'accetterebbero soltanto se fosse escluso per sempre il trasporto della Facolt in qualsiasi citt della Venezia Giulia: si discute per tre mesi: entra in scena perfino un ammiraglio, l'ex ammiraglio Chiari, a escludere Trieste per ragioni di alta politica: poi il Governo chiude la Camera, e tutto  finito. "Buonanotte", scrive il Piccolo. E lo stesso gioco si rinnova, due o tre volte, fino alla vigilia della guerra. Si parla di mandare quella povera Facolt giuridica italiana a Praga, a Cracovia; la si palleggia nelle commissioni e nelle sottocommissioni; si accetta perfino che si discuta di Trieste, ma soltanto perch si levi l'alto fantasma del veto slavo. Da ultimo la Camera viennese si chiude definitivamente; ci avviciniamo alla guerra. Il Governo si affretta ad assicurare che non attuer l'Universit italiana col par. 14, ossia valendosi dei pieni poteri, n a Vienna, n a Trieste, n altrove. La discussione  durata quindici anni. L'ultima parola : nulla.
Lasciamo il problema universitario, che  pure l'asse irremovibile di tutta la situazione, e l'argomento precipuo delle campagne del Piccolo. Torniamo un po' indietro per non trascurare alcuni altri importanti momenti di quei primi anni del secolo. Si  gi menzionata la visita di Re Vittorio Emanuele III a Udine, il 27 e 28 agosto 1903. Quell'apparire del Re d'Italia a pochi chilometri dal confine, mentre gi spira un'aura di malcontento a Vienna e a Berlino per l'annunziata visita del giovane Sovrano a Parigi, suscita negli irredenti la sensazione dello svincolarsi dell'Italia da una politica troppo stretta nella camicia di forza dei riguardi alle alleanze imperiali. A Trieste l'entusiasmo si accende. Tutti vanno a Udine. Ci vanno anche mazziniani come il dott. Spadoni, l'ex presidente della Democratica. La loro partecipazione d un carattere politico alle fervide accoglienze della citt. Il Re parla col dott. Spadoni e con l'on. Bombig di Gorizia; dice: "Non dubitavo punto che le accoglienze di Udine sarebbero state affettuose; ma non immaginavo tale imponente manifestazione". Il vessillo degli irredenti  l'ultimo a salutare il Re quando egli parte; e il Piccolo ne riferisce cos:
"Una rappresentanza con la bandiera si reca a poche decine di metri dalla stazione, accanto al binario, e di l d ai Reali, quando il treno passa, un silenzioso saluto: uno sventolare di fazzoletti, un inchino della bandiera, nessun grido. I Reali guardano, rispondono col gesto della mano, e il treno passa".
Non  pi il vagheggiamento lontano degli ultimi vent'anni dell'Ottocento. Sono nate nuove speranze, ed anche  nata una nuova generazione. Tutte le manifestazioni si fanno pi baldanzose, pi ardite, quanto pi la situazione degli italiani si fa apparentemente pi grave, per l'attrazione esercitata dal partito socialista su le masse operaie e per la pressione degli slavi che lavorano febbrilmente a entrare nella citt con banche, sodalizi, imprese d'affari, organizzazioni di vita sociale. Il Piccolo risponde animosamente al Presidente dei Ministri austriaci dott. Krber che, in visita a Trieste nell'ottobre 1903, non finisce pi di rammentare i debiti di riconoscenza della citt verso l'Austria che ci spende milioni. "Ma che debiti! - dice il Piccolo. - L'Austria per Trieste non spende un soldo, spende soltanto per il mare che vi ha trovato. Sar sempre l'Austria la maggior debitrice".
Intanto vengono le vendette per le dimostrazioni d'Udine. Si sciolgono societ, si arrestano giovani. Ma pochi mesi dopo, nel luglio 1904, scoppia una faccenda molto grave. Si sono scoperte due bombe nello spogliatoio degli schermidori della Societ Ginnastica, centro della giovent irredentista. Si arrestano il presidente avv. Mrach, i maestri di ginnastica e di scherma, parecchi giovani; all'indomani c' un tale affaccendamento di guardie che pare si voglia arrestare mezza citt; si cerca affannosamente - narra il Piccolo - anche un certo Antonio Sillani, che  gi in carcere da ventiquattr'ore. Ma se mezza citt non  arrestata, tutta la citt per  accusata: la Triester Zeitung incolpa l'intero Partito Nazionale di connivenza coi preparatori di ordigni terroristici; il Piccolo vi risponde con un articolo: "Disonest". Nessuno si lascia intimidire; tutti reagiscono. Il branco di "buli" formatosi intorno ai libelli cerca di risuscitare le dimostrazioni anti-italiane d'un tempo; i giovani nazionali rispondono a legnate. Per quindici sere di seguito  un continuo azzuffarsi, talch la stessa stampa di Vienna si domanda se infine non abbia colpa il Governo di questa situazione anormale subentrata a Trieste. La faccenda delle bombe ha un suo momento drammatico quando si scopre, per inchiesta condotta da un comitato segreto d'Udine, che tutto fu palesato alla Polizia da uno dei congiurati stessi, il pi vecchio, e costui, non potendo scolparsi, si uccide. Allora subentra il dubbio: la Polizia ch'era informata di tutto, non ha avuto mano anche nella preparazione della cosa? Il delatore non  stato anche un agente provocatore? E il processo che si istruiva a Vienna contro i "bombardieri", e che si pensava dover riuscire gran colpo contro le mene del Partito Nazionale di Trieste, finisce col lasciar nei giurati il dubbio che gli imputati non sieno pi colpevoli della Polizia. Onde tutti sono trattati con molta indulgenza.
 il primo di una serie di processi che, negli anni successivi, si fanno contro irredentisti appartenenti ai cosidetti comitati d'azione, portandoli dinanzi alle varie Corti d'Assise dell'Austria, poich dei giurati di Trieste non si ha fiducia. Processo contro Marcello Depaul, processo contro Bruno Ferluga, processo contro tredici triestini accusati d'alto tradimento (1910), processo contro Mario Sterle (1913). Ma ad eccezione di quest'ultimo, che si chiude con la condanna ad alcuni anni di carcere (e il condannato  poi graziato perch l'opinione pubblica viennese non approva la grave sentenza), tutti finiscono o con assoluzioni o con punizioni leggere, non soltanto perch i giurati dei primi anni del Novecento, in qualunque paese, hanno la riluttanza a condannare per imputazioni politiche; ma perch in ciascuno di questi processi si scopre un retroscena di circoli polizieschi e di circoli militari nervosamente cupidi di fabbricarsi romanzi.
Il Piccolo non manca mai di dare relazioni lunghissime dei dibattimenti giudiziari, e per i suoi lettori esse sono documentarie: poich proprio nell'aula della giustizia si rivela chiaramente la preoccupazione, anzi l'ossessione dell'irredentismo, che  entrata nei circoli austriaci. Ivi s'intavolano argomenti, si dicono cose che comunemente si sottaciono nella stampa austriaca per timore di sequestri o per non scoprire reconditi disegni politici. L'Austria incomincia ad apparire inferma anche in questi suoi orditi giudiziari; inferma sempre pi.
Era stato un insuccesso anche il primo atto della "nuova tendenza" dei socialisti triestini, dopo l'avvento del Principe Hohenlohe: il tentativo di un convegno socialista austro-italiano a Trieste (veramente si era ideato di farvi intervenire anche delegati ungheresi e germanici) per condannare l'irredentismo come preparatore di nuove guerre. Il convegno si tenne nell'aprile 1905; vi si udirono molti discorsi generici; ma pare che nell'animo di taluno dei delegati italiani, per esempio dell'on. Bissolati, l'impressione genuina di questa citt italiana, che cercava sottrarsi ai ceppi del dominio di genti straniere, fosse, al lume di giustizia, pi forte che la retorica della necessit di proclamare un eterno veto alla guerra come un eterno vero. Il convegno non ebbe l'eco profonda che i suoi preparatori ne speravano, se non nel senso di presentare l'irredentismo come una delle forze attuali della storia, il che dal 1882 in poi non era pi avvenuto. Di ci gli irredenti non solo non presero paura, ma anzi presero animo.
Cos in un certo senso ebbe ad eccitare le loro speranze la diminuzione delle prerogative comunali compiuta dal Governo austriaco alla fine del 1906 e che va sotto il titolo di "toglimento delle attribuzioni delegate". Ne fu menato grande scalpore come d'una manomissione indebita di antiche prerogative del Comune di Trieste, ed anche perch era tattica della stampa irredenta il presentare ogni atto del Governo sotto il suo aspetto pi odioso. Ma in realt, poich le attribuzioni tolte al Comune si riferivano per buona parte alle liste di leva e ad altre cose militari, appariva chiaro, e non doveva dispiacere, che si stimavano oggi necessarie certe precauzioni reputate fino a ieri superflue. La cittadinanza non sapeva nulla di certi occulti piani che mulinavano allora nella testa del maresciallo Conrad e d'altri grandi capi dell'esercito austriaco; ma aveva l'intuizione che si ricominciasse a tener d'occhio gli italiani e la frontiera italiana...
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La prima battaglia elettorale sul campo del suffragio universale non fu fortunata per il Partito irredentista. Dalla vivace eccitazione degli animi manifestatasi negli ultimi anni, e che denotava indubbiamente un rinvigorirsi delle forze nazionali, esso trasse troppa fidanza. Procedette come troppo sicuro di vincere. Felice Venezian, nella certezza che la maggioranza dei triestini avrebbe compreso la generosit e l'alta significazione del suo atto, aveva perfino presentato in un collegio la candidatura di un dalmata, Luigi Ziliotto, per dare alla Dalmazia, merc il voto di Trieste, quel deputato italiano che il congegno della nuova legge elettorale austriaca le interdiceva. Da tutte le province italiane, da tutta Italia, si era applaudito a Trieste per questa deliberazione. In verit, nonostante l'ammonimento del 1901, non si era ancora compreso che il fermento caratteristico della nuova epoca, tanto diverso dal ristagno del precedente periodo, stimolava non solo le forze nazionali, ma tutte le forze: che notevolmente si era accresciuto il socialismo dopo i fatti del febbraio1902 e le agitazioni suffragiste, che il numero degli slavi non era certo diminuito, mentre i lavori ferroviari e portuari ne portavano gi ogni giorno, che i residui cristiano-sociali erano anch'essi a diffalco della compagine italiana, e che tutti questi avversari costituivano a danno del Partito dominante una formidabile coalizione, manovrata dalla volont del principe Hohenlohe. Questi non esit a permettere ai socialisti dell'on. Pittoni l'ostruzionismo e gli atti di intimidazione violenta durante le votazioni nei quartieri popolari: e la giornata elettorale si chiuse col successo di un socialista in citt, di uno slavo nel territorio e con tre ballottaggi. I cortei socialisti e il corteo slavo, percorrendo le vie tra i canti della loro vittoria, si salutavano con le bandiere.
L'impressione di tali risultati fu tanto pi grave quanto meno essi erano aspettati. Si precipitava da un ottimismo inesplicabile a un abbattimento esagerato. Bisognava risollevare gli animi. Il Piccolo scriveva l'indomani un breve articolo: "Tutti contro uno". Rilevava la potenza della coalizione armata contro il Partito Nazionale, la vittoria ottenuta dagli avversari per pochi voti. Accennava alle violenze commesse. Concludeva: "Basta che Trieste sia lasciata parlare, e parler come il suo passato, come il suo avvenire, come il suo decoro esigono. E Trieste vedr anche il risveglio di molte coscienze oggi offuscate, quando il disgusto per l'atmosfera di sopraffazione e di violenza creata nella citt avr aperto a viva forza molti occhi che ieri stettero chiusi e non seppero n vedere, n comprendere ci che si tentava di fare alla loro patria".
In realt la situazione non era tanto grave. I nazionali avevano la massima probabilit di vincere in due dei ballottaggi pendenti. Ma il Partito stim miglior politica non esporre le sue forze a una nuova lotta immediata, e si ritir dai ballottaggi, lasciando ai socialisti la rappresentanza parlamentare della citt. Questi avrebbero voluto abusare dell'ormai facile vittoria pretendendo le dimissioni anche del Consiglio Municipale. Ma il Consiglio tenne duro. C'era una rappresentanza buona e laboriosa: Felice Venezian vi attendeva alla riforma dello Statuto; Teodoro Mayer, eletto per la prima volta a consigliere nel 1913, metteva il suo occhio sicuro di finanziere nella sistemazione del bilancio ed era nominato presidente dell'azienda municipalizzata degli acquedotti e consigliere d'amministrazione dell'azienda municipalizzata del gas e dell'elettricit: si lasciarono cantare i socialisti che erano essi i padroni della citt: questa non tard a dimostrare il contrario.
Il Piccolo ebbe cura anzitutto di dominare l'eccessiva impressione che le elezioni di Trieste avevano suscitato in tutta Italia, mettendo nel giusto valore la bella vittoria italiana ottenuta nell'Istria; Felice Venezian, accasciatissimo al primo momento, riconobbe ben presto i vantaggi di una situazione che metteva il Partito Nazionale in atteggiamento di critica rispetto ai deputati socialisti; la celebrazione del centenario di Garibaldi, per la quale fu sequestrato il manifesto del Comitato cittadino, e il grande convegno ciclistico del Touring, che port a Trieste squadre sportive di tutte le regioni d'Italia, mostrarono, pochi giorni dopo, che il tono della citt non era affatto cambiato; e i cittadini si accorsero ben presto che i deputati socialisti, ligi alle direttive del partito socialista austriaco, potevano fare e ottenere a Vienna molto meno di quanto vi avessero fatto e ottenuto gli stessi deputati nazionali.
Non mai pi importante che in quel periodo fu per la causa nazionale l'avere un'arma da incessante battaglia quale il Piccolo. Esso seppe intuire la discordia degli avversari, allargarla, preparare giorno per giorno la riscossa cittadina. Avvenne questa, dopo soli due anni, colle prime elezioni municipali a suffragio universale, e col trionfo, in un'elezione politica suppletoria, del candidato italiano, on. Pitacco. Questi prendeva il posto di uno degli eletti socialisti del 1907, l'on. Pagnini, che, disgustato della condotta dei compagni nelle questioni nazionali, abbandonava il partito e la carica e si metteva a capo di un partito socialista dissidente. Andato a Vienna l'on. Giorgio Pitacco, fu egli il vero rappresentante della citt, e i deputati socialisti perdettero ogni importanza.
In quelle due campagne elettorali del 1909, amministrativa e politica, il Partito Nazionale vide la situazione con occhio molto pi esperto, condusse un'azione meno accademica, pi scaltra, pi elastica, ora risuscitando il cocente ricordo delle bandiere slava e socialista che si salutavano per le vie di Trieste, ora affrontando i socialisti su tutti i problemi pratici dove volevano metter becco: e il risultato fu che gli elettori nazionali da 7714 che s'erano contati in citt nel 1907, salirono a 11.006, superando i socialisti e gli slavi sommati.
Fu questa la prima delle tre grandi campagne elettorali vittoriose condotte dal Piccolo nell'ultimo lustro che precedette la guerra. Campagne ancor oggi belle a leggersi per la vivacit, la pugnacit, la ricchezza delle argomentazioni, lo sfavillio della polemica, la suggestivit degli appelli. La seconda fu la campagna politica del 1911; la terza la campagna amministrativa del 1913. Quest'ultima ebbe due cardini: un paio di candidature slave che i socialisti erano costretti a presentare in citt per tenersi legati i loro aderenti sloveni, e il problema, che allora urgeva, dell'acquedotto triestino. I socialisti, gelosi dell'amministrazione nazionale del Comune, solevano porre intralci alla soluzione di tutti i problemi pubblici; avevano tentato di mettere in ridicolo il traforo dei colli che impedivano ogni comunicazione rapida fra i vari quartieri di Trieste: avevano inscenato l'ostruzionismo contro un disegno d'acquedotto, di non forte spesa, caldeggiato dalla maggioranza (che  quello oggi eseguito), e la questione si era dovuta sottomettere a un giudizio d'arbitri di fama mondiale. Il verdetto degli arbitri era giunto poco prima delle elezioni e non lo conoscevano se non il Podest e tre altre persone che s'erano impegnate reciprocamente al silenzio. Esso era conforme in tutto alle vedute della maggioranza, e relegava un altro progetto, appoggiato dai socialisti, all'ultimo posto. Ma il destino voleva che il Piccolo fosse sempre, in un modo o nell'altro, informato di tutto. Un redattore del giornale riusc ad avere notizie del verdetto degli arbitri da una delle quattro persone consapevoli. Legato al silenzio, non ne disse nulla, nemmeno al prodirettore dott. Prezioso; ma impost senz'altro la polemica elettorale stuzzicando i socialisti in modo che essi s'impegnassero sul loro progetto sempre pi a fondo. A un certo punto al prodirettore del Piccolo pareva che il giornale si spingesse troppo oltre. - Mi lasci fare, tutto va bene - disse quel redattore; e poich era persona seria e impratichita in queste lotte, fu lasciato fare. Il giorno della pubblicazione del verdetto degli arbitri, la confusione nel campo dei socialisti fu indescrivibile; ma essi s'erano ormai talmente compromessi sul loro programma da non poter pi dare indietro. Cos fu piantata sicuramente fin da principio quella demolizione del dilettantismo e del demagogismo del programma amministrativo socialista che tanto contribu alla clamorosa vittoria nazionale del 1913. Ai socialisti non restavano che cinque o sei posti di consiglieri da contendere nei ballottaggi. - Facciamo l'inseguimento, togliamo loro anche questi - propose uno dei redattori politici del Piccolo. - No, - disse Teodoro Mayer con la consueta perspicacia; - abbiamo vinto e stravinto;  meglio che quei cinque o sei ci sieno, perch la popolazione sappia che non ci fa paura il loro controllo.
Il predominio socialista (se cos vogliamo chiamarlo) era durato due anni; era stato uno sfogo quale doveva avere anche a Trieste un principio politico che in quel tempo esercitava cos forte ascendente su tutta Europa; nel 1909 la citt era di nuovo nelle mani del Partito Nazionale; nel 1913 uno dei capi socialisti riconosceva che il socialismo triestino era in decadenza.
Purtroppo a quelle vittoriose campagne di parte nazionale non partecip l'uomo che per venticinque anni aveva capitanato gli italiani della Venezia Giulia: Felice Venezian. Parecchie delle figure pi ragguardevoli nella storia dell'irredentismo erano scomparse in quegli anni. Edgardo Rascovich e Giuseppe Caprin nel 1904; Felice Venezian l'11 settembre 1908, a soli cinquantotto anni. Non si ricordava tanto lutto a Trieste per la morte di un cittadino. Il Piccolo dedic quasi tutto un numero del giornale a tessere l'elogio e la biografia dell'estinto; interminabile fu il corteo funebre; le parole di Attilio Hortis su la fossa ebbero chiarezza e vigore d'affermazioni irredentiste degne della grande anima italiana che si celebrava: il Comune volle fatta a sue spese la tomba. Era accresciuta la commozione di tutti per essersi saputo che Felice Venezian, il magnifico avvocato, era morto povero, solendo da molti anni rinunziare a ogni guadagno per dedicare tutta la sua attivit alla cosa pubblica.
Dopo la scomparsa di cos eminente cittadino, le mansioni di lui si divisero tra i migliori uomini del partito. Per qualche tempo ebbe autorit nominale di capo l'avv. Ettore Daurant, che godeva grande rispetto per avere presieduto pi a lungo d'ogni altro la Societ Ginnastica; mor anch'egli poco dopo e, come il Venezian, in austera povert. Un capo nominale poi non ci fu. Si sapeva che era nelle mani di Camillo Ara la direzione politica del Partito; l'avv. Igino Brocchi divideva col Podest avv. Alfonso Valerio, con l'ing. Costantino Doria e con Camillo Ara la direzione degli affari municipali; due uomini popolari, l'avv. Carlo Mrach e Carlo Banelli, capeggiavano i movimenti elettorali e le manifestazioni di masse; due deputati esemplari, l'on. Pitacco e l'on. Gasser, disputavano a Vienna col Governo austriaco; Teodoro Mayer continuava a mantenere i segreti rapporti col Governo di Roma, e nel 1913 riprendeva le sue funzioni di presidente della Commissione finanziaria del Comune. Il regolatore quotidiano della sensibilit del pubblico, nell'interesse della causa comune, era il Piccolo. Quel potente giornale italiano, che usciva ormai ogni giorno in sei, in otto, in dieci, in dodici pagine.
Grandi anni furono quelli per il Piccolo e anche per il Partito Nazionale di Trieste: bench n l'uno n l'altro, pur sentendo e valutando l'irrequietudine delle atmosfere internazionali, potessero ritemprare il pensiero nella fiducia che quelle lotte sarebbero state le ultime. Il Piccolo, come ogni importante organismo giornalistico moderno, aveva fatto ormai suo completamente il principio che nulla dovesse essere impossibile per il migliore e pi rapido servizio d'informazioni del pubblico. Nel marzo 1907, avvenuto con angoscia indicibile dei cittadini il naufragio del grande piroscafo del Lloyd "Imperatrix" sulle coste di Candia, e piangendosi quaranta vittime, un redattore del giornale era corso incontro ai superstiti fino in un porto dell'Albania: li aveva interrogati a bordo mentre erano in viaggio per Trieste; aveva raccolto gli schizzi della catastrofe disegnati sul posto da un ufficiale; aveva, mediante il semaforo di Lissa, avvertito il giornale di tener pronto un incisore per la mattina dell'indomani; aveva gettato manoscritti e disegni, legati con un pezzo di piombo, a bordo di un motoscafo col quale un altro collega gli era venuto incontro fino all'imboccatura del porto di Trieste; e tre ore dopo l'arrivo dei naufraghi, il Piccolo usciva con due pagine di relazione scritte in mezzo alla tempesta e con la riproduzione degli schizzi originali. Adesso il pubblico era servito cos. E non erano passati pi di vent'anni da quando si facevano le meraviglie perch il Piccolo mandava un redattore a Monfalcone per riferire sopra un fatto di sangue.
Le conquiste della tecnica e lo spirito della vita moderna erano stati dal Piccolo assimilati immediatamente. Uno dei primi a volare, quando Delagrange fece i suoi noti voli su Roma, fu lo stesso Teodoro Mayer. Non si creder forse oggi che, al primo momento, l'aviazione non suscit affatto nel pubblico un ardore di febbre corrispondente al raggiungimento di una delle millenarie aspirazioni dell'uomo. Invero, nel riepilogare a fin d'anno gli avvenimenti del 1908, il Piccolo faceva un'osservazione curiosa: "Questo  l'anno nel quale l'uomo ha volato, e in lungo e in largo e come volle, e in tutti i paesi civili; la scoperta era attesa da almeno venti secoli, ed ora vien quasi trattata con indifferenza! Tutti gli avvenimenti politici che abbiamo riassunto, compresa la morte dell'imperatore della Cina e dell'imperatrice vedova, hanno avuto almeno un giorno di risonanza pi forte che la scoperta dell'aviazione!"
Il grido doveva venire pi tardi: nel 1909, nel 1910: bench la nuova conquista umana fosse ancora nella prima fase sperimentale e sportiva. In quel momento lo spirito era tutto preso, angosciosamente, da una tremenda catastrofe: il terremoto di Sicilia e di Calabria del 28 dicembre 1908, che distruggeva due grandi citt, Messina e Reggio. Immensa sciagura italiana, e fu sentita a Trieste con lutto fraterno. Il Piccolo aperse una sottoscrizione pubblica che alla fine di gennaio gi superava le 170.000 corone. Una questua di beneficenza si fece per la citt, con grandi carri, raccogliendo suppellettili e indumenti per le popolazioni disgraziate. I giornali tedeschi dell'Austria inferocivano per tanto zelo: in quel momento i circoli austriaci erano poco soddisfatti della condotta italiana nella pendente crisi per l'annessione della Bosnia, e il maresciallo Conrad, com' noto, avrebbe voluto risfoderare il suo piano d'una provocazione all'Italia e aggredirla nella prostrazione della sventura. L'organo clericale di Graz, il Grazer Tagblatt, non si vergognava di scrivere che durante la raccolta di beneficenza per le vie di Trieste i carri erano scortati da vigili urbani e da guardie di pubblica sicurezza perch altrimenti "le iene triestine avrebbero risparmiato alla roba raccolta la fatica di viaggiare fino alla Sicilia". Il Piccolo rispose con l'articolo che si conveniva: "Le vere iene".
Parecchi elementi giovani erano entrati nella redazione in quel torno di tempo. Per alcuni anni vi stettero Gerolamo Tevini, un trentino, intelligente giovane, che poi mor volontario di guerra, e Rinaldo Caddeo, il lodato storico della Tipografia di Capolago, che al Piccolo per curava precipuamente la rubrica economica. In sul finire del 1908 vi entrarono insieme due giovani di vent'anni: Mario Nordio, che tutte le sue tendenze portavano al grande reportage moderno, alle interviste difficili, ai viaggi in paesi stranieri, alle prime cronache dell'aviazione e del cinematografo, e Mario Alberti, l'uomo che ci voleva perch il Piccolo della sera iniziasse la pagina economica e finanziaria quotidiana, aggiunta alle altre pagine del giornale. Vi si aspirava da molti anni; l'uomo era difficile a trovare. Inutile accennare alla grande carriera che ebbe poi Mario Alberti; al Piccolo egli fece il suo noviziato di pubblicista e di economista, e fece a meraviglia. Poco dopo altri redattori nuovi: Attilio Tamaro, con la sua grande dottrina e il suo irrequieto spirito di patriotta che antivedeva l'avvenire con sorprendente lucidit, Emilio Marcuzzi, da Fiume, vigoroso scrittore, gi segnalato per vicende e per pubblicazioni politiche; Nicol Bacichi, che aveva una bella versatilit giornalistica e una accorta sensibilit politica: Mario d'Osmo che fece per qualche tempo la cronaca giudiziaria; Giuseppe Stefani, istriano, appena uscito dagli stud, e gi designato come studioso di problemi politici e giuridici ed articolista di ragguardevole valore; Bruno Astori, giovane diciottenne, gi promettente il colorito e avveduto giornalista dell'avvenire. Il tono intellettuale della redazione si era notevolmente accresciuto, e negli stessi posti sussidiari si adoperavano uomini di bella coltura, come il dott. Polidori, Mario Russo, il prof. Francini-Bruni, Luigi Wiberal e altri ancora. Tra i collaboratori del giornale, in questo periodo, s'incontrano, con quelli degli antichi fedeli, i nomi di Leonida Bissolati, di Luigi Rava, di Crispolto Crispolti, di James Joyce, allora professore a Trieste, di Giulio Caprin, di Gualtiero Castellini, di Tancredi Mantovani.
Alcuni di questi nomi accennano alle correnti che allora andavano formandosi nella vita italiana: un socialismo revisionista insoddisfatto del metodico ricalcare le antiche peste di maestri morti da cinquant'anni e ansioso di preparare soluzioni attuali di problemi attuali, e il nazionalismo, iniziato da Enrico Corradini, da Luigi Federzoni e da pochi altri con una ferma quadratura di dottrina, che esercitava un'attrazione straordinaria sul pensiero di molti giovani. Quantunque (o forse appunto per questo) nel suo primo congresso di Firenze, il nazionalismo fosse ancora tutto di tendenza, e non si fosse depurato a rigore di dottrina, grandissima fu nei paesi irredenti l'impressione di quel convegno di forze giovani e intelligenti che immettevano un nuovo contenuto di vita nelle idealit nazionali, le quali da tanto tempo s'era abituati a veder consegnate alla retorica e alla storia. E anche quando avvenne nel nazionalismo la secessione, e si consolid esso nei suoi stretti osservanti, gli uomini rimasti fuori, qualunque tono prevalesse nella loro mentalit, non si ritrassero dall'atteggiamento positivo assunto rispetto ai beni spirituali della Nazione. Talch si vide nella giovent d'Italia allargarsi quasi improvviso un movimento della coscienza nazionale che, fuori dei socialisti ufficiali, prendeva e coloriva uomini di tutte le gradazioni e di tutte le origini.
A Trieste vi furono nazionalisti. Vi furono socialisti dissidenti e, come poi si disse, bissolatiani. Vi era gi da parecchi anni, forte e pugnace, un gruppo mazziniano, che rappresentava il depurato residuo della secessione democratica avvenuta alla fine dell'Ottocento. Questo frammentarsi in tendenze aveva i suoi svantaggi, ma anche qualche vantaggio. Socialisti dissidenti e mazziniani trattenevano molti giovani al varco del socialismo, ormai strofinatosi alle alte cariche, al potere, e impoveritosi d'idealit. I nazionalisti tendevano a formare un'lite che procedesse con rigida conseguenza, senza riguardi ad accomodamenti, cercando in tutti i problemi la linea diritta dell'interesse nazionale. Poche volte intervenne il Piccolo ad ammonire contro le infrazioni dell'unit di partito, anche perch l'unit d'ideale restava, e tutti conoscevano troppo bene quei giovani per non avere in loro piena fede. Erano forze nuove, forze del nuovo secolo, del Novecento: e anche questo costituiva tra loro una specie di connotato comune. Ancora nel 1907, la inopinata vittoria socialista si era potuta giovare del terrorismo e delle randellate, poich valeva come assioma della borghesia triestina che non si potesse fare ai pugni coi braccianti, coi carrettieri, con gli scaricatori del porto. Ma negli anni successivi non fu pi cos. La nuova generazione menava le mani contro chiunque. Un giorno del 1910 si spingeva fino a tentar l'assalto della sede dei socialisti e ne spezzava i vetri a sassate. Le dimostrazioni pubbliche prendevano un piglio sempre pi risoluto e battagliero: s'incominciavano a sparare colpi di rivoltella, che prima non s'erano uditi quasi mai nei tanti parapiglia e nei tanti tafferugli della vita di Trieste irredenta. Socialisti e slavi erano sempre contrattaccati con energia, e la cittadinanza non s'adagiava ad alcuna provocazione, ma prontamente e vigorosamente reagiva. Onde le vittorie elettorali del 1909, del 1911, del 1913, non furono soltanto questioni di scheda, ma affermazioni d'un'idea forte, che si sentiva cos saldamente radicata nella citt da non lasciarsi intimidire e da non temere sopraffazioni.
Il pericolo che questi gruppi operanti a gara sui margini del Partito Nazionale, volgessero le loro energie gli uni contro gli altri, n si avver, n era ipotesi compatibile con la realt della situazione. I socialisti potevano rappresentare un elemento soggetto a variazioni; non l'Austria, non gli slavi. L'Austria, finch essa fosse signora a Trieste, avrebbe operato con tutti i suoi mezzi a snazionalizzare la citt. Soltanto quando fosse giunta a fiaccarne il carattere italiano, vi si sarebbe sentita sicura signora. Quarant'anni prima forse non lo pensava; ora s. Nel 1910 il Luogotenente Hohenlohe affermava a un giornalista italiano che la causa della politica negativa del Governo austriaco verso gli italiani stava nell'irreducibilit di una minoranza di cittadini che si ostinavano a volersi occupare di politica: e il Piccolo gli rispondeva che tutte le nazionalit dell'Austria si occupavano di politica, facevano le loro agitazioni, e non per questo il Governo le perseguitava. Ma nel 1913 lo stesso Luogotenente, parlando a Vienna diceva: "Trieste deve essere possesso comune di tutte le nazionalit dell'Austria, e non di alcuna nazionalit in particolare". E questo era parlar chiaro. Intanto si sospingevano verso la citt gli slavi che, aiutati e favoriti, crescevano di numero e, col numero, anche di baldanza. Ci faceva presente il Piccolo ai cittadini ogni giorno.
In paesi tedeschi si proibivano certi cortei slavi di provocazione; a Trieste no. Nel 1910, da otto giorni, il Piccolo andava mostrando al Governo i gravi guai che sarebbero avvenuti se esso non avesse proibito, come altrove, un corteo dimostrativo di croati venuti dall'Istria. Il Governo nulla volle proibire; allora s'incaricarono i cittadini di impedire al corteo slavo la marcia per la citt, e i guai avvennero. Il corteo si ridusse nel sobborgo di Roiano, e vi stette quasi assediato, sotto la protezione della Polizia; ma vi furono colluttazioni con la Polizia, ferimenti, arresti. L'indomani il Piccolo era sequestrato per uno dei suoi articoli pi vigorosi: "Ammirabile Governo!".
Non per questo cessarono i tentativi di cortei slavi. Essi continuarono, sempre repressi dalla cittadinanza, fino all'ultimo: fino al 1 maggio 1914, quando una masnada slava, estranea alla citt, piomb sui cittadini e vi furono ferimenti, anche molto gravi, che la Polizia in un primo momento cerc di tener nascosti, ma che suscitarono sdegno nella stampa di tutta Italia. Era quasi l'epilogo di un periodo d'agitazioni, durato tutto l'inverno, nel quale si erano udite le affermazioni pi sbalorditive e i discorsi pi strani; giacch dopo le recenti guerre balcaniche la megalomania slava aveva perduto ogni ritegno. E quelli che vedevano l'avvenire in una Jugoslavia futura, e quelli, ed erano i pi, che speculavano sopra un'Austria costretta a inalzare essa stessa la bandiera dello slavismo per contrapporsi alla Serbia, si uguagliavano nel temerario linguaggio. "Se Trieste non sar slava la distruggeranno", intitolava il Piccolo un articolo di commento alle dissennatezze che s'erano dette e scritte nei paesi slavi, dopo le scenate e i colpi di rivoltella d'un gruppo di studenti croati annidatisi nella Scuola Superiore di Commercio a Trieste, col proposito di mostrare al Governo a quali eccessi si sarebbe trascesi se un'Universit italiana fosse stata concessa. Poco prima il Bano di Croazia e la Dieta di Zagabria avevano elargito importi per la creazione d'una scuola croata a Trieste, e l'organo slavo aveva chiesto la slavizzazione del giornale ufficiale l'Osservatore triestino; poco dopo, in un comizio tenuto nella Scuola di Servola, l'on. Rybar predicava che con la lingua italiana non si poteva trovar pane se non in Italia, mentre con la lingua slava il fanciullo "si apre la strada in tutto il grande mondo slavo", e solo qualche giorno era trascorso dai sanguinosi fatti del primo maggio 1914, e gi si tentava inscenare una "festa del fiore per la scuola slava" da farsi nelle vie di Trieste, e che poi fu proibita per il minaccioso atteggiamento della popolazione. Ma il 16 giugno, all'arrivo dei partecipanti alla corsa automobilistica delle Alpi, gli agitatori inalzavano nel sobborgo di Servola 28 bandiere slave: i cittadini risposero sollevando in Piazza Grande il vietato tricolore italiano.
Questo lo stato di tensione nel quale Trieste visse, rispetto agli slavi, gli ultimi anni che precedettero la guerra. C'era da vigilare ogni giorno, ogni ora, perch da tanto agitarsi sortisse la citt il minor danno. Ed era impossibile che, sotto quella continuit d'assalti, sotto quella minaccia d'un peggiore domani, vi fossero ancora a Trieste animi indifferenti alla causa nazionale o disposti a tradirla. Tutti, alla vigilia della guerra, militavano disciplinatamente. Tutti erano formati allo stato d'animo di chi difende qualche cosa fuori di che non c' vita...
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L'impeto slavo, manovrato dall'alto, corrispondeva a una determinata situazione della politica internazionale. Il Governo austriaco si era deciso a un acceleramento di quella che era stata sempre un'azione lenta, da quando aveva veduto annuvolarsi la situazione europea. L'italianit di Trieste in tempi grossi, gli era veramente una spina e si dava furia di spuntarla. Ma appunto dall'ingrossare della situazione europea traevano gli italiani della Venezia Giulia le loro maggiori speranze e la loro pi valida forza di resistenza. Gli occhi di tutti erano fissi su la politica dell'Italia; era lo stesso spasimo, sebbene per ragioni diverse, che magnetizzava da quella parte gli occhi interrogativi dei circoli di Vienna.
Nelle varie crisi che si succedettero, dall'annessione della Bosnia in poi, il Piccolo seppe sempre procedere in modo da orientare l'opinione pubblica in senso opposto a quella che fosse la tesi austro-ungarica. Lo stesso antislavismo dei cittadini, tanto naturale in loro e tanto necessario nella loro situazione, seppe trovare i suoi accomodamenti durante la grave crisi per l'annessione bosniaca e durante le guerre balcaniche: si videro sul Piccolo, all'inizio di queste ultime, perfino elargizioni di cittadini per i feriti dei popoli balcanici in guerra contro il turco, con l'intento di fare all'Austria il pi grave dispetto. Se ne desistette per tosto, perch il giornale sloveno Edinost pubblicava quelle elargizioni italianissime come dovute "agli sloveni di Trieste". Il Piccolo seguiva insomma, copertamente, dirimpetto all'Austria, la tattica che poi fu chiamata del "disfattismo", e i circoli militari austriaci, si capisce, moltiplicavano nei loro "registri di evidenza" i segni neri a carico del giornale.
Risale alla vigilia di quegli anni il documento confidenziale che poi fu vanto del Piccolo e divenne ambita sintesi della sua storia: il documento nel quale un generale addetto allo Stato Maggiore austriaco, tessendo i suoi apprezzamenti su le avvenute grandi manovre, affermava: "Tra l'Austria e l'Italia non c' che Trieste; tra Trieste e l'Austria non c' che il Piccolo, il quale all'Austria costa due corpi d'armata", e vedeva necessario "fare qualunque sforzo per impossessarsene e per renderlo innocuo". Ma quale sforzo poteva valere in quel momento contro il Piccolo? Soltanto lo stato di guerra avrebbe potuto permettere alle autorit austriache di mettere le mani sopra il giornale. Nessuno, vigendo il diritto normale, avrebbe potuto impossessarsene; nessuno avrebbe nemmeno osato pensare che il suo proprietario entrasse mai pi in negoziati per cederlo. E intanto si vedeva con preoccupazione e con palese risentimento la condotta "disfattista" del Piccolo intonarsi con le linee d'interessi della politica italiana, proprio mentre l'Austria stava procedendo alla sua "mobilitazione invisibile" per appoggiare con una pressione militare l'atto di forza dell'annessione della Bosnia.
La "mobilitazione invisibile" dava quasi pi noia ai cittadini che una mobilitazione aperta. Ad uno ad uno, silenziosamente, erano richiamati gli uomini e mandati ai confini orientali dell'impero, e in quasi tutte le famiglie ne mancava qualcuno. L'annessione della Bosnia era dunque impopolarissima; la lesione degli interessi personali e familiari s'aggiungeva alla contrariet istintiva per una ostentazione di vera o simulata potenza dell'Austria; la popolazione seguiva volentieri il regime di docce fredde del Piccolo, tanto singolarmente in contrasto con gli articoli bellicosi e gli incensamenti all'esercito imperiale, nei quali si prodigava, come alla vigilia d'una guerra, la stampa di Vienna.  noto che, nelle ore pi gravi della lunga peripezia europea, il comitato irredentista di Trieste mandava Attilio Hortis a Parigi e a Londra, per informare Clemenceau e altri uomini politici dell'esistenza d'un problema degli italiani irredenti su la carta d'Europa, mentre il deputato Pitacco, anzich a Vienna, andava a Roma per prender voce; e il risultato di quelle mosse segrete fu un articolo del Temps, il quale s'affrettava a gettar acqua sopra un presunto fuoco, lasciando nei bene informati l'impressione che esso supponesse quella missione degli irredenti concertata col Governo italiano. Tanto, nei circoli europei, v'era ormai la sensazione che il problema delle popolazioni soggette all'Austria avrebbe avuto parte preponderante, in qualunque crisi internazionale, nelle decisioni del Governo di Roma.
Il che era fatale, ma non era cos nettamente preordinato come le immaginazioni supponevano. Teodoro Mayer, comunicando impressioni della sua lunga missione romana nell'interessante e commentatissimo articolo di ricordi che egli pubblic nel Corriere della Sera del 14 aprile 1926, scriveva: "Nei miei rapporti romani come esponente del Comitato segreto irredentistico, io ho conosciuto fra i maggiori italiani quattro uomini decisamente favorevoli alla nostra azione: il Re, Francesco Crispi, malgrado i suoi discorsi sulle zone grigie, Ernesto Nathan e Sonnino. Da diverse situazioni, con diverse possibilit, essi furono per l'azione irredentistica larghi di incoraggiamenti, di appoggi e di corresponsabilit". Ma in quel tempo, da lunghi anni, e per parecchi anni ancora, teneva il potere Giolitti, non contrario alle aspirazioni nazionali, ma temporeggiatore, finch l'Italia non si fosse agguerrita con una preparazione militare per la quale si stimava esigersi circa un decennio: e il temporeggiamento, data la natura positiva dell'uomo, equivaleva a negazione di qualunque mossa compromettente.
Fu per Giolitti a fare, due anni dopo, non senza un caratteristico bilanciamento con la precorsa crisi bosniaca, l'impresa di Tripoli. Vi giudic l'Italia matura, bench, con riguardo alla situazione europea, non tacesse agli intimi la sua impressione che "essa camminava sul filo di un rasoio". L'impresa di Tripoli suscit nel Paese una ventata d'entusiasmo, ma specialmente a Trieste l'impressione fu d'indicibile giubilo. L'Italia osava, l'Italia si moveva. Il Piccolo fu primissimo a poter annunziare la partenza della spedizione di sbarco merc un telegramma in linguaggio convenzionale trasmesso da Isidoro Reggio, che s'era recato ad Augusta in veste di negoziante impegnato in affari. Da quel momento il giornale non s'adoper che a rinfocolare l'entusiasmo della citt. Si supponeva nel primo momento che la Turchia avrebbe ceduto la Tripolitania ed evitato la guerra. "La Germania arrischia tutto per frenare l'Italia" scriveva da Vienna il corrispondente del Piccolo, Franco Caburi. Tutta la stampa europea era impressionata del bivio in cui si trovavano gli Imperi Centrali, costretti a scegliere tra Italia e Turchia; i giornali viennesi vedevano verde e vomitavano fiele. Il 30 settembre 1911 era dichiarata la guerra. Il 6 ottobre il Piccolo dava la notizia ufficiale dell'occupazione di Tripoli, corsa gi pi volte nei giorni precedenti. Quasi immediatamente incominciarono a giungere le lettere di Mario Nordio, inviato dal Piccolo sul teatro dell'azione: il primo giornalista triestino che seguisse una campagna militare per un giornale di Trieste. La guerra libica diveniva popolare nella Venezia Giulia come se questa gi fosse unita all'Italia; il Piccolo cercava di sciogliere inni ogni giorno alle armi italiane e di rendere cari al popolo gli eroi dei nuovi combattimenti; la canzone di Tripoli si cantava e si zufolava per le strade, e il Governo austriaco era nervosissimo. Quando Mario Nordio, tornato dalla Libia, volle tenere una conferenza pubblica su la guerra di Tripoli, gli fu proibita: ma poi si consent che la tenesse nell'ambiente chiuso della Societ Ginnastica, e v'intervenne una folla immensa.
Era destino che il sentimento marziale sviluppatosi in Italia per gli avvenimenti italo-turchi dovesse avere immediato riflesso in un atteggiamento pi baldanzoso dell'opinione pubblica italiana verso l'Austria. Le strofe di Gabriele d'Annunzio contro Francesco Giuseppe, fatte sequestrare dalla Prefettura di Milano, ma che tutti sapevano a memoria, non furono che uno dei tanti episod di quel periodo, nel quale l'antagonismo austro-italiano, a parte i rapporti ufficiali, veniva prendendo colore visibilmente. A Vienna la questione di Trieste, e soprattutto quella dell'Universit italiana, erano proiettate ormai quasi esclusivamente sullo schermo della politica estera: e il Piccolo doveva dedicare quasi ogni settimana la sua polemica a qualche pezzo grosso della diplomazia, dei circoli militari, dell'"entourage" arciducale di Francesco Ferdinando. Ad ora ad ora entravano nel torneo l'ammiraglio Chiari, il conte Sternberg, il conte Ltzow, il barone Chlumecky ed altri baroni e cavalieri che avevano il loro consiglio di pedagoghi o la loro ricetta di cerusici sul trattamento degli italiani soggetti all'Austria e su quello dell'Italia alleata indocile: chi voleva la dolcezza e chi la rudezza: ma le dolcezze avevano il loro punto rude, e le rudezze il loro ridicolo rodomontesco: e quei signori, nell'acconciamento del Piccolo, finivano sempre col far brutta figura dinanzi al pubblico dei lettori.
In realt questo accorrere di medici e di cerusici, con decotti, con empiastri, con brevetti nuovi di bisturi, era un indizio della perplessit, del disorientamento della politica austriaca rispetto a tutti i suoi problemi. In tale atmosfera essa ebbe la funesta improvvisata dello scoppiare della guerra balcanica: si ripet la "mobilitazione invisibile": e in alcuni momenti si ebbe veramente l'impressione che l'Austria-Ungheria, disfatto e ridotto a brani il suo programma d'espansione in Oriente, non vedesse altra soluzione che nel gettarsi in un'avventura di guerra. Soddisfazioni circoscritte e di mera apparenza, che essa riusc ad avere in alcune fasi del conflitto, non attutirono la coscienza generale d'una catastrofe della politica austriaca. E, conclusa la pace di Bucarest, questa politica parve in verit dibattersi senza rotta e senza meta. Nessuna idea di ieri reggeva pi. Anche il trialismo - si leggeva in un articolo del Piccolo (ottobre 1913) - era abbandonato. Si procedeva con strane incoerenze. Si arrestavano e si processavano gli slavi colpevoli di entusiasmi per le vittorie balcaniche, in tutti i territor slavi dell'impero, e nello stesso tempo si accelerava la loro marcia verso Trieste. Si cercava qualche buono specifico per levare la ruggine ai rapporti con l'Italia alleata, e al tempo stesso si emanavano i decreti Hohenlohe per il licenziamento dei regnicoli occupati nelle aziende del Comune di Trieste, e si tollerava che un corteo di slavi andasse a gridare "Abbasso gli italiani" sotto le finestre del Consolato d'Italia.
Era la situazione di smarrimento e di sfacelo, cos magistralmente descritta da Virginio Gayda nei suoi articoli su la Stampa, che poi costituirono il volume "La crisi di un impero". A gara con questi, un giornalista gi di fama mondiale, Luigi Barzini, conduceva sul Corriere della Sera la sua famosa inchiesta sul Governo austriaco nelle province irredente. Il Piccolo riassumeva gli articoli dell'uno e dell'altro: l'impressione a Trieste era enorme: non poteva esservi risposta pi schiacciante ai decreti Hohenlohe, nell'autunno 1913, che la pubblicazione di quegli scritti, rivelatori della decadenza austriaca, su due dei pi importanti giornali d'Italia.
I decreti Hohenlohe, come pure il toglimento dell'ultima attribuzione delegata che rimanesse al Comune di Trieste, avvenuto pochi mesi prima, furono da taluno considerati come adempimento di promesse fatte agli slavi, da altri come misure di precauzione militare per possibili eventualit. Grande fu lo scalpore da essi sollevato; l'indignazione della stampa italiana pi grave che non fosse mai stata. La Germania, secondo il Piccolo di quel tempo, si sarebbe interposta ancora una volta per superare la tensione tra le due alleate, gi manifestatasi apertamente col rinvio del convegno fra il conte Berchtold e di San Giuliano. In realt si fin col dare all'Italia la soddisfazione che, pur rimanendo formalmente intatti, i decreti in pratica non sarebbero stati mai applicati.
Senza dubbio intervenne presso il Governo austriaco Giovanni Giolitti. Trovandosi in quell'epoca a Salsomaggiore, dove si teneva un convegno di giornalisti, Salvatore Barzilai e Teodoro Mayer inviarono al Presidente del Consiglio dei Ministri telegrammi che gli esponevano la situazione e richiedevano l'intervento del Governo italiano a tutela dei regnicoli minacciati. Giolitti ag, e ne avvert l'on. Barzilai. Cos si tolse il veleno ai decreti.
Tutta la politica austriaca era in quel momento fatta cos, di contraddizioni, di colpi di testa, di spacconate, di ripiegamenti, di un volere che diventava disvolere: e chi si trov a far giornali a Trieste, in quel difficile e avventuroso periodo, che aveva alcunch di romanzesco nella volubilit delle sue scene e preludiava a una catastrofe, ricorda la tentazione che c'era talvolta di prendere l'Austria come una cosa gi superata e risibile e il misterioso senso di realt che imponeva di tener conto di quello che essa poteva ancora fare di male prima di mettersi in guerra per l'ultima lotta o di adagiarsi a lasciar operare i suoi germi di dissoluzione in un inonorato tramonto. Discussioni appassionate avvenivano nella redazione del Piccolo. Fu in una di queste che Attilio Tamaro, all'inizio del 1914, pronunci le parole, certamente memorabili per chi le ha udite: - Non credo che quest'anno faremo Natale italiano; ma Pasqua italiana, l'anno venturo l'avremo di certo.
Sbagli di poco. Impression per aver detto quelle parole, bench da nessuno fosse tenuto profeta. Ma chi si sarebbe arrischiato a una previsione cos definita soltanto pochi anni innanzi? Il fatto solo di aver potuto pronunciare un tale pronostico, basta a rendere plasticamente il senso della situazione che s'era formato negli animi.
Il mareggiamento della politica austriaca pareva localizzarsi nell'Albania. Guglielmo II venne in persona a Trieste per dare pi solenne colore d'investitura all'imminente partenza del principe di Wied per il suo effimero regno albanese. S'incontr con l'Arciduca Francesco Ferdinando al castello di Miramare. Apparentemente non incominciava che l'avventura d'un nuovo piccolo, turbolento Staterello adriatico. Ma anche laggi si scontravano, con vivace antagonismo, gli interessi italiani ed austriaci. Mario Nordio, che gi era stato vivido corrispondente di guerra del Piccolo durante le campagne balcaniche, accorreva in Albania per seguire il duello fra la diplomazia italiana e l'austriaca e l'insurrezione delle trib albanesi contro il principe tedesco. Nessuno parlava d'altra cosa a Trieste. A un tratto nessuno ne parl pi.
Il 28 giugno 1914 - era giorno di domenica - il Piccolo usciva a ora insolita, di sera, in edizione straordinaria. Una pagina sola; i caratteri neretti dei grandi avvenimenti; una notizia sola: "La tragedia di Serajevo". I titoli dei telegrammi la rappresentavano con concisione lapidaria. "Una bomba contro l'automobile arciducale. - Due colpi di rivoltella. - L'arciduca Francesco Ferdinando e la consorte, uccisi. - La triste notizia all'Imperatore. - La notizia e l'impressione a Vienna. - Le misure che erano state prese a Sarajevo. - L'inviato serbo aveva sconsigliato il viaggio".
Il d seguente un articoletto di commento a parole misurate, brevissimo. E breve cronaca cittadina delle impressioni dell'avvenimento. Tutti i trattenimenti in citt erano stati sospesi per ordine della Luogotenenza. Discutevano freneticamente i cittadini; vedevano possibilit di situazioni nuove che si profilassero nella politica austriaca: quasi nessuno immaginava che quel giorno avesse cambiato faccia la storia del mondo...
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Nelle tre settimane che seguirono, la vita, nonostante tutto, parve riprendere il suo corso normale, e il Piccolo aveva l'aspetto e il tono dei tempi consueti. Il 1 luglio, alle sei e mezzo di sera, entrava nel porto la corazzata "Viribus Unitis" con le salme dell'arciduca Francesco Ferdinando e della duchessa di Hohenberg, seguita da altre tre navi da guerra: e all'indomani, nelle prime ore del mattino, vi fu il trasporto ufficiale delle due salme alla Stazione Centrale: cerimonia per la quale erano state prescritte le finestre a lutto nelle vie dove passava il corteo. Altre manifestazioni non vi furono nella citt, che aveva portato gramaglie per otto giorni alla morte di Umberto I: e alla cerimonia funebre non si diede maggior importanza che quella di un atto ufficiale, nessuno supponendo che quei funerali, ripetuti di citt in citt nelle varie province dell'impero, avessero anche lo scopo di sollevare nelle popolazioni un grido di vendetta. Certo a Trieste questo non si ottenne, n alcunch di simile. La cittadinanza seguiva con sufficente sangue freddo lo scalmanato imprecare dei giornali viennesi contro la Serbia, e si occupava, come d'un interessante fatto di cronaca, dei casi dell'ing. Ulivi, inventore molto discusso, arrivato a Trieste con la sua fidanzata. Il giornale socialista Il Lavoratore si riscaldava per la "settimana rossa" d'Ancona, e il Piccolo denunziava ai cittadini la irritante deliberazione socialista, di trasportare l'Esecutivo slavo del partito, da Lubiana a Trieste.
Nessuna persona seria pu farsi il merito di aver antiveduto quello che si macinava a Vienna nelle tre prime settimane di luglio: senza di che non vi sarebbe stata la sorpresa del fulmineo "ultimatum", e tutta la storia, forse, avrebbe preso altro corso. Le due precedenti crisi balcaniche avevano insegnato a considerare l'Austria come una bisbetica domabile; e per quanto, nella situazione creata dall'eccidio di Serajevo, essendo la ragione dalla sua parte, si ammettesse che le cose sarebbero finite per lei con qualche maggiore soddisfazione, non si reputava che essa volesse spingere la propria ira fino a provocare l'Europa. Perci quelle nervosissime giornate del 7 luglio, quando fu tenuto a Vienna il conciliabolo in cui si deliberava di affrontare il conflitto, e del 12 luglio, quando il terrore di guerra imminente fece precipitare tutti i valori alla Borsa di Vienna, furono sopportate a Trieste con relativa calma. E calmi erano i giudizi sulla situazione nelle rassegne del Piccolo: ancorch dominati dall'atmosfera di misteriosit impenetrabile, della quale l'Austria avvolgeva la sua macchinazione. Non nuova d'altronde neppur questa, giacch durante le precedenti crisi balcaniche, al tempo delle "mobilitazioni invisibili", si era congegnata, con effetto in verit decrescente, la stessa cupola d'aria greve, minacciosa ed oscura.
L'"ultimatum" doveva piombare come fulmine: e piomb. Esso comparve nel Piccolo la mattina del 24 luglio. Ognuno ne afferr fino dal primo istante la gravit, l'iniquit calcolata. La guerra, questo nembo che i cittadini, pur vedendolo come ineluttabile condizione dell'adempimento dei loro destini, erano abituati, per lunga pace, a considerare sempre respinto di l dall'orizzonte reale, era qui, era presente, era addosso a tutti. Venivano cittadini sconvolti alla redazione del Piccolo, a domandare se avessero essi compreso male o se l'Austria fosse impazzita. Li si rimandava all'indomani: quando la Serbia avrebbe risposto: quando si sarebbe saputo qual conto si dovesse fare del gioco austriaco.
L'indomani, verso l'imbrunire, tutta l'ampia Via Silvio Pellico e l'amplissima Piazza Goldoni brulicavano di gente raccolta sotto le finestre del Piccolo: la risposta all'"ultimatum" doveva essere comunicata di momento in momento. Sempre, nei grandi giorni d'avvenimenti aspettati, la cittadinanza si raccoglieva cos intorno alla sede del giornale; ma non mai trepida e grave come quel giorno. Nella redazione, lo stenografo Luigi Wiberal, chiuso nella cabina telefonica, tratto tratto comunicava con Vienna. Egli aveva una voce stridula, e gridava, trascrivendole, le parole tedesche che raccoglieva all'apparecchio. Poco prima lo si era udito gridare che un telegramma della Frankfurter Zeitung assicurava essersi la Serbia piegata a tutti i voleri dell'Austria. Era un'iniezione d'ossigeno, destinata alla Borsa e propagata dalla N. F. Presse; essa scese nella folla e ne calm per qualche istante lo spasimo. I redattori del giornale, muti, gli orecchi intenti, facevano cerchio quasi tutti intorno alla cabina. All'improvviso si ud una strappata del campanello, e la voce iperacuta dello stenografo strill quell'unica parola che gli era stata lanciata "Krieg!", e quasi nello stesso istante egli aperse la porticina, ne cacci fuori il volto pallido, grid "La guerra!", e si richiuse per raccogliere il resto della notizia. Si sarebbe detto che quella voce acuta passasse tutti i muri: essa vibr in un momento fino alle ultime stanze della redazione, e un minuto dopo la parola era gi in piazza e saettava la folla.
Questa s'allontan cupamente, tosto che il giornale, rubato da mille mani ansiose, le ebbe dato conferma di ci che essa gi sapeva, pure sperando che non fosse vero. Quello che avvenne nella serata a Trieste, e massimamente nella via Giosue Carducci dove s'erano raccolti gli ufficiali e la solita piccola banda degli austriacanti, fu pi volte narrato da testimoni, e anche dall'autore di queste pagine nel suo libro di memorie: "Gli ultimi anni della dominazione austriaca a Trieste". Converrebbe riscrivere quel libro, per gli avvenimenti che seguono: ben lontana da noi questa idea: e basti dire che, intorno alla circoscritta gazzarra, la citt appariva preoccupata e smorta: disorientati gli stessi irredentisti pi accesi, poich sembrava inverosimile che l'Austria si fosse gettata in tale braciere senza essersi assicurata dei suoi alleati. Gli evviva degli austriacanti alla Triplice, e le battute della Marcia Reale inaspettatamente incastonate nei loro centoni di musica guerriera, aggiungevano alla sensazione di incertezza la nausea di sentir acclamata l'Italia da chi l'aveva sempre ingiuriata e vilipesa.
Ma il nostro assunto si limita a raccogliere i ricordi del giornale: e al Piccolo fu quella una delle sere pi singolari. Meccanicamente i redattori si erano accinti a preparare il giornale consueto, e il redattore della rassegna di politica estera aveva sudato quattro camicie per inquadrare l'avvenimento nella cornice veramente ardua che era la linea politica del Piccolo. Quand'ecco s'ode una scampanellata al telefono:  il Luogotenente stesso che, per la prima volta, parla alla redazione del Piccolo: in forma cortese egli preannunzia i decreti che saranno comunicati al giornale, e prescrive il posto e l'ordine nel quale devono essere pubblicati, non senza richiamarsi ai diritti di orientamento e di comando che la nuova situazione conferisce all'autorit per quanto riguarda la stampa. Tutto il materiale preparato dalla redazione  gettato via, specialmente quello politico (e se fosse stato pubblicato, ancorch molto cauto, sarebbe stata forse l'immediata fine del Piccolo): e la intera prima pagina si copre, man mano che essi arrivano, dei decreti e delle ordinanze ufficiali dell'autorit.
Difatti il Piccolo del 26 luglio porta, in cos storico momento, come titolo generale, le parole "Notificazioni dell'i. r. Luogotenenza". Esse annunziano la mobilitazione parziale, la sospensione della costituzione in Austria, la censura preventiva su la stampa, l'interdizione del servizio telegrafico e telefonico interurbano ai privati. Era lo stato di guerra, bench ufficialmente si dichiarasse che si trattava soltanto d'una rottura di relazioni diplomatiche. Nel corso della giornata il Piccolo pubblic una seconda edizione straordinaria, gratuita, con notizie alquanto pi copiose: la mobilitazione della leva in massa in Ungheria, il lavoro della Germania per localizzare il conflitto, la chiusura della Borsa di Vienna. Ma gi, tra una notizia e l'altra, appariva il bianco della prima finestra aperta dalla censura. Il telegramma sequestrato veniva da Vienna, e faceva sapere che il generale Conrad, con atto cavalleresco, aveva fatto liberare il voivoda Putnik arrestato in Ungheria, mentre da un luogo di bagni accorreva a prendere il comando dell'esercito serbo. La censura pensava che l'atto era cavalleresco s, ma che ai buoni patriotti austriaci toglieva la soddisfazione di saper prigioniero il comandante dell'esercito nemico: talch soppresse la notizia sotto il pretesto che non era ufficiale.
Cos, per il giornale, era incominciata la guerra.
La formale dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia doveva venire due giorni dopo. E quando le cose sprofondarono nel baratro della guerra mondiale - e ci volle meno di una settimana -, Trieste e il Piccolo erano gi tanto avvolti nel nembo, da sentire come ovattato anche quell'immenso scroscio.
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In tutti i paesi che poi entrarono nella guerra, dove pi, dove meno, vi fu quel primo urto, quella lacerante incompatibilit, fra gli spiriti abituati alla pubblicit pi larga, a tutto dire, a tutto discutere, a tutto indagare, e le restrizioni imposte dalla disciplina dei tempi eccezionali. Ma l'Austria fu la prima a farne assaggio, e con riguardo alle sue condizioni particolarissime, trascese specialmente nei primi tempi, fino alla pi rigorosa sofisticheria. A poco a poco, appena fu formata la Commissione di censura, composta di un Procuratore di Stato, di un commissario di Polizia e di un colonnello dell'esercito (e il giornale doveva esserle presentato tre ore prima della pubblicazione), si ricevettero istruzioni pi particolareggiate su ci che bisognava pubblicare e non pubblicare. Da pubblicare, senza ometterne una, erano le comunicazioni ufficiali e tutte le notizie dell'Agenzia autorizzata, il Correspondenz Bureau; da non pubblicare tutto ci che provenisse da Agenzie estere, o che potesse in un modo o nell'altro toccare a questioni militari, a questioni nazionali interne, a questioni di partito che potessero far supporre l'esistenza di opinioni diverse nei cittadini dell'Austria. La faccenda pi grave in quei primi giorni, era l'abituarsi a veder accadere una quantit di cose, nella citt, sotto gli occhi, e il non poterne dire parola, come se nulla fosse avvenuto. Il Piccolo si prov a fare un po' di cronaca cittadina della mobilitazione: ma tosto cadde in fallo. Non era permesso far sapere ai nemici che 520 mobilitati avevano dormito in una scuola e 1200 in un'altra, non dovevano essi trovare nei giornali informazioni cos preziose sugli effettivi dell'Austria. Russia e Serbia dovevano ignorare che un paio di migliaia di soldati austriaci avevano dormito una notte a Trieste.
Proibito pubblicare che pattuglie di soldati percorrevano la citt in servizio di vigilanza notturna; proibito pubblicare gli orari ferroviari, come "inutili" giacch bastava recarsi alla stazione - diceva il Procuratore di Stato - per sapere a quale ora partissero i treni; proibito pubblicare che per la citt fossero passati, veduti da tutti, cortei di arrestati politici slavi provenienti dall'Istria e dalla Croazia; proibito dar notizia di molti furti e borseggi che avvenivano in citt, favoriti dalle tenebre e dal richiamo militare di parecchie guardie di polizia.
Questo stroncamento della cronaca era, tecnicamente, lo stroncamento del Piccolo; d'altra parte il giornale doveva convenire che, in quei giorni febbrili, bastava un foglio di carta con due notizie stampate perch esso andasse rubato. Accadeva soltanto che il pubblico, irritato dalla nullit delle notizie, o dalla mancanza nel giornale di cose che tutti avevano veduto, o anche dalla tendenziosit, dall'untuosit del tono dei telegrammi dell'Agenzia ufficiale (che si dovevano pubblicare senza alcun mutamento), se la pigliasse ferocemente col Piccolo: giacch se i giornalisti s'erano formato in pochi giorni un concetto di ci che fosse la censura austriaca di guerra, era difficile far comprendere al pubblico che il giornale non poteva pi scrivere o non scrivere se non ci che permettevano il Procuratore di Stato e quei due altri signori. Il pubblico non vedeva la censura, vedeva il giornale.
L'Indipendente, dopo alcuni giorni di prova, aveva soppresso le pubblicazioni, considerando le condizioni sopravvenute come forza maggiore che gli impedisse di svolgere qualsiasi attivit. Ma v'erano invece potenti ragioni perch il Piccolo non smettesse d'uscire e continuasse la sua resistenza sotto qualunque strettoia, e fino all'ultimo. L'Indipendente stampava mille copie, ed era letto da circoli d'irredentisti a prova di bomba; il Piccolo ne stampava centomila, ed era il giornale di tutti. La sua cessazione sarebbe stata seguta sbito dalla fondazione di un giornale austriacante e dal suo rapido diffondersi nel popolo. Il giornale austriacante avrebbe incominciato tosto a far pressioni sul Comune per manifestazioni di fedelt austriaca e di entusiasmo di guerra, che il Comune riusciva ad evitare miracolosamente: avrebbe cercato di compromettere Trieste in una quantit d'atti che non solo frastornassero la popolazione, ma intervenissero, sconcertanti, a rafforzare il gioco dei triplicisti e neutralisti in Italia. Meglio un Piccolo mortificato, ridotto al minimo della propria espressione, che l'esporre la citt a cos sinistri influssi. Per quanto zelo ci mettesse la Commissione di censura e per quanto il giornale cercasse di adattarsi alle imposizioni, c'era sempre tra il Piccolo ed uno qualsiasi dei giornali austriaci, anche il pi temperato, una differenza come tra il giorno e la notte. C'era pi di quanto i redattori stessi pensassero: c'era per tradizione, per istinto, perch i giornali non sono soltanto le parole, ma anche l'anima di chi li fa, ed essa si intuisce, traspira, traluce, anche quando pi si crede velata ed oppressa. La Commissione di censura vedeva benissimo il trasparire di quest'anima: ed erano battaglie ogni giorno fra i censori e il redattore che s'era assunto l'incarico ingrato, ma obbligatorio, di accompagnare le bozze del giornale dinanzi al collegio dei tre. Questo redattore era Mario Nordio. Cosa curiosa: la Commissione tanto sottile sopra ogni riga di stampa, non aveva trovato anormale di trattare quelle delicate faccende con un cittadino italiano.
 fuor di dubbio che la censura a Trieste, e massimamente per il Piccolo, era pi severa, pi vigilante che negli altri paesi dell'Austria. Lo si pu dedurre gi dal fatto che nelle altre citt dell'impero bastava che i giornali presentassero le bozze alla censura due ore prima della pubblicazione, a Trieste dovevano essere tre. Il Piccolo, per far comprendere al pubblico a quale duro regime fosse soggetto, dovette valersi dell'espediente di tradurre dall'Arbeiter Zeitung, l'organo socialista di Vienna, un articolo dove si raffrontavano nelle loro applicazioni la censura in Germania e la censura in Austria, per mostrare che quest'ultima era incomparabilmente pi aspra. L'articolo era stato ammesso dai censori di Vienna; talvolta, ma non sempre, i censori di Trieste avevano per quelli della capitale un certo rispetto; e anche questa volta la cosa pass. Un altro espediente del Piccolo era stato quello di approfittare delle prime ristrettezze di carta e del primo contrarsi della pubblicit per diminuire le pagine del giornale: questo ormai non superava le quattro pagine; il Piccolo della sera usciva in due come nei primissimi tempi: e la cosa riusciva opportuna per far valere presso i censori certe "ragioni tecniche", a loro misteriose, che obbligavano a omettere talune notizie, a ridurne altre in forma pi breve. Si toller, per esempio, che fossero riassunte sommariamente in notiziole di carattere minuscolo le liste dei sottoscrittori al prestito di guerra. Il Piccolo non aveva spazio.
Il giornale si difendeva come poteva. Fino dai primi giorni aveva saputo evitare quelle formule affettuose "le nostre truppe", "i nostri capitani" "i nostri eroi" o anche "i nostri" semplicemente, delle quali tutta la stampa austriaca infiorava i suoi scritti, e girar le cose in modo che si parlasse sempre dell'"esercito a. u.", dei "generali a. u." e cos via. Del pari fino dal primo momento, si era rinunciato ad avere "corrispondenti dal campo" i quali, per necessit di lasciarsi imbeccare dal quartiere generale austriaco, avrebbero dovuto tradire quella linea neutra, incolore, alla quale il giornale teneva. Aveva anche il Piccolo fatto ammettere, nei notturni colloqui coi censori, che esso potesse non condividere l'entusiasmo per l'avventura guerresca in cui s'era cacciata l'Austria-Ungheria, come non lo condividevano innumerevoli persone in ogni parte dell'Austria; e s'era gettato a preferenza nelle questioni di approvvigionamenti, di provvedimenti contro la disoccupazione, di misure umanitarie. Sdrucciolevole terreno anche questo: perch era proprio quello sul quale si faceva sentire direttamente alla popolazione il disagio crescente dello stato di guerra: e bisognava badare che le conclusioni fossero sempre di un ottimismo assurdo dopo le sconfortanti premesse. Si era fatto anche accettare che il giornale per le solite "ragioni tecniche" non potesse far a meno della stampa d'Italia, bench essa fosse stata tutta proibita fin dallo scoppio delle ostilit: il Piccolo, - si diceva - giornale italiano, non poteva ritagliare le notizie dai giornali tedeschi come facevano altri giornali dell'Austria: aveva bisogno di notizie italiane per le sue rubriche di variet, di letteratura, ecc. ecc.: e si era anche convenuto che alla redazione fossero trasmessi ogni giorno un certo numero di giornali italiani. Ma si pu immaginare di quali giornali si trattasse, e con quanto ritardo giungessero: talch la redazione aveva provveduto per suo conto a un servizio segreto, onde un fascio di giornali italiani da Venezia o da Udine le giungeva ogni sera regolarmente.
Quel riconoscimento della "necessit tecnica" di ritagliare nei giornali italiani, era avvenuto dopo qualche discussione. Nei primi giorni la censura aveva dato di frego con la matita rossa a notizie del tutto inoffensive, e neppure concernenti la guerra, soltanto perch tolte dai giornali italiani, i quali si consideravano sequestrati nel loro complesso. Poi si era venuti a criteri pi ragionevoli. Ma naturalmente i "tagli" da giornali italiani, che con una certa prudenza si facevano anche su cose attinenti alla situazione politica e ai fatti militari, erano quelli che nel gabinetto della censura accendevano le polveri delle pi violente scalmane e dei pi aspri conflitti. Allora Mario Nordio si sentiva scandere dalla burocratica voce del Procuratore di Stato le parole divenute sacramentali: "Dica a quei signori della redazione che cos non va".
Ed era spesso difficile indovinare perch le cose cos non andassero. Il cervello dei censori era caricato con orologerie speciali. Si trattava pur sempre di quella Commissione di censura che, al momento della dichiarazione di guerra dell'Inghilterra all'Austria-Ungheria, non sapendo come impedire che il giornale impressionasse la popolazione con la notizia che ai tanti nemici dell'Austria si era aggiunto questo nuovo potente nemico, aveva tanto lavorato di forbici nel titolo da ridurlo a questo scimunito troncone: "Inghilterra.... Austria-Ungheria....". Titolo che apparve, come la censura volle, nel Piccolo del 14 agosto. Ma l'Austria non ci ebbe molto da guadagnare. Dacch si giungeva a cercar di velare una cos grossa notizia, non pu sorprendere che gli stessi criteri valessero per una quantit di fatti di poco minore importanza e che tutto il quadro della situazione si volesse quotidianamente contraffatto, viziato e lacunoso a mo' di un malandato affresco antico ritoccato qua e l da un restauratore pasticcione. Della Romania e dell'Italia, per alcuni mesi, non si doveva parlare, considerandole come potenze che si riservassero di entrare in guerra al fianco degli Imperi Centrali; non si doveva sapere che la Marna fosse stata una sconfitta germanica; non si doveva dir parola di perdite d'uomini dell'Austria e della Germania; non si doveva in generale descrivere morti e feriti.
Ma il conflitto pi grave con la censura scoppi nel mese di novembre. Esso era stato preceduto da un rapporto confidenziale del comandante militare della citt, contrammiraglio de Koudelka, di data 10 novembre 1914, il quale si conserva oggi tra i documenti riservati del R. Archivio di Stato di Trieste che potemmo, per concessione speciale, esaminare. Il rapporto, diretto alla Presidenza Luogotenenziale, cos diceva:
"Mi permetto di esprimere la presunzione che il giornale locale Il Piccolo, nonostante la vigente censura preventiva, sembri tendere deliberatamente a un atteggiamento scorretto.
"Vi si veggono spesso gli stralci della censura apparire in posti siffatti, specialmente nelle notizie che riguardano noi e l'Italia, da servire, se possibile, alla tendenza di suscitar compassione di l dal confine per una pretesa oppressione del giornale da parte della censura. La redazione dovrebbe ormai sapere ad esuberanza quello che  lasciato passare dalla censura e quello che non  lasciato. Se essa tuttavia, nelle sue bozze di stampa, si ostina a portare articoli, la cassazione dei quali  fuori di dubbio, ci dovrebbe essere in ci una determinata intenzione.
"Colpisce spesso il modo con cui sono scelti i caratteri per i titoli degli articoli: cito, ad esempio, come particolarmente degno di nota l'odierno numero mattutino, nella testata del quale le parole "Tsing-Tao  caduta" appaiono in caratteri molto vistosi e "Successi a. u. in Serbia" in caratteri molto pi piccini.
"Se e con quali mezzi possa questa occulta malizia, affrontarsi,  cosa che si sottrae al mio giudizio; tuttavia non mi parrebbe utile ignorare i rilevati fatti".
Il rapporto poi continuava informando che da parte degna di fede era stato segnalato al contrammiraglio che la riproduzione dei telegrammi del Correspondenz Bureau, affissa agli albi della Borsa di Trieste, non avveniva come sarebbe dovuta avvenire. Le notizie favorevoli del fronte austriaco, per esempio, la recente seconda presa di Sabac, erano talvolta soppresse, e in generale le traduzioni lasciavano a desiderare. Quindi egli raccomandava un assiduo controllo di tali affissioni alla Borsa, salvo a chiedere che fossero proibite, se non si riuscisse ad avere, di tutte le notizie di guerra, una traduzione completa nel contenuto, esatta e integrale.
La conoscenza della prima parte di questo rapporto ci spiega perch la Commissione di censura montasse in furore per i grandi caratteri tipografici della "Presa di Tsing-Tao" pi che per qualunque altro trascorso attribuito al Piccolo. Il colpo di sprone era venuto dall'autorit militare. Si fece in quell'occasione un vero processo; si inizi il sistema inquisitorio di raffrontare quotidianamente il Piccolo coi giornali di Vienna per rinfacciargli ci che traduceva e ci che non traduceva, le parole che ometteva, le eventuali libert della traduzione; si mandavano alla direzione del giornale imperiosi richiami alla sua obbedienza e docilit, con le relative minacce in caso di trasgressione. Allora il Piccolo, veduto che le cose andavano oltre ogni misura compatibile con la sua dignit, minacci a sua volta di sospendere le pubblicazioni, se le vessazioni della censura gli avessero reso impossibile anche quel minimo di indipendenza in cui ogni giornale come ogni galantuomo vede la propria rispettabilit morale. Il colpo and a segno. In quel momento, effettivamente, non si voleva la cessazione delle pubblicazioni del Piccolo. Il giornale non conosceva il rapporto segreto del barone Koudelka e la sua preoccupazione per il sentimento di "compassione" che la sorte del Piccolo suscitava in Italia. Ma intuiva che, mentre l'Austria e la Germania erano alla ricerca d'appigli per intavolare negoziati conciliativi con l'imbronciatissima Italia, la notizia della coatta cessazione del Piccolo avrebbe avuto un effetto disastroso per la loro causa. Perci i censori, anzich uscire dai gangheri, si fecero, a quella minaccia, pi sommessi; la censura continu bens rigidamente, ma si evit, nei rapporti con la redazione, di tendere la corda come per "la caduta di Tsing-Tao".
Si stava entrando del resto in quel periodo mediano dei dieci mesi di neutralit italiana, nel quale, avviate le trattative di Blow e del barone Macchio, c'era l'ordine di sfuggire accuratamente tutto quello che in Italia potesse irritare la suscettibilit dell'opinione pubblica. Il Piccolo si accorse anch'esso, per qualche mese, di questa specie di tregua, che s'inizi col ritiro del principe Hohenlohe dalla Luogotenenza di Trieste, il 13 febbraio 1915, ed ebbe i suoi alti e bassi abbastanza sensibili a seconda dell'andamento apparente delle trattative e degli auspic che ne ricavavano i circoli austriaci. Erano i mesi nei quali si chiudevano gli occhi su molti giovani irredenti che varcavano il confine per arruolarsi tra i volontari, su molti importatori segreti di giornali italiani, ed anche - a quanto affermano le carte segrete dell'Austria - su molti cittadini che si avevano in sospetto di informatori dello Stato Maggiore italiano. Non si voleva a nessun costo l'incidente con l'Italia. Le ire e le vendette si riservavano al momento in cui fossero cadute tutte le speranze. E nei documenti austriaci del tempo di guerra, riferendosi appunto a questo periodo, si legge spesso difatti il rimpianto che si fosse tralasciato di infierire a danno di questo e di quello "per le note circostanze" che in un certo momento consigliavano di temporeggiare.
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23.
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L'autorit austriaca, in fondo, aveva del Piccolo durante la guerra un'impressione giusta: esso non era che una facciata; l'importante era quello che vi stava dietro; quello che vi stava dietro era tutto nelle linee dell'irredentismo e convergeva nella speranza che l'Italia varcasse il confine e rivendicasse Trieste. Bisognava vigilare la facciata col pensiero costante a quello che vi sarebbe potuto traspirare. Non cadeva dubbio, per le autorit austriache, come vedremo poi, sul fatto che il Piccolo, durante la guerra, come prima, fosse nient'altro che un giornale italiano orientato verso Roma con tutti i suoi spiriti. Che italiani fossero i suoi redattori, che parecchi di essi fossero partiti fin dalle prime settimane della conflagrazione mondiale per aggiungersi all'agitazione degli interventisti, che dalla redazione del giornale stesso si diffondessero nel pubblico notizie, pubblicate dalla stampa italiana e che il Governo austriaco voleva ignorate, che lavorassero al Piccolo numerosi regnicoli in legittimi quotidiani rapporti col Consolato d'Italia, che al palazzo di Piazza Goldoni accedessero persone vigilate per sospetto di relazioni coi circoli militari italiani, tutto ci avrebbe avuto relativa importanza, se le direttive stesse del giornale non fossero state irriducibilmente avverse all'Austria, e determinate unicamente dalla pi temuta delle aspirazioni italiane. Ma l'Austria, ne sapesse pi o meno, non era tanto ingenua da formarsi dei dubb sulle relazioni fra Teodoro Mayer e gli uomini politici italiani: specialmente da quando Sonnino, uno dei pi stretti amici del Mayer, aveva assunto il Ministero degli Esteri, e tosto s'era avvertita una fibra pi rigida nel tessuto delle relazioni fra Italia ed Austria.
Teodoro Mayer ha raccontato, nel suo citato articolo del 1926 sul Corriere della Sera, l'azione personale da lui condotta fino dal luglio 1914.
"Il Marchese di San Giuliano, Ministro degli Esteri, - scriveva egli - si trovava a Fiuggi ed alloggiava al palazzo della Fonte dove io pure mi trovavo. Debbo confessare che in passato egli mi aveva chiaramente fatto intendere la difficolt di vedermi in pubblico in luoghi ufficiali. L'Austria esercitava un'attenta sorveglianza sugli uomini che erano sospettati d'irredentismo. Di San Giuliano m'aveva dunque fatto avvertire che non riteneva possibile di vedermi n alla Consulta, dove aveva anche il suo appartamento privato, n in posti dove i nostri colloqui potevano essere notati e commentati; epper io a Fiuggi mi limitavo a quei saluti e a quelle frasi convenzionali che potevano essere ascoltati da tutti, anche dall'Ambasciatore di Germania, che, nervosissimo, si trovava in quei giorni pure al palazzo della Fonte. Contrariamente quindi a ogni mia supposizione, il marchese di San Giuliano mi invit ripetutamente a colloquio per informarsi sulla situazione di Trieste e della Monarchia austro-ungarica e sui pericoli che presentava la possibilit di un conflitto armato tra l'Austria e la Serbia, conflitto che inevitabilmente avrebbe provocato una conflagrazione europea. Il Ministro mi parve preoccupatissimo ed incerto. Comunque, io approfittai della circostanza per rappresentargli un'altra volta le aspirazioni delle terre italiane soggette alla Monarchia austro-ungarica; insistendo nel concetto che il momento storico favorevole per dare all'Italia i suoi confini era oramai prossimo.
"All'indomani di questa conversazione giungeva l'annunzio dell'"ultimatum" della Monarchia austro-ungarica alla Serbia. Di San Giuliano interruppe la cura e torn a Roma, e io partii immediatamente per Trieste, ove mi abboccai sbito con gli amici che erano a capo del nostro comitato segreto. Il pessimismo del marchese di San Giuliano - spiegabile con la prudente politica da lui seguita -, la impreparazione delle nostre forze militari, la gravit degli avvenimenti scoppiati all'improvviso e il suo stato di salute - avevano portato nell'animo mio a maturazione il convincimento che fosse indispensabile un'azione immediata che desse al Governo italiano la precisa sensazione delle reali aspettative degli irredenti. Esposi quindi un piano che qualora attuato avrebbe dato all'Italia il pretesto pi che plausibile per superare le difficolt diplomatiche del suo intervento.
"Il piano era semplicemente questo: dato che l'Intesa aveva fin dal primo momento sollecitato la collaborazione dell'Italia, il Governo avrebbe dovuto proporre all'Inghilterra l'occupazione e lo sbarco di forze a Trieste. Il piano era militarmente possibile, giacch la flotta austriaca non avrebbe potuto opporsi alle forze navali inglesi concentrate nel Mediterraneo. Dalla parte di terra non esistevano difese possibili, n l'Austria avrebbe avuto il tempo necessario per provvedere ad esse.
"Di fronte a questo fatto clamoroso, l'Italia non sarebbe potuta restare inerte: sia per la necessit di difendere i propri interessi in Adriatico, sia per rispondere all'appello che le famiglie italiane della Venezia Giulia le avrebbero rivolto in forma plebiscitaria, sia infine per forza del diritto storico divenuto attuale alla luce dei nuovi avvenimenti. Il Governo italiano avrebbe avuto pi che la giustificazione, il dovere di mandare le sue navi nelle acque del golfo per sbarcarvi delle truppe e di mettersi in definitiva a fianco dell'Intesa.
"Si era ai primi d'agosto. Il piano forse risentiva della ingenuit di quei giorni di fede. Gli amici di Trieste furono sbito convinti. Proposi d'inviare al Governo, come interprete eloquente di questo divisamento, il venerato amico Attilio Hortis. Ma questi era sofferente e non poteva partire." Allora gli amici pregarono Mayer di andarci lui stesso, tanto per esporre quelle idee, quanto per influire in qualsiasi modo sul Governo e sulla stampa per l'intervento a favore dell'Intesa.
Di San Giuliano si mostr favorevole. - In tal caso - soggiunse Mayer - era indispensabile inviare a Londra un uomo il quale si assumesse personalmente tutta la responsabilit del passo come di un'iniziativa propria, ma che nello stesso tempo per la sua autorit personale e politica giustificasse la supposizione d'una mossa per conto del Governo.
Di San Giuliano lo interruppe: - Vada lei: non le manca il mezzo di arrivare ad ambienti di grande influenza.
"Soggiunsi sbito:
"- Non sarebbe serio. Non ho una posizione politica preminente, e nessuno a Londra potrebbe supporre che sono d'accordo col Governo; a Londra avrei l'aria di essere un irredento che perora la propria causa. Qui  necessario un uomo che possa arrivare sbito allo scopo ed essere creduto anche per la responsabilit che volontariamente deve assumersi, compiuta quest'opera".
Rest deciso che il Mayer ne avrebbe parlato a Salandra. Fu ricevuto il giorno seguente, e gli espose tutto, non tacendo che l'insistenza di San Giuliano nel volere che a Londra ci andasse lui gli pareva "una forma cortese di non prendere in considerazione la sua idea". Salandra gli domand chi credeva dunque potesse andarci. - Non c' che un uomo: - rispose Mayer - Sonnino. Gode molta considerazione in Inghilterra e sa tenere un segreto. - Era quella anche l'idea di Salandra.
Il Mayer, che per serie ragioni si era rifiutato di andare a Londra, accett invece ben volentieri di parlare in nome di Salandra all'on. Sonnino. Si rec dunque a visitarlo al Romito, dove a Salandra sarebbe stato impossibile recarsi senza suscitare infiniti commenti politici. Nel corso del colloquio col Presidente del Consiglio, Teodoro Mayer aveva avuto l'impressione "che il Sonnino, bench lontano dal Governo, fosse gi il pi intimo e fido collaboratore di Salandra".
L'on. Sonnino non approv il piano. Soprattutto perch gli sembrava l'Italia non dovesse intervenire in guerra dietro le spalle di un'altra potenza, "ma con la pienezza delle proprie forze, con la lealt dei suoi propositi, con la bont dei suoi diritti".
Fin da quei colloqui, Teodoro Mayer ebbe l'impressione che tanto in Sonnino, quanto in Salandra, l'idea dell'intervento fosse gi chiara. Egli vide poi Sonnino molto spesso, durante la neutralit, nella sua casa in via Tre Cannelle. Una volta, nel marzo 1915, fu consultato a bruciapelo sul problema di Trieste citt libera.
Rispose senza un momento di perplessit:
"- Non ci ho mai pensato".
"- Come? - incalz il Ministro. - Se  un argomento che  stato trattato tante volte".
"- Non ci ho mai pensato - ripetei - ma mi basta questo minuto per dirle che  una cosa impossibile."
Sonnino riprese:
"- Immagini allora che io abbia bisogno di trattare su questo argomento. Mi faccia una memoria che contenga gli argomenti per arrivare alla conclusione a cui ella  arrivato".
Il Mayer chiese tre giorni. Sonnino non poteva aspettare pi di due. Era irremovibile. E Mayer, con la collaborazione di Camillo Ara, succeduto a Felice Venezian nella direzione della politica attiva del Partito Liberale Nazionale di Trieste, prepar la memoria in meno di due giorni e, come cosa gelosissima, la ricopi a macchina egli stesso. Trov anche il tempo di preparare una seconda memoria per dimostrare che le cosidette citt libere, o anseatiche, avevano finito tutte col rinunciare a ogni libert e indipendenza. Ma di questa seconda memoria non vi fu bisogno: tanto gi Sonnino era persuaso che Trieste dovesse essere dell'Italia e non altro.
Qualche settimana pi tardi, Salandra e Sonnino, tornando su cosa gi discussa in precedenti colloqui, incaricavano Mayer dell'organizzazione di un corpo di cento o centocinquanta uomini disposti a varcare il confine dell'Isonzo e ad immolarsi per creare l'incidente di frontiera.  noto che quell'episodio non fu poi necessario.
Questa l'azione del direttore proprietario del Piccolo, a Roma, durante i dieci mesi della neutralit, che ormai declinavano verso l'augurato arduo momento in cui tutto sarebbe stato rotto: la Triplice Alleanza, le trattative con gli Imperi Centrali, e la pace fra l'Austria e l'Italia. La redazione del Piccolo, a Trieste, a poco a poco si faceva deserta. Erano partiti tutti i redattori regnicoli; erano partiti anche gli altri, di nascosto, aiutati alcuni dal loro collega sportivo Curzio Donati che poteva dirsi uno degli specialisti nel mettere in salvo i giovani di l dal confine per consegnarli sani e freschi e volonterosi all'Esercito italiano. Non rimanevano negli uffici del giornale che i pochi anziani, o comunque dichiarati invalidi nelle severissime leve forzate dell'Austria. Era partito anche Mario Nordio e, perch cittadino italiano chiamato regolarmente a compiere i suoi doveri militari, i membri della Commissione di censura si erano congedati da lui con una certa cortesia cavalleresca. L'ufficio di "ambasciatore presso la censura", o meglio di Cireneo di tutte le sue recriminazioni, era assunto ora da Nicol Bacichi, da parecchi mesi redattore responsabile del Piccolo. Gi nel mese di aprile si avvertiva un rincrudimento delle autorit austriache, una pi rigida vigilanza sui sospetti di spionaggio e sui tanti che, per mare o per terra, tentavano la tacita fuga nel Regno. Era passato il periodo breve della tolleranza sorniona, corrispondente alla lusinga di ricavar qualche cosa dalle conversazioni con l'Italia; si entrava nel periodo disperato, con le trattative gi mezzo lacere e con l'unica speranza in un atto taumaturgico giolittiano.
Tuttavia si continuava a non prendere alcuna misura speciale contro quel curioso giornale che era in Austria il Piccolo, col suo direttore e proprietario che viveva a Roma ed era stato certamente osservato infilar l'uscio dell'abitazione privata dell'on. Sonnino, e coi suoi redattori a poco a poco dileguati quasi tutti verso l'Italia e segnalati nelle agitazioni interventiste delle varie citt del Regno e nelle formazioni di volontari. Si faceva anzi, dalle autorit, intorno al Piccolo, una specie d'inerte calma che avrebbe dovuto dare sospetto: come se, giudicato incorreggibile e perduto, non si volesse perder tempo a sermoneggiarlo n d'altra parte metterlo in guardia prima che giungesse il suo momento fatale.
Ai primi di maggio, dopo la cerimonia di Quarto e la denuncia della Triplice, i giornali di Vienna ricevettero l'ordine di non pi ignorare l'esistenza di un conflitto austro-italiano e di una nuova minaccia di guerra. Da allora se ne parl ogni giorno: e, passato il momento turbinoso dell'arrivo di Giolitti a Roma e dell'abortito tentativo di sostituirlo a Salandra (momento che a Trieste agghiacci il cuore degli irredentisti, mentre nei circoli austriaci si sturavano bottiglie di "champagne"), la gravit della situazione, lo sgomento che l'Austria non riuscisse a difendersi dal nuovo nemico, resero particolarmente oscura e tetra la stampa di Vienna. Il Piccolo doveva pubblicar docilmente, come gli altri giornali, le notizie italiane trasmesse dal Correspondenz Bureau: null'altro che questo: tremenda, nei pochi redattori rimasti, la tentazione di buttar tutto nel cestino quando si incominciarono a trasmettere i primi articoli d'ira e d'oltraggio della stampa viennese. L'Austria ufficiale ancora taceva.
In quei giorni, prima che avvenisse la partenza anche del prodirettore, fu naturale che fosse discusso di nuovo se non dovesse il Piccolo considerare anch'esso compiuta la sua missione e sospendere le pubblicazioni. Sarebbe stato possibile farlo, col pretesto dell'esiguit del personale rimasto e della insufficenza di esso ai bisogni di un giornale quotidiano. Ma prevalse il concetto di resistere. L'illusione che l'intervento italiano sarebbe bastato a sciogliere con breve campagna il nodo della guerra, era allora nei redattori del Piccolo come era in tutti. Sorrideva l'idea che fosse giustamente dato dal destino a questo glorioso giornale il giubilo e il vanto di intonare il peana per l'entrata trionfale dell'Italia a Trieste. Il resto non importava. Rospi se n'erano inghiottiti assai negli ultimi mesi, si sarebbe continuato ad inghiottirne, con la coscienza di subire la coercizione con uno scopo prefisso. - Basta che esca uno straccio di carta sul quale sia scritto il Piccolo: - disse taluno - in quel nome c' gi il colore di una bandiera. - Si decise di perdurare; l'autosoppressione fu scartata come una vigliaccheria.
Ma ben presto apparve che non era cosa liscia questa decisione di resistere. La censura faceva peggio che mai la gatta morta; operava i suoi tagli, le sue amputazioni, flemmaticamente; ma non inveiva, non si sfogava pi in ammonimenti convulsi e in minacce: come se avesse fiutato il cadavere. La citt si era vuotata dei suoi migliori cittadini, era squallida e smorta; passavano soldati stranieri che si recavano sulla nuova linea dell'Isonzo. Un senso di vuoto e di solitudine gravava intorno al giornale, avvezzo gi a essere il centro di una grande citt popolosa e fremente. Curzio Donati, quando venne per l'ultima volta dal Regno a Trieste, portando le istruzioni ultime ai redattori, si conged da loro con un'occhiata ansiosa, piena di dubbi sulla loro sorte. Il regio Consolato d'Italia, a corto di notizie esso stesso, mandava alla redazione del Piccolo per sapere se qui si avessero novit pi recenti e pi precise. Ogni sera i pochi redattori rimasti tenevano consulto su quello che era da fare. Si viveva con la sensazione di vivere d'ora in ora e pure con la febbre di un'immensa speranza. Il 21 maggio incominciarono alla spicciolata le provocazioni contro gli italiani. Sinistri figuri, pagati per aizzare la popolazione, giravano le vie, gettando in faccia ai cittadini e perfino alle donne, frasi di sconcio dileggio all'Italia e spiando se essi reagissero. E nella sera si svolse il primo tentativo di eccitare la plebe all'assalto del Piccolo. Riproduco, per maggior fedelt alla prima impressione, la narrazione che n' fatta nel mio libro sugli ultimi anni dell'Austria a Trieste:
"Verso le nove e mezza della sera, due alti scarni linguacciuti baffuti mascalzoni, dal tipo balcanico, vestiti di chiari abiti istrioneschi per dar nell'occhio, si soffermano sotto le finestre del Piccolo e arringano i passanti per far folla e sommoverla contro il giornale. I due arruffapopoli concionano ad alta voce, e la gente si raccoglie a poco a poco in ascolto. Inventano lazzi triviali, e il popolino abbocca e ride; poi fingono di indignarsi, scagliano invettive, predicano che al Piccolo si  ordita una congiura per portare tutti i viveri dall'Austria in Italia e che per questo non c' pi farina, non c' pi da mangiare; e accennano a lanciarsi furibondi, col bastone alzato, contro la redazione, dove in quel momento non si trovano che due redattori ed un inserviente. Una guardia si  avvicinata, ha adocchiato un istante, poi si  allontanata come se ci non la riguardasse. Ma ecco passa una vettura pubblica e sferza attraverso l'agglomeramento gi minaccioso. I due farabutti che guidano all'assalto sono separati l'uno dall'altro. Le donne strillano che si vogliono schiacciare i loro marmocchi; il fuoco non ben acceso si rivolta contro il malcapitato cocchiere. Scoppia un parapiglia e le ingiurie si incrociano. L'apatica guardia  costretta ad accorrere, altre guardie giungono da altre parti e, ignare dell'accaduto, si affannano a disperdere la calca; i due agenti provocatori se la svignano, e per quella sera il Piccolo  salvo dall'invasione".
Le porte del giornale, durante quell'episodio, erano state per la prima volta chiuse e sbarrate; le tre persone che c'erano dentro si domandavano se ne sarebbero uscite fuori mai pi. Intanto bisognava per l'indomani scrivere un articoletto per prendere un atteggiamento qualsiasi che desse all'autorit un concetto di quello che sarebbe stato il tono del Piccolo nella nuova situazione determinata dal trovarsi Trieste nella zona di guerra. Si immaginava, per inesperienza, che tale situazione non sarebbe stata radicalmente diversa da quella dei mesi antecedenti; soltanto con pi inflessibilit, con pi terrore. Avendo veduto l'Austria lasciare per tanto tempo intatti il Comune e le istituzioni di Trieste irredentista, non si pensava che essa potesse da un momento all'altro assalirle e schiacciarle. Fu scritto adunque il 22 maggio un articoletto, "Necessit di calma" che rappresenta le ultime parole rivolte dal Piccolo ai lettori, mentre la situazione precipitava. Evitando scrupolosamente di toccare il delicato tasto della guerra austro-italiana, il giornale esortava i cittadini a non abbandonarsi all'orgasmo che aveva preso la citt, a non credere alla ridda di voci fantastiche, ad affrontare la situazione con animo tranquillo. Era tutto quello che si poteva scrivere: e certamente, per l'Austria, era poco. Ma quello che l'Austria avrebbe voluto trovar scritto nel Piccolo, era essa la prima a sapere che non ve l'avrebbe trovato n sotto l'aura di terrore diffusa in quei giorni, n mai.
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Tutti sanno, per i molti racconti che se ne sono fatti, come fu annunziato a Trieste lo scoppio della guerra austro-italiana. Il 23 maggio, alle tre e mezza del pomeriggio, fu issata sul palazzo della Luogotenenza la bandiera imperiale; la stessa insegna sventol sul palazzo del Comando militare e su quello della Direzione di Polizia. Non vi fu altro segnale. Pochi erano i passanti; ma tutti intesero tutto, e la voce si diffuse fulmineamente nella citt.
La giornata precedente era stata pi tranquilla dei turbolenti e spasmodici giorni passati; anche pi profonda pareva dover essere la tranquillit di quella domenica, in una citt che era quasi morta, gi abbandonata da poco meno che la met dei suoi abitatori.
Ansiet, trepida attesa, incontenibili sprazzi di interna gioia erano bens dipinti nei volti; ma l'andamento della vita ancora aveva tutta l'apparenza della calma, quando, verso le quattro del pomeriggio, il compilatore di queste notizie si avvi al Piccolo. Non c'era negli uffici a quell'ora che l'amministratore Eugenio Chiesa, intento a rivedere i suoi libri. Ed ecco giunge un fattorino con un telegramma. Il telegramma viene da Udine;  in linguaggio convenzionale, ma trasparentissimo;  firmato da Curzio Donati; annunzia lo scoppio della guerra per quel giorno. Chiesa ed io ci guardiamo in faccia. Come ha potuto quel telegramma essere trasmesso? Come ha potuto passare la linea militare, la censura telegrafica? Certo non  impossibile attribuire la cosa alla confusione che regna in certi momenti. Distruggiamo immediatamente il telegramma, che pu da un momento all'altro mutarsi contro di noi in pericoloso documento di connivenza coi nemici dell'Impero. 
Verso le sette e mezza della sera ritorno verso il Piccolo. La citt ha un'altra faccia. Una banda di scalmanati, con un vessillo giallo e nero alla testa, imperversa gettando grida di rabbia e di morte; un codazzo di curiosi la segue; guardano altri cittadini con orrore e disgusto. In piazza San Giovanni assisto allo scempio del monumento di Verdi. Alcuni forsennati montati sullo zoccolo, percuotono con un lingotto il naso del grande maestro; altri insudiciano la statua e lo zoccolo. Portano tutti come una divisa giacche bianche e turchine da arsenalotti, da gente di mare. Sono informato rapidamente di altri eccessi gi compiuti dalla torma vandalica: incendio e saccheggio alla sede della Lega Nazionale; incendio e saccheggio al Ricreatorio della Lega a San Giacomo. Del Piccolo nessuno mi dice nulla. Ma arrivato in Piazza Goldoni, vedo tracce d'incendio recente all'angolo dell'edificio verso via Silvio Pellico; un cordone di soldati chiude tutto il gruppo di edifici del Piccolo, e sembra proteggerlo. Il giornale per il momento mi sembra sicuro; non tento di passare il cordone di truppe, poich sento per istinto che entrare vuol dire rinchiudersi. Incontro il collega Giulio Cesari, e con lui vediamo la masnada dei distruttori che s'avvia a incendiare la palestra della Societ Ginnastica. Entrambi siamo colpiti dall'ordine quasi militare che governa l'esecuzione di questi atti della vendetta austriaca.
In realt, al Piccolo, c'erano stati nel pomeriggio due tentativi d'incendio. La prima volta alle quattro, mentre non si trovavano al giornale che Augusto Rocco e un paio d'uscieri, un gruppo di una sessantina d'individui, scendendo con urli e schiamazzi dalla Barriera Vecchia (oggi Corso Garibaldi), s'introdusse a forza nei locali a pianoterra del Piccolo e diede fuoco a un mucchio di stracci e ad altri oggetti accatastati nel locale della stereotipia. Sul marciapiedi passeggiava una guardia; ma non si cur n del tentativo d'incendio, n delle sassate che spezzavano i vetri del fanale dinanzi alla porta d'ingresso. Il fuoco fu domato subito; pi gravi erano i danni prodotti dallo sfondamento delle saracinesche e dalla distruzione di mobili al pianoterra. Ma la masnada, lasciata la cosa a mezzo, s'era gi allontanata per congiungersi al grosso dei distruttori; e quando la polizia sollecitata da Augusto Rocco, che tosto vi si era recato, mand sei guardie sul luogo, intorno al Piccolo non c'era pi alcuno. Le sei guardie adunque se ne andarono. Dacch per le saracinesche a pianterreno erano sfondate, e la citt pareva sempre pi nelle mani dei malviventi, e da ogni parte giungevano notizie di sconquassi e d'incendi, torn il Rocco alla Polizia per chiedere che si piantonasse l'edificio. In quel momento il segretario del direttore di Polizia era a colloquio con un ufficiale, che poi il Rocco seppe essere il maggiore Loneck, il capo del servizio militare di vigilanza politica durante la guerra. Al sentire la richiesta del Rocco, questi, bench non c'entrasse, fece un gesto annoiato e, rivolto al segretario, esclam in tedesco: "Ma lasci dunque andare!"
Altre guardie non vennero. Venne invece, verso le sette, la pi grossa colonna di devastatori che era forte da duecento a trecento individui. Trovata la porta del pianterreno barricata alla meglio, facilmente costoro entrarono e urlando si diedero a sconquassare tutto. Poi misero all'opera i bidoni di benzina che portavano con loro e, aspersi i mobili, i banchi, le porte del locale della stereotipia e della sala delle macchine, vi appiccarono il fuoco. L'incendio fu pi grave di quello del pomeriggio, ma pure non divamp. Giunsero quasi contemporaneamente i vigili al fuoco chiamati da una telefonata, e un plotone di truppa che circond l'edificio. Vi fu un momento confuso di lotta prima che giungessero i soldati, tra i vigili e i teppisti incendiari. Questi ultimi guastarono l'idrante situato nella casa dirimpetto, rovesciarono a terra un vigile, cercarono d'impedire a bastonate che si tendessero le maniche. Poi, alla vista della truppa, se ne andarono coi bidoni di benzina a incendiare altrove: il fuoco fu domato, i soldati si schierarono a cordone, e il Piccolo parve salvo.
Che paresse salvo, bastava all'autorit militare: che salvo fosse, non le importava. Giacch il movimento della teppa, per quanto apparentemente scomposto, obbediva a un piano preordinalo dalle autorit. I bidoni della benzina provenivano dalla caserma militare, i capeggiatori erano gente al soldo della Polizia, e gli interventi protettori apparivano sempre pi atti formali per salvare le apparenze. Infatti un'ora dopo la loro comparsa, le truppe furono ritirate. E non gi per subentrata tranquillit: poich Trieste in quel momento somigliava alla Roma di Nerone, alla Parigi della Comune: colonne smisurate di fumo e di fiamme si levarono dalla Palestra della Ginnastica incendiata, dai grandi magazzini della ditta Di Lenardo incendiati, da due o tre caff cittadini incendiati; e branchi d'incendiari e di saccheggiatori correvano la citt coi loro bidoni di benzina e i loro vessilli giallo e neri, vociando e strepitando.  naturale che, fino a quando c'erano i soldati, essi evitassero il Piccolo e andassero ad appiccare fuochi altrove. Ma non appena si sparse la voce che il cordone di truppa era stato tolto e che il Piccolo, gi due volte minacciato di fiamme, era abbandonato, indifeso, con le porte del pianoterra sventrate a maggior comodit di chi volesse entrarvi e buttarvi gli zaffi infiammati, tosto la canaglia piomb tutta in Piazza Goldoni, seguendo gli esecutori delle opere di vendetta. L'irruzione fu selvaggia, la ventata di criminalit aveva ormai operato il suo sconvolgimento nella parte pi rozza e brutale della folla. Furono forzate le saracinesche, che ancora tenevano, dell'ampia sala terrena delle inserzioni: altri intanto per le brecce aperte nel pomeriggio salivano al primo piano, e si davano a fracassare i mobili della sala di ricevimento e delle stanze di redazione. Ma i direttori dell'opera incendiaria, senza perdersi in queste azioni di fianco, badavano intanto ad attuare il loro disegno: raccattati libri e fasci di giornali quanti pi potevano, aggiuntivi pezzi del fracassato mobilio, carretti di distribuzione, pneumatici di tricicli, ne eressero nella sala a terreno una catasta ad altezza d'uomo, e la spruzzarono di tutta la benzina e il petrolio delle loro provviste. La fiamma balz in un attimo, alta e tremenda. Lingue di fuoco vampeggiarono dalle porte e dalle finestre.
Erano circa le nove e mezzo della sera. Un'ora dopo, la redazione doveva recarsi al lavoro. In quel momento non c'erano al Piccolo che l'amministratore Chiesa e un usciere: il primo, all'avvicinarsi della banda dei petrolieri, riusc a scendere nel cortile e di l a uscire per una porta secondaria, non senza essere additato da alcuni facinorosi e minacciato e percosso; l'altro dovette la sua salvezza all'essersi rincantucciato in un armadio della guardaroba, mescolandosi poi agli assalitori come se fosse salito con loro.
L'incendio, fino dal primo istante, fu vasto, veemente, e le fiamme grandeggiarono terribili. Due guardie a cavallo, lanciate a briglia sciolta, corsero al posto principale dei vigili al fuoco; intanto gi altri, con telefonate, avevano dato l'allarme, e il carro dei vigili partiva. Chiamati da ogni parte, in una citt invasa dal delirio del fuoco, quei militi gi da alcune ore andavano compiendo prodigi di abnegazione e di valore. Ma in nessuno dei tanti posti dove furono chiamati a combattere con le fiamme, ebbero essi a sostenere una lotta cos feroce con una canea d'ossessi come dinanzi al braciere ardente del Piccolo. Non anco erano entrati in Piazza Goldoni, e gi il carro era attorniato da un gruppo di energumeni, che pretendevano farlo volgere indietro e per un quarto d'ora tennero fermi gli spegnitori con randellate e minacce. Finalmente giunse un secondo carro; i teppisti si divisero a ostacolare l'avanzata dell'uno e dell'altro; le guardie e gli ufficiali di polizia presenti trattenevano la folla perch non si facesse investir dalle vampe; ma non intervenivano n per lasciar manovrare i vigili n per impedire il saccheggio di alcuni negozi vicini. Lo sfogo austriaco doveva avere, sotto tutte le forme di delinquenza, libero corso. Le maniche di gomma furono lasciate strappare dalle mani dei vigili; i carri dovettero retrocedere, andare altrove a spegnere altri incendi.
E per un'ora e mezza il gruppo di edifici del Piccolo fu lasciato carbonizzarsi e crollare nel suo mare di fiamme. Una moltitudine isterica schiamazzava dinanzi all'orrido spettacolo, e certa timida gentuccia, paurosa delle innumeri spie che scrutavano intorno, univa i suoi battimani a quelli degli istupiditi dall'ubriachezza della distruzione. Ma ad una certa ora, la voce di questo grande incendio lasciato libero in mezzo alla citt, con la sua smisurata colonna di fiamme che superava tutti gli altri roghi accesi quella notte di maggio con l'illusione di bruciarvi l'italianit di Trieste, la voce di questo incendio che minacciava, se lasciato senza freno, galoppare su le case del vicino quartiere di Barriera Vecchia, dovette giungere fino alla Luogotenenza. Certo  che verso le undici e mezza il viceluogotenente, conte Attems, comparve sul posto, molto preoccupato e molto nervoso, perch l'incendio minacciava di andare molto pi in l di quello che era prestabilito: e, fatto chiamare il comandante dei vigili al fuoco, Paoli, lo invit a prendere tutte le misure per restringere l'incendio. - Come farlo, se non si sgombera la piazza? - replic il comandante. - I miei uomini non possono manovrare fra la gente che taglia loro le maniche. - E allora, circa due ore dopo il primo impeto dell'incendio, si di un ordine agli ufficiali di polizia e la folla fu caricata dalle guardie a cavallo, fino a quel momento impassibili.
Dalla mezzanotte, la battaglia dei vigili con l'incendio dur fino al mattino. Si riusc a circoscriverlo; ma quasi nulla fu potuto salvare del Piccolo. Bruci tutta un'ala del vecchio palazzo Tonello, dove erano le sale di ricevimento del giornale; bruci interamente la palazzina, dov'erano gli uffici di redazione e la tipografia; bruci la grande galleria delle macchine, che s'era costruita da appena un anno. Tutto si vide sfasciarsi, tutto cadere a pezzi, tutto esplodere verso il cielo in getti di carboni ardenti. Un testimonio oculare fece alcuni anni dopo una descrizione commossa della lenta, straziante agonia dell'orologio.
"Quando gi l'edificio ardeva, il suono delle sue campane si spandeva ancora sereno. Ma poi che a poco a poco il calore l'avvolse, poi che la fiamma stessa ebbe a lambirlo, ad ogni quarto d'ora esso batt pi cupo, pi fioco; ma l'orologio non volle morire ancora. And bruciato il quadro delle ore; ma le campane continuarono di quindici in quindici minuti a suonare con tocchi lenti, sempre pi rochi, quasi morenti. Come una vecchia scolta fedele esso attese la fine, compiendo sino all'estremo battito del cuore meccanico, il suo dovere.
"Batt l'ora suprema alle due e un quarto. Poi scomparve ingoiato nel crollo formidabile del tetto, mentre la turba s'abbandonava al delirio."
A quell'ora, era gi deciso che il Piccolo non dovesse uscire l'indomani. Essendo giorno di domenica, il giornale si stampava, conforme alla legge austriaca che esigeva il riposo domenicale completo per le tipografie, non nell'officina propria, ma in quella della Societ dei Tipografi situata nella tranquilla via dei Carradori, oggi via Trento. La tipografia si apriva alla mezzanotte, e qui i redattori del Piccolo si erano dati convegno. Ma giunti ad uno ad uno sul posto, trovarono la tipografia chiusa e due guardie alla porta. Sinistre figure gironzavano intorno per accertarsi che la tipografia non si sarebbe aperta: aprirla significava volerla distrutta. Era quello che un incaricato del direttore della tipografia faceva comprendere a bassa voce. Cos l'estremo tentativo di far uscire il Piccolo regolarmente, nonostante l'incendio, fu frustrato.
Tutto era ben ordinato perch, incendiata la casa, fosse anche la voce strozzata.
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25.
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Abbiamo tentato di ricostruire l'incendio del Piccolo valendoci soltanto delle relazioni pi sicure e pi controllate: in prima linea quelle dei vigili al fuoco. L'avvenimento torreggi non solo su tutti i pi gravi incendi di quel giorno, ma su tutto quanto fu commesso di nefando a Trieste, data nelle mani di una banda di distruttori e di ladri, per vendicare su di essa la rabbia e lo sgomento della dichiarata guerra italiana. Talch i foschi ricordi di quella giornata barbarica, che pur furono tanti, sono nella memoria dei cittadini quasi istintivamente riassunti nella rievocazione di un episodio solo, incancellabile, che domin su tutto: l'incendio del Piccolo.
A Vienna stessa, quando la cosa si riseppe, i giudizi furono molto divisi. Le varie Zeit, le varie Reichswehr, i var Fremdenblatt, velando con artifici ufficiosi la criminosit dell'atto e attribuendolo, naturalmente, ad acciecamento di folla, cercarono di stabilire che il Piccolo se l'era meritato con la pertinace azione condotta per scindere Trieste dall'Austria. L'opinione pi diffusa era per quella che l'Austria avesse aggravato il proprio discredito insozzandosi di uno scandalo inutile e odioso. In Germania si permise che giudizi molto aspri fossero anche liberamente stampati. In Italia sfolgor sul Piccolo l'aureola del martirio: e il nome del giornale triestino massacrato si erse gloriosamente tra i simboli che chiamavano alla nuova guerra.
Chi volle quella giustizia sommaria? Chi ne ide e ne condusse l'esecuzione?
Non  qui il caso di approfondire l'inchiesta mentre i documenti mancano, e chi sa qualche cosa dei maneggi segreti di quell'epoca, non certo parla n parler mai per incolparsi.  probabile che non tutti gli organi delle autorit austriache di Trieste sieno stati d'accordo sul carattere di violenza sterminatrice che voleva darsi all'annunzio della guerra italiana; e il fatto stesso del segretario di Polizia, che ondeggiava, e voleva concedere le guardie per la tutela del giornale, mentre poi tale tutela fu assunta dall'autorit militare, che non la mantenne e ritir i soldati quando pi ve n'era bisogno, dimostrerebbe che da qualche parte sussisteva ancora l'idea della legalit, laddove da altri si era deciso che appunto la legalit dovesse quel giorno saltare. L'ira dell'elemento militare contro il Piccolo durava da anni, aveva avuto espressione negli articoli dell'ammiraglio Chiari e di tanti altri su l'Armeezeitung, sulla Reichswehr; l'idea di un atto di violenta vendetta, in circostanze determinate, doveva esservi radicata. Si ricordava anche, nei giorni dell'incendio, che, un anno prima, il giornale slavo di Trieste, il quale sempre affermava sentimenti austriacanti, in polemica col Piccolo, s'era lasciato sfuggire la frase: "Noi bruceremo la vostra capanna". Ma questo pu valere a designare la probabile nazionalit degli esecutori materiali dell'atto. In realt, esso non sarebbe potuto avvenire se non vi fosse stata un'autorit decisa a lasciarlo avvenire, un'autorit risoluta a trascendere: quell'autorit oscura, occultamente macchinatrice, che aveva assunto il maneggio delle cose durante la guerra.
La parola decisiva sarebbe spettata normalmente al capo politico della provincia, al nuovo Luogotenente barone Fries-Skene, succeduto nel febbraio al principe Hohenlohe. Ma quando si pensi che questo signore era venuto a Trieste come il Luogotenente della conciliazione, come il Luogotenente dai riflessi gradevoli su le trattative con l'Italia,  agevole concepire che in quel momento la sua autorit personale non dovesse essere molto grande e che egli dovesse badare e mostrarsi ligio a quelli che potevano mantenerlo e non mantenerlo in un posto per tanti anni ambito e dove egli non certo s'era per anco consolidato. Figura ambigua d'uomo avvezzo a mostrar faccia sorridente a tutti e ad aver pertanto un notevole numero di facce, egli era capace, pochi giorni dopo la distruzione del giornale, di confidare a chi gliene parlava che "avrebbe veduto volentieri la ricomparsa del Piccolo", mentre poi tutti i suoi rapporti, in quello stesso periodo, s'intonavano coi pi rigidi programmi d'estirpazione violenta dell'irredentismo concepiti dalle autorit militari.
Ancora abbastanza nuovo all'ambiente (anche a quello sfigurato e irriconoscibile creato dalla guerra), egli si appoggiava per consiglio ai capi dello sparuto austriacantismo locale, il consigliere aulico Krekich-Strassoldo, e a pochi altri, tutti distruttori feroci dell'"Irredenta" e indubbiamente legati ai circoli militari da una confidenza pi stretta che quella del Luogotenente stesso. Si aggiunga che l'astro del principe Hohenlohe stava risorgendo a Vienna e che l'ombra di lui, i disegni forse gi preordinati nella sua mente, avevano peso e valore nelle cose della citt pi di qualsiasi veduta personale (dato che ce ne fossero) del funzionario di second'ordine a lui succeduto.
Esiste nell'Archivio di Stato di Trieste, e ne debbo la notizia al sagace e attivissimo suo direttore dott. Salvatore Perroni, il testo di un rapporto trasmesso per telefono il 17 giugno 1915, dal dipartimento della Polizia di Stato al Ministero dell'Interno a Vienna.  firmato dal consigliere Fabiani e controfirmato dal Luogotenente Fries-Skene, e vi si fa cenno molto interessante anche del Piccolo:
"Con riguardo alla richiesta telefonica del 15 corr. ore 9 di sera, - esso dice - si comunica quanto segue:
"Le dimostrazioni ostili all'Italia che scoppiarono a Trieste il 21 maggio [era il 23, N. d. A.] non appena fu noto lo stato di guerra, e che si rivolsero con violenza elementare contro le associazioni irredentiste locali e contro il Piccolo, hanno contribuito a far s che gli elementi nazionali estremisti fossero completamente atterrati e si mantenessero tranquilli.
"Effettivamente a Trieste, come del resto in tutte le altre parti del Litorale, dal 25 maggio in poi, n furono pi turbati la quiete e l'ordine, n si ebbero a rilevare atti di sentimento ostile allo Stato.
"Dei giornali italiani, fu, gi nell'agosto 1914, soppresso il foglio umoristico locale "La coda del diavolo" edito da Vittorio Cuttin, mentre l'organo maggiore dell'irredentismo, l'Indipendente, sospese volontariamente le sue pubblicazioni poco dopo l'emanazione delle misure eccezionali.
"Il Piccolo, la cui soppressione sarebbe divenuta in ogni caso necessaria dopo lo scoppio della guerra con l'Italia, non comparisce pi dal 24 maggio, poich la sua sede, la sua tipografia e tutti i suoi materiali sono stati bruciati quel giorno.
"A Trieste sono state operate perquisizioni presso i sodalizi disciolti, inoltre nell'edificio del Piccolo, nella Societ Filarmonica Drammatica, nelle abitazioni di una quantit di regnicoli e di indigeni, tra i quali il proprietario del Piccolo, Teodoro Mayer".
La linea ufficiale  qui fissata: il Piccolo si sarebbe dovuto sopprimere in ogni caso; comunque, esso fu bruciato in dimostrazioni "di violenza elementare" che coincidettero con gli scopi desiderati dallo Stato e vi contribuirono. La soppressione da parte dell'autorit sarebbe stata legale, dato il vigente stato di guerra; l'i. r. Luogotenenza non si preoccupa che a ci sia stata sostituita l'illegalit dell'incendio e della distruzione, dacch fu raggiunto lo stesso fine.
Eppure fu cotesta sostituzione quella che diede tanto colore al temperamento vendicativo e tirannico dell'Austria in guerra e associ il nome del Piccolo a quelli delle pi nobili vittime della causa per cui l'Italia combatteva. La semplice soppressione del Piccolo, che era logica, che il giornale aveva meritato con 35 anni di scalzamento metodico dell'Austria dal terreno delle province irredente, sarebbe stata un provvedimento di legittima precauzione, contro il quale oggi, a mente fredda, riuscirebbe difficile il sollevare obiezioni. Ma, ai circoli austriaci dirigenti la guerra, parve poco. La loro rabbia per essersi veduti sfuggire tanti uomini che essi avrebbero volentieri processato, chiuso in carcere, e magari sollevato un poco da terra, per essersi trovati dinanzi ad un Piccolo che, senza direttore, emunto di redattori, non si prestava pi al grande processo politico, dovette essere veramente rabbia che accieca. Chi imperversa contro le cose, non potendo colpire gli uomini, appare sempre in aspetto di furiosa bile che assomiglia a demenza. Fu lo stato nel quale si posero i circoli austriaci per regolare i loro conti col Piccolo.
Tale esasperazione  singolarmente messa in luce in uno dei tanti articoli stampati a Vienna dopo la tragedia del giornale triestino: e precisamente nello scritto comparso il 20 giugno su la Zeit, con la firma di Arnoldo Hllriegel, dove si descrive dapprima la smorta Trieste e si contemplano le rovine del Piccolo, soggiungendo: " un'ingiustizia bruciare cos la casa del Piccolo, la casa di Teodoro Mayer.  un'ingiustizia. Noi non dovremmo fare di queste cose. Ma se potessimo impossessarci di questo individuo e impiccarlo due volte, nessuno direbbe:  un'ingiustizia",
Il sentimento che fosse stato il Piccolo uno dei cooperatori precipui alla creazione dell'animo di guerra in Italia, quel sentimento che aveva trovato rispecchio nel gi citato detto di un generale che "il Piccolo costava all'Austria due corpi d'esercito da dover mantenere alla frontiera italiana", non solo era largamente diffuso tra i patriotti austriaci, ma era anche condiviso dalle sfere ufficiali. In un rapporto segreto del barone Fries-Skene al Governo di Vienna, reso pubblico dopo la guerra, si legge:
"Il Piccolo era il giornale che capeggiava le tendenze nemiche dello Stato. Da origini modeste, il giornale and acquistando man mano sempre maggiore importanza, in quegli anni, dopo l'Ottanta, nei quali una forte corrente irredentista si espandeva nel Regno e si rendeva sensibile anche nel Litorale. Si pu dunque dire che il Piccolo nacque nel segno dell'irredentismo.
"Fatto con estrema abilit, adottando il modo di pensare della massa, il Piccolo pot assicurarsi in breve tempo la diffusione pi larga e divenire il giornale italiano pi popolare e pi letto della regione. La sua intima tendenza politica, costantemente diretta contro lo Stato austriaco sotto il manto della difesa di interessi nazionali e culturali degli italiani, appariva sempre pi evidente via via che il giornale riusciva ad aver parte nelle direttive dei circoli intellettuali, composti per lo pi di elementi nazionali estremisti, nonch nell'amministrazione comunale. Ben presto il Piccolo divent l'incontrastato dominatore dell'opinione pubblica a Trieste e nella parte italiana del Litorale. Per oltre due decenni, esso elabor con successo, servendosi di ogni espediente, una tecnica giornalistica oltremodo abile e degna di miglior causa. Sia che sottacesse ogni cosa austriaca, sia che la perseguitasse con odiose calunnie, esso svalutava fino allo sprezzo la nostra forza armata, la nostra autorit e le nostre istituzioni, alle quali contrapponeva, idealizzandole, le istituzioni italiane. Cos il Piccolo si avvicinava sempre pi alla meta prefissa, sebbene l'attivit distruttiva del giornale venisse rivestita di forme tali che rare volte si prestavano al sequestro o al procedimento giudiziario".
Questo era il ritratto del Piccolo fatto dal Luogotenente, ed egli proseguiva:
"L'attivit del Piccolo non era limitata all'interno, ma si faceva valere anche negli ambienti dai quali l'irredentismo del Litorale sperava la realizzazione dei suoi ideali. L'editore del giornale, Teodoro Mayer, suo figlio, nonch i redattori, avevano stretto contatto con uomini di Stato, con uomini politici e con rappresentanti della stampa nazionalista d'Italia. Lo stesso Mayer era stato ricevuto pi volte in udienza dal Re d'Italia; nel banchetto dato a Roma dai giornalisti italiani in suo onore nel 1900, l'oratore ufficiale, Luigi Luzzatti, festeggi il Piccolo, proclamandolo valoroso sostegno del pensiero irredentista.
"Queste intime relazioni con l'Italia diedero modo al Piccolo di essere per il vicino Regno un ravvivatoio continuo dell'opinione pubblica. Qualsiasi questione nazionale e politica, anche la pi insignificante, che riguardasse il nostro paese, qualsiasi disposizione dell'autorit che non riscuotesse il plauso del Piccolo, veniva propalata nella stampa italiana da Mayer e dalla sua gente in modo svisato e falso, senza scrupoli. Si deve in gran parte a questi eccitamenti fatti con odio, l'ignoranza assoluta che l'Italia, in generale, anche nei suoi circoli culturali, ha della situazione austriaca. D'altro canto la redazione del Piccolo metteva volentieri dati e informazioni a disposizione di giornalisti italiani che sentissero il bisogno di scrivere contro l'Austria".
A riprova, il rapporto cita gli articoli di Virginio Gayda, il cui materiale dice fornito in parte dal deputato Pitacco, in parte dalla redazione del Piccolo. E afferma, concludendo, aver avuto il Piccolo una parte precipua nello spingere l'Italia alla guerra.
Questo diceva il Luogotenente Fries-Skene: e non si pu contestare che fosse ben informato e dicesse sostanzialmente il vero: talch in una sintesi dei meriti del Piccolo per la causa italiana, potrebbe, con onore del giornale, parafrasarsi quasi riga per riga questo rapporto.
In esso  anche tutta la ragione dell'incendio. Di tutto quello che il Luogotenente dice a parole, la Polizia militare, che oramai governava la citt, si era vendicata col fuoco.
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26.
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La mattina che segu l'incendio, i redattori del Piccolo, consci della loro responsabilit morale verso i tipografi, verso le centinaia di persone che rimanevano disoccupate, iniziarono tosto tutti i passi necessari per la ripubblicazione del giornale. Passi di nessun valore pratico, poich, sebbene non fosse venuto dall'autorit alcun decreto di soppressione del Piccolo, tutti sentivano che lo stroncamento della notte precedente corrispondeva a voleri venuti dall'alto. Ma quei passi si dovevano compiere, appunto perch un decreto non era venuto, e magari per provocarlo dall'autorit: in modo che dalla responsabilit della cessazione restasse escluso ogni sospetto di inazione dei redattori e di loro adagiamento all'atto di terrorismo, ed essa ricadesse tutta sul Governo austriaco.
Fu tenuta un'adunanza dei tipografi; fu rilevato, probabilmente con un certo ottimismo, che dalla distruzione totale si era salvata una delle macchine, la quale si sarebbe potuta riparare e rimettere in azione nel termine di tre o quattro settimane; fu sollecitato l'unico deputato italiano che fosse rimasto a Trieste, l'avvocato Gasser, a protestare a Vienna contro il criminoso fatto che metteva centinaia di persone sul lastrico. In quei primi giorni della nuova guerra, regnava a Trieste un grande confusionismo: la prepotenza delle autorit poteva anche sembrare una maschera del loro orgasmo e del loro panico: e questo diciamo per chi si sorprendesse che, all'indomani di un atto di terrore, compiuto con s estrema violenza contro il giornale, i redattori del Piccolo circolassero liberamente, si adunassero, pensassero a provvedimenti.
Il Piccolo non era soltanto il gruppo di fabbricati e il complesso di macchinari ridotti a calcinacci, a ferrame e a ceneri spente: il Piccolo era anche un'azienda, che l'incendio metteva dinanzi a una specie di liquidazione repentina: e fin dall'indomani si sent il bisogno di raccogliere questa azienda sotto un tetto, e l'amministrazione e i redattori ripararono in un appartamentino di due o tre stanze, in una casa all'angolo di Piazza Goldoni e del Corso, quasi dirimpetto alle macerie ancora calde del giornale. Ivi continuavano a giungere automaticamente, non potendo arrestarsi d'un sbito le ruote lontane dell'apparecchio d'orologeria sconquassato, le lettere dei corrispondenti, le offerte di pubblicit, i telegrammi (la catasta di telegrammi del Correspondenz Bureau coi primi fatti della guerra italiana), e soprattutto i conti che s'affollavano a precipizio, come nelle case piombate in improvviso dissesto, e che l'amministrazione pagava con la sua metodica regolarit e scrupolosit. Ivi si raccoglievano anche per l'azione legale le prime testimonianze firmate di spettatori dell'incendio, e di l anche si contemplava, nelle ore di riposo, la calata degli avvoltoi per sbramarsi sul cadavere del Piccolo: la lotta di giornali e giornaletti - dal vecchio Osservatore Triestino a certe crittogame spuntate con fetida ingordigia in quei giorni - per entrare nelle grazie del pubblico disorientato dalla scomparsa della sua quotidiana guida. Si vide sbito che il trionfo sarebbe rimasto all'organo socialista, al Lavoratore: all'organo socialista che, fin dallo scoppio della guerra mondiale, anzich restringersi come facevano tutti, si era mutato da bisettimanale in quotidiano, e, vivacchiato fino a quel momento in una mediocre sonnolenza, pubblicando i telegrammi ufficiali e gli stralci quotidiani della stampa neutralista italiana, ora a un tratto anticipava l'ora d'uscita, si dava ad imitare zelantemente la tecnica del Piccolo, e non trovava nelle autorit alcun ostacolo alla sua immediata candidatura alla successione. Il "mors tua vita mea" non fu mai applicato con s spregiudicata disinvoltura.
Ma la relativa quiete del rifugio provvisorio in Piazza Goldoni non dur che un paio di giorni. Il Governo aveva proclamato lo stato d'assedio e si consolidava nella sua situazione di forza. Si sapeva che sarebbero stati iniziati gli internamenti; quasi nessuno dei redattori del Piccolo dormiva pi a domicilio. Io stesso, per prudenza, avevo passato la notte in una stanza che mi era stata offerta dal mio caro e tanto rimpianto amico dalmata, Arturo Bellotti, e alle quattro del pomeriggio me ne andavo verso l'ospedale, con un involtino di biancheria sotto il braccio, per dare un mese di cura alla mia gamba malata e cercar di allontanare di altrettanto il probabile esilio. Tutti credevano allora che, a procacciarsi in un modo o nell'altro un mese di tempo per aspettare l'Italia a Trieste, sarebbe venuta. Ma prima di andarmi a rinchiudere, volli salire un momento nelle due stanzucce provvisorie del Piccolo. Salgo dunque; ma appena aperta la porta, mi si presenta una guardia con fucile e baionetta inastata che s' impalata dietro il battente: non c' pi modo di indietreggiare: sono prigioniero. Altri miei colleghi si trovano nella mia stessa condizione.
Credevamo ad una retata: si trattava invece soltanto di una perquisizione. L'autorit era stata messa in sospetto da quell'affluire di lettere e di telegrammi nel nostro asilo di naufraghi e dalle voci udite che si preparasse la ripubblicazione del Piccolo. Un commissario esamin coscienziosamente i fasci di telegrammi. - "Come  possibile che voi riceviate un tale servizio telegrafico mentre non pubblicate il giornale?" - "Sono i telegrammi ufficiali del Correspondenz Bureau; ci siamo abbonati; continueranno ad arrivarci fino allo scadere dell'abbonamento". - Il commissario rovist ancora: convenne che altro non c'era; poi mi si fece vicino, e mi domand se noi veramente non preparassimo la ripresa delle pubblicazioni del Piccolo. - Certamente - gli risposi - vogliamo che tutto sia pronto per il momento della pace. - Il commissario fece un gesto con la mano, come per significare che quelle erano cose della vita futura: e incominci a parlarci del pazzo lavoro che c'era alla Polizia in quei giorni; del correre, perquisire, arrestare che si faceva per ogni diceria, per ogni voce pi assurda. Poi ci dichiar liberi, e se ne and con le sue guardie.
Ma se avessimo detto che davvero si sarebbe tentato di ripubblicare il giornale?
L'autorit non voleva il decreto di soppressione. Non lo volle mai. Ci teneva alla sua bella leggenda che il Piccolo fosse stato soppresso dalla indignazione austriaca del popolo triestino. Onorata leggenda, quando si pensi agli svaligiamenti e saccheggi di quel giorno. Ma se noi avessimo voluto far uscire quel giornale non soppresso, com'era nostro diritto, si sarebbe cominciato probabilmente con l'arrestarci.
Del resto, a far impallidire sempre pi l'idea di una possibile uscita, gli arresti incominciarono effettivamente. Quella sera stessa fu arrestato il collega Emilio Marcuzzi, e part col primo convoglio di deportati. Io riuscii ad evitare, stando all'ospedale, il momento brusco, che era il primo momento; e con pretesti di salute ottenni una serie di proroghe. Lo stesso fecero gli altri colleghi, Augusto Rocco, Csari, Piazza, Bacichi. Ma nel maggio 1916, quando s'avvicinava il primo anniversario della dichiarazione di guerra, i circoli austriacanti incominciarono a strillare che era uno scandalo il vedere a Trieste gli ex redattori del Piccolo: e allora fummo deportati tutti.
Durante quel primo anno, fino al maggio del 1916, ci fu ancora un'ombra di ufficio del Piccolo, non pi nei due bugigattoli di Piazza Goldoni, ma in un paio di stanze rimaste illese dal fuoco, in fondo alla vecchia redazione. Si entrava in quell'edificio diroccato, puntellato, semicrollante: e l c'era ogni giorno per alcune ore Augusto Rocco con un inserviente. Continuava la liquidazione del Piccolo, sotto vigilanza del curatore nominato dall'autorit. Erano stati posti sotto sequestro, ma non ancora incamerati, tutti i beni di Teodoro Mayer, condannato in contumacia per alto tradimento, e quelli di suo figlio, il dott. Aldo Mayer, condannato per le stesse ragioni. L'autorit militare piombava tratto tratto in quell'ufficio solingo e melanconico per farsi consegnare i depositi di carta, di combustibile e altre cose di propriet del giornale. Il 29 marzo 1916 vi capit la Polizia, appunto per requisire 32 vagoni di carta che il Piccolo possedeva in un magazzino di via delle Acque. Girati gli occhi con curiosit intorno alle due stanze superstiti, il commissario chiese se non fossero state perquisite da molto tempo. - Ma qui non c' stata mai perquisizione - rispose Augusto Rocco.
Il commissario cadde dalle nuvole. - Allora la facciamo noi, - disse sbito.
Era proprio cos: in tanti mesi di perquisizioni, d'interrogator, d'indagini, che avevano portato lo scompiglio in tre quarti della citt, l'autorit si era dimenticata di perquisire le due o tre stanze salvate dall'incendio in quel Piccolo che era stato dannato al rogo con tanta solennit e i cui proprietari gi erano condannati dall'Austria come colpevoli di fellonia e d'alto tradimento.
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27.
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Il commissario si pose tosto all'opera: frug nelle scrivanie e negli armadi; e, sequestrata la farragine di carte, ne fece var pacchi, legati con lo spago, dichiarando che li avrebbe mandati a prendere l'indomani.
Augusto Rocco mi fece chiamare immediatamente, e tutti e due aprimmo i pacchi lasciati dal commissario ed esaminammo ad una ad una le carte. Non c'era in verit nulla di compromettente: qualche lettera firmata da nomi poco ortodossi, ma innocua; le minute degli articoli di Mario Nordio dalla Tripolitania; manoscritti non pubblicati, quaderni d'appunti su argomenti di cronaca. Non fu il caso di abusare della fiducia del commissario: non sottraemmo quasi nulla ai suoi pacchi. Ma poco dopo entr nell'ufficio il collega Csari, e udito della perquisizione e del modo frettoloso con cui era stata fatta, gli parve prudente che, ad evitare altre sorprese, ne facessimo una pi oculata per conto nostro. Difatti, saliti a vedere ci che stesse sopra gli armadi, salt fuori tutto un quaderno di "fogli di via" col marchio del R. Consolato Italiano, di quelli che Curzio Donati adoperava durante la neutralit per far passare il confine ai giovani volontari: roba che ci avrebbe condotti tutti in galera.
Quando il vecchio Rocco fu mandato con gli altri redattori in esilio, anche quel minuscolo ufficio cess. Allora veramente del Piccolo non rimase a Trieste pi nulla: se non il gruppo di edifici senza tetto dalle occhiaie cave e dalle fronti carbonizzate, che addensava in s ogni espressione di squallore e d'orrore della sempre pi contristala citt.
Lo guardavano i cittadini sospirando: ed era tutto l'opposto di quel "ricordo esecrabile" che le autorit e gli austriacanti avrebbero voluto rimanesse del Piccolo. Si sarebbe detto che, distrutto, esso spaventasse quelle coscienze inquiete come se fosse vivo: onde, chi sfogli i lividi giornaletti austriacanti di tutti gli anni di guerra, non vi trova mai menzionato il nome del Piccolo se non col corteo di epiteti spregiativi e di maledizioni che i bacchettoni d'altri tempi facevano seguire al nome del diavolo. Se ne sarebbe voluto fare, nel cuore della popolazione, una specie di simbolo d'ogni nequizia e d'ogni perversit. V'era in questa ostinazione di sadica rabbia quasi il presentimento di una risurrezione che un giorno avrebbe sgominato tutti. Contro questo presentimento oscuro, incoercibile, si cercava invano difendersi.
Le autorit stesse non solo avevano una specie di postumo sgomento di questo Piccolo morto, ma le inquietava perfino il pensiero che esso potesse risorgere lontano. Il 27 luglio 1915 (e il relativo documento si conserva all'Archivio di Stato) l'i. r. Commissario al Comune di Trieste, De Krekich-Strassoldo, si rivolgeva alla Presidenza della Luogotenenza per chiedere se ci fosse qualche verit nelle voci che correvano di una ricomparsa del Piccolo di Trieste a Roma, raccomandando, in caso affermativo, di procacciarne dei numeri per il tramite di qualche Stato neutrale. Si sarebbe cos potuto raccogliere, diceva, pi ampio materiale per l'accusa d'alto tradimento contro Teodoro Mayer. La voce della ricomparsa del Piccolo veniva dalla Zeit di Vienna, e il Krekich-Strassoldo ammetteva che potesse non essere vera, bens riferirsi al Piccolo Giornale d'Italia.
Allo zelante i. r. Commissario al Comune, che, come si vede, confondeva le sue mansioni con quelle del Procuratore di Stato, era data risposta soltanto tre mesi dopo, in seguito a informazioni chieste al Ministero dell'Interno a Vienna, facendogli presente che il procurarsi numeri del Piccolo, nel caso che esso fosse risorto a Roma, sarebbe stata cosa "d'interesse particolarissimo". E il Ministero dell'Interno si era informato a sua volta al Ministero degli Esteri; ma aveva finito col persuadersi che si stava prendendo un granchio. E aveva inviato a Trieste il 30 ottobre 1915 questa risposta:
"Mi onoro di comunicare a Vostra Eccellenza che i rilievi assunti dall'i. r. Ministero degli Esteri sulla asserita comparsa del Piccolo di Trieste a Roma hanno condotto a concludere che le relative notizie giornalistiche sono da riferirsi con somma probabilit a uno scambio col Piccolo Giornale d'Italia, che si pubblica a Roma".
In verit, un numero del Piccolo fu pubblicato a Roma, ma parecchio tempo dopo, nel 1918, per uno scopo patriottico, in un momento solenne, e in una forma che assegnava ai pi alti onori della storia il giornale triestino. Fu durante l'azione di propaganda per il quinto prestito di guerra, nei giorni che s'iniziava la riscossa delle armi nostre dopo la rotta di Caporetto. Parve ottimo e nobilissimo modo di propaganda il rievocare l'opera tenace del giornalismo come precursore ed interprete del pensiero italiano lottante per l'unit della Patria: e si pubblicarono, raccolti in una busta, coi tipi dell'editore Bertelli di Roma, i facsimili di altrettanti giornali del Risorgimento. V'era il Conciliatore di Pellico, di Confalonieri e di Maroncelli, e v'era l'Antologia del Vieusseux, e v'era la Giovine Italia di Mazzini, e v'erano i giornali del Quarantotto, e gli organi cavouriani, e La Capitale, il primo giornale uscito in Roma italiana: v'era tutta la serie delle voci vive che operarono sul cuore degli uomini e fecero a lembo a lembo l'Italia nuova: e con esse il Popolo di Cesare Battisti e il Piccolo di Trieste. Di questo era riprodotta la prima pagina dell'ultimo numero arrivato in Italia, quello del 21 maggio 1915, di due giorni prima dell'incendio, numero che portava nella testata il titolo "Manifestazioni per la guerra alla Camera Italiana". Nelle pagine seguenti del facsimile erano riassunti la lotta e i sacrifici dell'ra irredentista nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, con la riproduzione del busto di Oberdan e dei ritratti di Nazario Sauro e di Rismondo; indi si ristampava quel profilo storico del giornale che era apparso nel numero commemorativo del venticinquennio, aggiornandolo fino alle ultime vicende. Il ritratto di Teodoro Mayer campeggiava nel centro.
Il Piccolo, dunque, a Roma, era gi entrato nella storia d'Italia. N quella era la prima onoranza che si rendesse in Roma all'opera italiana del giornale incendiato.
Grande era il dispetto a Vienna e in tutta l'Austria per ogni notizia di celebrazioni del giornale irredento in Italia, e ne venivano recrudescenze dell'accanimento contro la memoria del Piccolo e ravvivamenti dell'inchiesta giudiziaria sul passato del giornale. Un grande processo contro il Piccolo, che doveva portare all'incameramento definitivo dei beni di Teodoro Mayer, estendendo per le ricerche anche a tutta l'opera della redazione, veniva istruito faticosamente dai Tribunali militari austriaci ancora nel 1917: e appunto su lo scorcio di quell'anno, i redattori deportati ebbero tutti a subire interrogator, nei var luoghi di deportazione, su alcuni punti che riguardavano le responsabilit personali nell'opera politica del giornale. Da tali interrogator poco costrutto riuscirono a ricavare le autorit austriache, poich tutti gli interrogati, per quanto m' noto, seppero rispondere molto abilmente. I documenti di quell'azione giudiziaria non poterono finora essere rintracciati. Mia impressione individuale  che le autorit austriache perseguissero stancamente un vecchio disegno, che doveva averle affascinate nel 1915: quello di aggiungere all'incendio del Piccolo il grande processo politico, donde uscisse documentata l'opera esiziale all'Austria condotta dal giornale
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L'Italia entr a Trieste il 3 novembre 1918.  troppo naturale il rimpianto che il saluto della citt non potesse esserle rivolto quel giorno dal Piccolo. Ma non  poi una cosa tanto importante. Le importanti cose erano avvenute: il pensiero costante del giornale si era attuato merc l'indomita tenacia della Nazione che al raggiungimento di quello aveva sacrificato settecentomila generosi suoi figli: era giusto che quel giorno il Piccolo fosse coi morti d'Italia: che le sue rovine, apparentemente mute e deserte, sentissero il fremito dell'avvenimento come le tombe dei prodi sperse nella solitudine dei campi di battaglia, ancora sconvolti dalla lotta per una idealit che aveva il suo premio in quell'ora.
Il Piccolo doveva risorgere. Ma in quel momento, come tanti combattenti, esso esultava sotto il taglio d'ombra della morte: ed era una nobile presenza, una partecipazione indicibilmente pura dello spirito.
Passavano davanti a quelle mura sgretolate, a quel tumulo alto di pietre nericce, i bersaglieri in corsa, passavano i fanti e i mitraglieri che andavano a prendere possesso delle caserme abbandonate dal nemico, con gli elmi infiorati dalla amorosa frenesia di Trieste libera; passavano i cittadini con le coccarde tricolori e la gola senza pi voce per aver tanto gridato e pianto; passavano i cortei coi vessilli cantando gli inni di Mameli e di Garibaldi e la canzone nuova, appena appresa, del Piave. E un pensiero, agli occhi di tutti, prendeva visibile corpo in quelle rovine: la lotta di questa citt, la lotta di tutto un passato, combattuta giorno per giorno, lungo gli anni, lungo i decenni, senza piegare, sostenendo l'urto del nemico fino all'assalto mortale, fino alle macerie. Cos, per l'Italia, si era intesa a Trieste la battaglia civile: il Piccolo n'era il documento: quel documento di fedelt terribile che sono le ceneri di un rogo.
Il Piccolo doveva risorgere. Era necessario che risorgesse. Ma non tanto per inalzare in quell'istante la sua voce d'ebbrezza, il suo canto di festa, quanto per compiere, al di l di quel primo istante, con la sua esperienza, la rettitudine della sua linea, l'accesso suo sicuro all'anima popolare, opera di consolidamento della situazione nuova, opera di reciproca compenetrazione tra Italia e Venezia Giulia ricongiunte dopo s lunga ra di storia.
Anzi, nel primo istante, bench gi fosse fermo il pensiero della risurrezione del Piccolo, l'animo ebbe pure un momentaneo sgomento dinanzi all'immensit della rovina, che mai si era immaginata s grande, e dubit che essa potesse significare veramente una conclusione storica, la fine fatale di un organismo fulminato nell'ora del compimento della sua missione. Ma fu breve dubbio. Il Piccolo, che era sorto trentotto anni innanzi per intuizione di una necessit pubblica, doveva per la stessa intuizione di necessit anche risorgere. L'ora che seguiva la liberazione delle terre orientali d'Italia non era calma e tranquilla quanto sarebbe stata desiderata per la rapida assimilazione delle province nuove alla Patria, non negli affetti soltanto e nei pensieri, ma nelle istituzioni e nel sistema economico. L'ora era quella agitata e fosca, di esaltazione e di profondo turbamento degli spiriti, che ancor oggi si ricorda col nome dell'anno in cui raggiunse il suo punto di culminazione: il 1919.
I due giornali nazionali che uscivano a Trieste in quell'epoca, la Nazione, fondata da un gruppo di patriotti nel momento dell'insurrezione della citt contro lo straniero, e l'Era Nuova, venuta pi tardi, ad opera di elementi in gran parte sopraggiunti di fresco e non ancora in tutto intonati con l'ambiente della regione, non potevano contendere il dominio dell'animo popolare a un organismo giornalistico di struttura molto solida quale s'era fatto il Lavoratore nella privilegiata situazione creatasi in suo favore durante tre anni e mezzo di guerra. Il pubblico popolare si era abituato a leggere quello; ed era una lettura deleteria, poich il partito socialista triestino, dove s'erano rifugiati tutti gli elementi carichi di dispetto, non aveva potuto resistere all'infusione di idee confusionarie e catastrofiche penetrate in Europa dopo la rivoluzione russa, e il suo organo non solo sovvertiva le menti, ma ostinatamente tendeva a formare un fronte unico con ogni sorta di agitatori antinazionali, cupidi di trasformare la vittoria militare italiana in un insuccesso politico dell'Italia nelle province redente.
Il cerchio d'azione dei due giornali, la Nazione e l'Era Nuova, non era certo brevissimo, l'uno e l'altro avevano le loro benemerenze, quello per aver iniziato tosto la critica dei sofismi bolscevizzanti, questo per aver condotto con vigore una campagna infiammatrice dello spirito nazionale come fu quella di Fiume; ma alla periferia del pubblico gi guadagnato agli ideali patrii, la loro azione, per deficienza di mezzi adeguati, inevitabilmente si esauriva, e i vasti strati popolari rimanevano loro preclusi. Il Lavoratore aveva per s l'autorit del numero, che in quel tempo contava assai; ad essa dovevasi contrapporre un'altra autorit: quella di una voce abituata a farsi ascoltare dai cittadini per tradizione di assennatezza e di buon consiglio, di una voce che potesse parlare anche al Governo, su tutti i problemi della citt e delle terre di confine, con la certezza di pesare, per il suo provato patriottismo, su le deliberazioni di quello, di una voce infine che si guadagnasse sempre pi larga espansione con l'appoggio d'una tecnica giornalistica superiore. Questa voce, quest'autorit, non poteva averle che il Piccolo.
La risurrezione fu adunque decisa. Doveva essere quanto pi possibile rapida; ma anche quanto meno possibile un'improvvisazione. Il Piccolo doveva ripresentarsi alla Venezia Giulia, all'Italia, nella vigorosa struttura organica che esso aveva avuto a' suoi tempi pi belli. E tuttavia si imponeva incominciare dal nulla; poich nulla esisteva pi di quanto era stato il giornale. L'incendio e tre anni e mezzo di amministrazione forzosa del patrimonio nelle mani dell'Austria avevano distrutto l'albero, le radici e la zolla nutrice.
Teodoro Mayer form adunque un capitale nuovo, fondando una societ per azioni, la Societ Editrice Italiana Roma-Trieste, nella quale egli ebbe la parte preponderante e tenne la presidenza. I lavori di ricostruzione degli stabili incominciarono subito, sotto la direzione dell'ing. Sansone Venezian. Si dovette dapprima sgombrare ammassi di macerie e demolire gran parte delle murature che ancora reggevano in piedi; la elegante palazzina, dov'erano state un tempo la redazione e la tipografia, non si sarebbe potuta ricostruire che su nuove fondamenta, e fu deciso pertanto lasciarla di un piano solo; le stanze d'ufficio occuparono uno stabile attiguo; si crearono sale provvisorie per le macchine e per la composizione, in attesa di quella superba galleria delle macchine e di quella grandiosa sala delle linotypes che, fatte pi tardi, costituiscono oggi al Piccolo uno dei pi belli e pi moderni impianti tipografici d'Italia. Lavoro di molti e molti mesi, n certo agevolato dalle condizioni penose in che dapprima il difetto di comunicazioni, indi gli scioperi senza fine mettevano Trieste in quei giorni. E quantunque il programma si limitasse, per il primo tempo, allo stretto necessario, e a non pochi forzati adattamenti sotto il limite del necessario, non si pot antivedere con sicurezza l'uscita del giornale se non per l'avanzato autunno.
Il nuovo direttore politico del Piccolo era stato scelto da Teodoro Mayer, con sicura fiducia, in uno dei pi agili ed esperti, pi versatili e pi avveduti giornalisti che si fossero guadagnati gli alti gradi nella stampa italiana. Rino Alessi era romagnolo e veniva dalla stampa bolognese; entrato nel giornalismo a venticinque anni, dopo solo sei mesi di tirocinio diveniva direttore del Giornale del Mattino. Talch si pu dire di lui che la sua esperienza di giornalista fosse tutta un'esperienza di comandante. Il Giornale del Mattino di Bologna, che aveva stupito vecchi praticoni della stampa per lo slancio e la modernit della sua fattura, si era gettato con fervore nella campagna interventista ed era divenuto durante la neutralit l'organo degli emigrati istriani. Allo scoppio della guerra, Alessi, conseguente, si present volontario e combatt da semplice soldato nelle prime linee in tutte le azioni del periodo iniziale. Dalle trincee fu chiamato poi all'Ufficio Stampa come corrispondente di guerra del Secolo di Milano e del Messaggero di Roma. Appariva dalle sue corrispondenze tutta la natura dell'uomo, di caldo sentimento insieme e di sagace ragionamento, di vivida e scintillante visione e di osservazione intelligente, sviluppata in efficace consiglio: politico nel miglior senso della parola, quanto al concepire nelle varie situazioni l'interesse della Patria; bello scrittore, di getto generoso nell'immediato trasmettere le proprie sensazioni e il proprio pensiero. Furono quelle corrispondenze di guerra a far pensare a Teodoro Mayer che Rino Alessi sarebbe potuto essere il futuro direttore del Piccolo.
Alessi era venuto a Trieste con le prime truppe che vi sbarcarono, e poco dopo si stabiliva nella citt. Non solo per dirigervi il lavoro di preparazione del Piccolo, ma per studiare coscienziosamente i problemi della situazione, gli uomini, le correnti, i modi di pensare che determinavano l'ambiente, la struttura e i bisogni del grande emporio appena scosso dal torpore di guerra. Poco conosciuto nei circoli cittadini e rifuggente per propria modestia dal mettersi in evidenza, egli pot con tanto pi equilibrato raccoglimento impossessarsi d'ogni questione viva della citt e rappresentarla equamente al suo spirito di buon italiano. Talch, quando egli assunse la direzione del Piccolo, era gi perfettamente intonato, anche per naturale simpatia, con la vita e con l'anima cittadina.
Accanto a lui era posto, come direttore amministrativo, il dott. Aldo Mayer, nato si pu dire nell'ambiente del Piccolo, esperto quindi di tutte le sue funzioni specifiche e portato dall'indole del proprio ingegno, nel quale erano singolarissime le attitudini alla letteratura d'immaginazione, anzi di ardita fantasia, a sperimentare nella meccanica del giornale quanto fosse di pi nuovo e di pi moderno. Al tempo stesso, economista di forte coltura, arricchitasi nei viaggi e nelle relazioni con uomini eminenti, ed amministratore modellato sull'esempio insigne del padre.
Furono questi i due uomini che, in comunicazione costante con Teodoro Mayer, attesero primi a tracciare le linee del risorgente Piccolo; e quindi fu formata la redazione, la quale con criterio coerente a tutto il passato del giornale e al significato che assumeva la sua resurrezione, si volle composta soltanto di ex combattenti e d'uomini che avessero sofferto dall'Austria durante la guerra persecuzioni politiche e deportazioni. Il primo redattore capo fu il dott. Giuseppe Stefani, e la maggior parte degli uomini entrati e rientrati al giornale in quella prima ora o poco dopo sono ancor oggi fra i nostri colleghi. Manca ohim Riccardo Malpezzi, giovane sfavillante immaginoso lirico ingegno emiliano, che pot consacrare al giornale solo gli ultimi anni della breve vita; manca Giacomo Leonardi, anima di popolano nobile e fedele che dalle scrupolose fatiche del reportage s'era inalzato alla missione delicata della cronaca giudiziaria e che diede prima di morire testimonianze commoventi del suo patriottismo; manca Doro Finzi, effervescente di spirito e d'entusiasmo; manca Ettore Fronz, critico musicale per oltre vent'anni; manca Riccardo Gurresch, il festevole e romantico "Ricciardetto" che evocava le vecchie storie triestine con tanto brio; manca Umberto Gorghi, colorito novelliere, articolista, cronista; mancano Guido Morpurgo, il "reporter" infaticabile, e Rodolfo Daronco, vivace giovane, perito in un incidente automobilistico; manca qualche altro che, nella redazione e nell'amministrazione, avemmo tra i cari compagni. Tanti negli ultimi anni ci tolse la morte.
Ma Mario Nordio, l'attuale redattore capo, Antonio Battara, Emilio Marcuzzi, il nuovo segretario di redazione Umberto Di Bin, il ten. colonnello Francesco Vairo, il nuovo critico drammatico Vittorio Tranquilli, Marco di Drusco, Gino Villasanta, Michele Risolo, Carlo Tigoli, Lino Campanini, Lucia Boccasini-Tranquilli, Francesco Consoli, Romano Drioli, Aldo Chieu, Umberto Corradini, Eligio Klein, Flaminio e Brenno Cavedali, Mario Granbassi, Costante Pizzarello, Federico Levi, Mario Cihlar, Giordano Micol, Vladimiro Derin, i due fratelli Levi, Lionello e Vito, che si succedettero nella critica musicale, il sapiente giudice sportivo prof. Aldo Boiti, e Checchi e Veronese e Urbani e tanti altri, che son tuttora o furono sino a ieri nella famiglia del Piccolo, vi entrarono quasi tutti nel giorno della risurrezione o nei primi tempi successivi. Nell'amministrazione Augusto Rocco, Emanuele Segr, Ruggero Polacco, Alma Serena Tamaro, Bruno Leoni, Pietro Milanese, Gino Lobba: e tra i collaboratori i migliori ingegni della citt e della Venezia Giulia. Corrispondente primo da Roma fu Ermanno Amicucci, ed ora gli  successo Aldo Germini.
Nel tardo autunno tutto fu pronto, e il 20 novembre 1919 il Piccolo ricomparve. L'attendevano i cittadini con quella curiosit viva e festante, anche in alcuni commossa, che si pu immaginare da chi abbia presente quello che era stato il giornale a Trieste nei trentaquattro anni del suo armeggiare contro il Governo straniero e quello che il suo nome suscitava in una citt che ne aveva veduto la tragica catastrofe. In aspetto il Piccolo non poteva essere se non quello di una volta, nondimeno aveva una membratura pi vigorosa, un'espressione pi deliberata di grande giornale: i problemi e i fatti del giorno vi si affacciavano non come in organo di limitata vita regionale, ma con le proporzioni ampie che avevano nella vita d'Italia. La presentazione, schietta e serena, senza orgogli e senza rancori, era scritta in un articolo intitolato "Vita Nuova".
"Nell'atto di riprendere l'amorosa opera nostra - esso diceva - dopo oltre quattro anni e mezzo di forzato silenzio e una cos tumultuaria vicenda di fatti storici definitivi, osiamo confessare che ci sentiamo turbati per le esuberanti simpatie con cui la fedele e vastissima famiglia del nostro pubblico ha atteso l'apparizione di questo esemplare.
" forse la prima volta nel mondo che un grande giornale risorge dalle proprie rovine. La violenza consumata contro di noi non fu di quelle che si riparano in un giorno, in una settimana, in un mese."
Descriveva quindi l'orrore della distruzione trovata, degli edifici in rovina, dell'opera vandalica condotta "con la volutt che il delinquente mette nell'attimo in cui intuisce l'impunit e si sente protetto dalla connivenza degli agenti dell'ordine".
"Noi consideriamo l'infuocata sanguinosa notte dal 23 al 24 maggio 1915 come la sintesi sublime della nostra tradizione. Nel fosco libro della vendetta austriaca il nome nostro sta scritto per la morte....
"Se l'Austria ci volle uccidere, non leviamo oggi lamento, come non lo levammo dopo la catastrofe: se in Trieste, citt generosa e ribelle, si trovarono bassi arnesi pronti per un pugno di denaro a tradurre nella realt, con quasi scientifica esattezza, i disegni della imperialregia polizia, non protestiamo, n invochiamo dalla giustizia di Dio e degli uomini l'adeguata riparazione".
Il Piccolo accennava quindi alle difficolt del momento che avevano aspreggiato la preparazione della rinascita, e alla propria volont di rappresentare, come nel passato, non lo sforzo d'un giorno, ma la continuit di uno sviluppo organico. "Non  vero - diceva - che il giornale dura un giorno. Il giornale  un libro infinito che rispecchia in sintesi la vita universa e che si rivolge ai suoi lettori con un breve capitolo al giorno. La sua opera resta...."
"Il nostro programma - soggiungeva - viene a convergere col metodo di lavoro che  stato la causa del successo del Piccolo in passato e che sar senza dubbio la cagione della nostra vittoria a venire. Non vane esposizioni di promesse, non ingannevoli formule di abusati dottrinarismi politici, non affermazioni partigiane o utopistiche che negano la libert degli uomini o i diritti collettivi dello Stato, non fanfare rettoriche per coprire i lamenti dell'ora che volge...."
Era l'ora bolscevica.
"In mezzo al molto disordine politico che tiene l'Italia e che a Trieste e nella Venezia Giulia si complica di problemi considerati di facile soluzione solo dai vanesi e dai segreti o palesi partigiani di altri regimi, noi abbiamo una sola aspirazione: quella di trarre la nostra citt e le generose province che la circondano dal peso di un passato recente, durante il quale il Governo della Monarchia degli Absburgo ha cercato con ogni mezzo illecito d'inaridire ogni loro sorgente vitale; di difendere strenuamente i loro interessi generali, da noi considerati come parte integrante degli interessi generali della Nazione e dello Stato....
"Convinti che l'Italia  sempre migliore dei suoi Governi [l'articolo toccava questo tasto, lasciando trasparire l'intimo malcontento per il rilassato modo di governare che c'era allora], non risparmieremo la nostra critica onesta a tutto ci che ci sembrer in contrasto con gli inalienabili diritti delle terre redente, agli abbandoni colpevoli, alle dimenticanze ingiustificate, alle promesse non mantenute, studiandoci per di evitare, con la spontanea reazione del nostro animo contro tutte le forme di demagogia politica, quegli atteggiamenti che solleticano i facili irragionevoli odii delle masse e impediscono che fra cittadini e legislatori, popolo e autorit, si determini, nell'interesse generale, una profonda e coscienziosa opera di collaborazione sociale.
"Sempre e sopra tutto ameremo l'Italia e Trieste, di quell'amore che crea nuovi destini e interpreta il legame fra la citt liberata e la nazione liberatrice come un saldo pegno di costanza nei secoli...."
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Risorgendo, il Piccolo aveva parlato con sicurezza della sua "vittoria a venire": e vittoria fu, e rapida: ma non cos istantanea, cos fulminea, e diciamo pure cos facile, come potrebbe credere chi riflettesse soltanto alla popolarit immensa goduta dal giornale prima della guerra. Da allora era trascorso quasi un lustro: nuove posizioni giornalistiche si erano create, e naturalmente si difendevano, ciascuna nel suo campo, come vuole la legge della vita: la popolarit il Piccolo dovette riguadagnarsela, e se il periodo di riacquisto e di ricoordinamento fu breve, esso riusc per tutt'altro che leggero. Tutti coloro che lavorarono al Piccolo nel primo anno della sua risurrezione parlano di quel tempo come di una dura battaglia, nella quale tutte le forze della redazione e dei var servizi amministrativi erano stimolate fino all'estremo per affermare in ogni campo la superiorit del giornale. In un certo senso, fu quello l'unico periodo che, per l'intensit febbrile di lavoro, somigli agli anni insonni delle origini: tranne che allora il giornale era fatto da due o tre persone: adesso tutto un corpo di redattori, di corrispondenti, di elementi sussidiari militava sotto l'assillante battuta del ritmo eccitatore.
Militava volentieri: perch sotto la direzione di Rino Alessi e l'amministrazione di Aldo Mayer  difficile che regni in un giornale altra cosa che buona volont, con animo e affratellamento cordiale nell'opera. Il loro spirito cortese improntato di amicizia e di giustizia, ha sempre saputo operare in modo che non vi sia giornale al mondo nel quale si conoscano meno che al Piccolo i dissapori e le beghe interne. Talch tutti i componenti la redazione, l'amministrazione, il corpo tipografico e gli altri servizi, non amano denominarsi collettivamente con altro nome che "la famiglia del Piccolo": e scrittori anziani, e scrittori pi giovani, divenuti, merc il giornale, carissimi al pubblico, e cronisti, e correttori, e stenografi e addetti ai servizi amministrativi, non si sentono tra loro soltanto colleghi e amici, ma quasi parenti.
La tensione dei primi tempi della rinascita giovava al giornale: ne moltiplicava le idee, ne sferzava il coraggio, ne rendeva scattanti le risoluzioni. Il Piccolo era uscito dapprima nelle sue due edizioni consuete: quella del mattino, e il Piccolo della sera, che viceversa ora si faceva uscire a mezzod. Ma gi nel luglio 1920, per non lasciar vuote le ore della sera e quindi interrotto il vincolo tra il giornale e il suo pubblico, si lanciava una terza edizione nelle tarde ore pomeridiane, che era poi un terzo tipo di giornale nuovo e completo, il Piccolo delle ore diciotto. Dalla redazione e dalla tipografia uscivano insomma tre giornali ogni giorno, interamente diversi di disposizioni e d'aspetto, bench interdipendenti nella continuit dei servizi telefonici e cronistici, inseguenti la vita della citt e del mondo quasi d'ora in ora. Il Piccolo del mattino era il giornale notiziario politico, l'organo di discussione dei pi importanti problemi della regione, il quadro della cronaca cittadina: il Piccolo della sera un giornale di pi libera e svariata intellettualit, con articoli politici e di storia, di letteratura, di scienza, d'arte, di moda, di teatro, di cinematografo: il Piccolo delle ore diciotto un giornale d'ultime notizie, con la cronaca della giornata ancora palpitante, e rubriche agili dedicate alle variet, agli spettacoli, alla radio, alla vita sportiva. Il successo delle Ore diciotto fu subito superiore alle speranze; in breve divenne grandissimo; il giornale concepito dapprima come un bollettino di due pagine, le sdoppi con facilit in quattro quando fu proibito di venderlo a dieci centesimi. Dal novembre 1922 esso mut il suo nome in quello pi appropriato e fluido, Le Ultime Notizie.
La risurrezione del Piccolo fu dunque sino dai primi giorni progresso, conquista, superamento del passato, adattamento elastico alle vibrazioni pi rapide della vita contemporanea. Con ci esso consegu quella augurata vittoria, ossia quel completo dominio del pubblico, che era necessario alla piena esplicazione e alla piena efficacia del suo programma morale e politico.
Nei primi anni del novello vivere, la nota che si trova pi frequentemente calcata dal Piccolo  quella dell'"irrevocabilit" dell'ordine di cose creato dagli avvenimenti del novembre 1918. Concetto che bisognava figgere bene nelle teste: perch gli agitatori slavi da una parte per loro mire nazionaliste, i comunisti dall'altra per loro sogni di un mondo che perdesse ogni ossatura riducendosi a una colata di materia umana in fusione, andavano predicando che nulla doveva considerarsi stabile e definitivo di quanto era nato dalla vittoria delle armi italiane. Il ritardo dell'atto formale dell'annessione, che avvenne soltanto nel gennaio 1921 e fu celebrato il 21 marzo, favoriva questa propaganda tendenziosa. Il Lavoratore mostrava apertamente di voler creare incompatibilit e distacco fra gli elementi che esso chiamava nazionalisti "calati qui dal Regno" e il resto della popolazione; e il Piccolo doveva rimbeccarlo che "calato qui dal Regno" era anche tutto lo stato maggiore del Partito comunista. Questa propaganda insidiosa per scindere spiritualmente dall'Italia paesi dove tanto si era lottato e sofferto per congiungersi a lei, esigeva che la si affrontasse con intransigente vigore: e il Piccolo pose tutta la propria perizia e tutta la propria fermezza nel dare il senso dell'irrevocabile ai frastornati e agli illusi dai sognatori di revisioni della storia.
Altra preoccupazione di grande momento era quella delle conseguenze del disordine politico, nel quale lo Stato pareva allora sul punto di liquefarsi, appena rassodato un poco, con l'aiuto dei nascenti Fasci, dalla vecchia esperienza sedativa tradotta nell'ultimo Ministero giolittiano. Si temeva con ragione che la situazione scompigliata facesse dimenticare esservi nella Venezia Giulia tutto un ordine economico da instaurare perch queste province conservassero la loro attivit produttiva e la loro posizione nel mondo. Gli scioperi, i tumulti talora violenti come quelli del settembre 1920 nel sobborgo popolare di San Giacomo, i sabotaggi e gli attentati contro le officine, e altre simili convulsioni dell'ora, non dovevano distogliere dalla necessit di assicurare a questi paesi una inquadratura della produzione adeguata ai bisogni della loro esistenza e una rete di comunicazioni terrestri e marittime che agevolassero gli scambi commerciali e permettessero il rifiorire di un emporio come quello di Trieste. Il Piccolo sostenne energicamente questi punti di vista, con un pensiero costante di coordinazione agli interessi nazionali.
Da altra parte, che non fu il Piccolo, si era promossa, per esercitare una pressione forte sul Governo, e anche alquanto per suggestione di quel miracolismo che c'era nell'aria del cosidetto dopoguerra, un'agitazione a favore del ripristino dell'antico porto franco triestino. Il Piccolo, senza pur credere a questo toccasana, assecond la campagna, finch essa ebbe prodotto il suo effetto di richiamare l'attenzione del Governo sui bisogni di Trieste, non foss'altro per l'effervescenza che l'idea di una privilegiata franchigia accordata alla citt faceva nascere negli altri porti italiani: ma quando si vide che il problema di Trieste si stava ormai impostando a Roma anche sotto il suo aspetto economico, che tutti i maggiori economisti italiani si davano a studiarlo e che d'altra parte l'agitazione portofranchista era abbracciata maliziosamente da sobillatori rallegrati dalla prospettiva d'inalzare mura divisorie e frontiere tra la citt e la Nazione, fu il Piccolo a imporre l'alto l, a chiedere la discussione, a esaminare la questione a fondo nella sua sostanza concreta e a mostrare i pericoli dell'impegnarsi in una tesi che, accettata, minacciava d'isolare Trieste dagli interessi italiani. Altri non rinunciarono alla richiesta del porto franco, e tatticamente fu bene, fino a tanto che non s'ebbero da Roma garanzie sicure di provvedimenti per la citt e per il porto: ma l'opposizione del Piccolo fu l'agente equilibratore che permise di preparare l'animo della popolazione, gi notevolmente infatuato, a soluzioni diverse dalla formula portofranchista.
Una terza battaglia necessaria era quella per l'assimilazione amministrativa e giuridica delle nuove province allo Stato italiano. Motivo precipuo del ritardo di questo complesso di provvedimenti fu dapprima certamente il protrarsi dell'atto d'annessione finch non fosse risolta con la Jugoslavia la spinosa vertenza su le definitive frontiere; tuttavia un netto ostacolo vi metteva altres il comprensibile attaccamento delle popolazioni ad alcune forme di autonomia, che avevano avuto serio valore di difesa contro gli arbitrii dell'Austria, ma che mancavano altrettanto di nessi e di raccordi quanto di pratico significato nella raggiunta unit dello Stato italiano, il quale, all'opposto dell'Austria absburgica, rappresentava la Patria e non poteva quindi cadere in sospetto d'abusi e di soprusi contro una parte del suo territorio e dei suoi cittadini. La mancanza di unificazione amministrativa e legislativa creava una condizione di provvisoriet ingrata per se stessa, e tanto pi perch andava prolungandosi, anche al di l dell'annessione, nelle discussioni interminabili e nelle irresolutezze e procrastinazioni proprie a quei giorni. Urgeva che s'incominciasse finalmente ad unificare e che vi si pervenisse in un tempo rapido: il Piccolo s'era fatto assertore tenace di questa necessit; combatteva con argomenti persuasivi la conservazione di autonomie che mostravano non pi il ferro della tradizione, ma la ruggine storica; denunziava i danni di ogni specie nascenti alla regione da condizioni di diritto pubblico diverse dal resto d'Italia.
D'altra parte il Piccolo era troppo esperto intenditore degli elementi psicologici, che coincidevano poi con interessi reali della regione e della Nazione intera, per non esigere che all'amor proprio del popolo giuliano fosse data piena soddisfazione con l'affermarsi di un corpo regionale della Venezia Giulia idealmente ben definito quanto le altre regioni d'Italia, nel compatto dell'unit della Patria. Creare un grande centro di coltura e d'interessi italiani a Trieste come v'ha nelle citt maggiori d'ogni regione, far convergere in essa, con avvedute circoscrizioni, i raggi di attivit di un gruppo di province naturalmente gravitanti verso quel punto, rendere pi perfetta la saldatura col resto d'Italia non diminuendo ma allargando la sfera d'influenza di Trieste sui circostanti territori appartenenti alla Patria, determinare un nucleo di vitalit giuliana di tale importanza da non permettere mai che queste province di recente ricongiunte alla Nazione contassero come un elemento di minor consistenza nella unit d'Italia e nella visione dei governanti: questo al Piccolo parve intelligente dovere; e a mettere le cose su questa via esso impegn campagne, sostenne anche non poche polemiche, esercit non invano la sua autorit persuasiva.
Ma si trattasse del rinvigorimento politico della nuova situazione, o dell'organizzazione economica, o dell'assunzione della Venezia Giulia nella vita dello Stato, o anche dello stesso problema delle popolazioni alloglotte, evidentemente nulla poteva raggiungersi con chiarezza di propositi, con metodo e con efficacia, mentre perdurava il disordine degli scioperi, delle agitazioni e anche dei conflitti pi o meno gravi che queste determinavano. Generatori d'inerzia e di grande stanchezza, essi umiliavano il cuore di quelli che pi avevano operato e lottato per la bella idealit di dare un'alta e civile vita italiana a queste terre d'Italia. Perci s'ebbe nella Venezia Giulia, pi presto e pi completamente che nelle altre province, una collaborazione spontanea e quasi istintiva della parte pi soda della popolazione, anche se cresciuta sul ceppo di altri partiti, all'energica reazione di giovani che si pronunzi nel movimento fascista. E il Piccolo stesso, come vedremo, fin da molti mesi prima della Marcia su Roma, si trovava gi, non per deliberazione, ma per naturale sviluppo delle cose, orientato verso una perfetta concordia d'intenti con questo movimento nuovo, che esso aveva considerato con imparziale simpatia fin dal suo nascere e quindi a poco a poco assecondato sempre pi spesso in una quantit d'iniziative rinvigoritrici dello spirito pubblico. Il passaggio del Piccolo all'ra fascista fu organico, determinato da progressive intuizioni di necessit attuali della citt e della Nazione, e non a sbalzi e per revisionismi impulsivi, come avvenne in tanti giornali.
Quindi il Piccolo, saldo nella sua tradizione di patriottismo a ogni costo, che l'aveva fatto dall'Austria dannare a morte, non conobbe, su questo campo le oscillazioni e le crisi interne che travagliarono s gran numero di redazioni. Il suo cammino persegu dirittamente l'obiettivo che s'era proposto nel programma della propria risurrezione.
Che il sentimento italiano della Venezia Giulia, nonostante gli scioperi, le mene degli agitatori, la sobillazione di segreti agenti di circoli esteri poco amici della nuova Italia, avesse conservato un magnifico vigore, lo dimostrarono dapprima le varie entusiastiche celebrazioni dell'annessione nella primavera del 1921; ma poi sopra tutto le accoglienze traboccanti d'affetto e veramente popolari fatte da Trieste e da tutte le province ai Reali quando vennero qui nel maggio del 1922. Il Piccolo, fin dai primi del mese, preparava coscienziosamente l'avvenimento, che doveva assumere il valore di una consacrazione della storia al cospetto dell'Italia e del mondo. E il 21 maggio, giorno dell'arrivo dei Reali a Trieste, il giornale pubblicava un numero di dodici pagine, degno di chiamarsi storico, al quale collaboravano con articoli e messaggi tante individualit italiane illustri quante forse mai furono raccolte in altro numero di questo genere. Il primo messaggio veniva dal rimpianto Comandante della Terza Armata, il Duca d'Aosta, che sempre si mostr amico del Piccolo e in nessuna occasione tralasci di ringagliardire con la sua parola l'azione patriottica del giornale. Venivano poi Armando Diaz, Luigi Federzoni, Luigi Luzzatti, l'amm. Thaon di Revel, Paolo Boselli, Luigi Rava, il sen. Maggiorino Ferraris, il Presidente dei Ministri Facta, il Presidente della Camera De Nicola, tutti i Ministri del tempo, e via via altri chiari nomi innumerevoli, fino a quelli di tutti i senatori e deputati giuliani. Tra questi era Teodoro Mayer, da due anni assunto al Senato.
"Vittorio Emanuele III - egli scriveva in un interessante capitolo di ricordi - da quando ascese al trono, si faceva informare regolarmente delle condizioni morali e politiche in cui si trovavano gli italiani ancora soggetti all'Austria. Era largo di appoggi e di consigli. Teneva a mente ogni particolare, seguiva le diverse vicende di uomini e cose, raccoglieva ogni documento che riguardasse queste terre. Rammento di avergli detto una volta, or sono dieci o dodici anni:
"- Maest, io ho i capelli grigi, l'ideale della giovinezza va dileguandosi come un fantasma;  dura la lotta fra gl'indifferenti, senza quasi speranze.
"E il Re: - Eppure bisogna continuare, perseverare, perseverare sempre! L'italianit della sua Trieste non deve morire. Bisogna tenere accesa la fiaccola".
Ricordava ancora Teodoro Mayer che nel 25 anniversario del Piccolo era stato offerto al Re il primo esemplare della composizione allegorica del Bistolfi. Il Re aveva ricevuto il gruppo con grande piacere e l'aveva messo nel suo studio.
Seguivano pi recenti ricordi. "Mai vidi il Re pi gaio, pi allegro, pi soddisfatto, che nei primi giorni del maggio 1915, dopo la decisione del nostro intervento. Il Re non faceva sforzo alcuno per nascondere il suo sentimento, che gli parlava eloquentemente negli occhi e nel sorriso.
"Nella Sua, nella nostra Trieste, il libro della storia reca il Suo nome primo fra i primi che cospirarono a volerla libera e italiana".
Alto clamore d'entusiasmo, tenerezza, giubilo, un'espansivit di popolo quale la Venezia Giulia non vide mai, contrassegnarono per quattro giorni le accoglienze rese ai Sovrani. Si rinnovarono in forma pi intima un mese dopo, quando il Principe di Piemonte venne a visitare Trieste. Non una foglia, non un ramoscello, che si movesse in contrattempo con l'aura di letizia e di concordia italiana spirante in quelle belle giornate. Elementi di vita cordiale, operosa, disposta a cercare e a trovare fraterne armonie nel vincolo della Patria, si manifestarono gagliardamente, a conforto di quelli che, come il Piccolo, avevano conservato la fiducia dell'antico sogno nel sereno avvenire italiano di questa regione. Le agitazioni, gli scioperi, e tutto il resto avevano appena incrinato alla superficie la natura buona ed equilibrata del popolo. E tuttavia il loro perdurare, il mareggiamento che essi imprimevano, ostinati, alla vita nazionale, impedivano di trarre a soluzioni tranquille e rapide i problemi di organizzazione dello Stato nelle sue nuove province, che stavano tanto a cuore del Piccolo. Ci voleva per questo un Governo forte; un Governo molto pi forte, molto pi consapevole della sua autorit, di quelli che si erano succeduti dall'armistizio in poi.
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30.
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I giorni e gli anni che seguirono appaiono tutti dominati dalla potente figura di Mussolini. Noi non tracceremo il profilo di questi anni: poich essi sono non pi storia, non pi ricordo, ma la vita d'oggi nei suoi inizi.
L'ultima grande convulsione del periodo prefascista fu lo sciopero generale del 1 agosto 1922, che, come gi altri scioperi di precedenti anni, costrinse il Piccolo per un paio di giorni a stillare la propria attivit in una serie di bollettini ettografati, che uscivano quasi ogni ora. Nella Venezia Giulia, lo sciopero fu tuttavia una manifestazione repressa e sommessa, gi impoverita di tutto il vigore e di tutta la baldanza di recenti esplosioni dello stesso genere. Cos fu nel resto d'Italia, pi o meno. Il socialismo italiano, tagliuzzato e diviso in monconi di partiti che si tiravano legnate fra loro, era mancato alla prova. Il fallimento dello sciopero figurava plasticamente, nell'ora storica, il fallimento di cotesto socialismo italiano. Lo affermava il Piccolo all'indomani, in un articolo, che, studiando la declive storia del partito socialista in Italia, vedeva la ragione prima della sua disfatta nel non aver saputo avvertire, e tanto meno comprendere, l'atmosfera della guerra. Era quello il primo di una serie d'articoli che, messo in rilievo il definitivo tramonto del mito rivoluzionario dello sciopero generale, finivano col mostrare essere venuta l'ora delle nuove correnti nella vita politica italiana.
Tali correnti esistevano, bench non tutte confluite ancora nel Fascismo. Il corrispondente romano del Piccolo, che era Ermanno Amicucci, uno dei giornalisti pi avveduti e sicuri della giovane generazione, gi le aveva delineate ai lettori; l'articolista pi autorevole che avesse il Piccolo in quegli anni, Enrico Corradini, ne aveva esposto il contenuto dottrinale col lucido e serrato vigore che  tutto suo. Il Fascismo, che era il nerbo dell'azione, aveva gi un'ampia popolarit nella Venezia Giulia, dove lo guidava con grande energia, fino dal 1920, uno dei maggiori suoi capi, Francesco Giunta, il fondatore dell'organo del Partito, il Popolo di Trieste: unico giornale che sorgesse a vita nell'ultimo decennio, mentre andavano tramontando i vari Lavoratori e s'esaurivano lentamente i giornali nati nell'impetuoso momento della redenzione. Un nuovo periodo incominciava per la storia d'Italia: un mondo d'uomini nuovi, di concetti e di metodi nuovi. Il Piccolo gi s'era formata la concezione di questo mondo, e v'entrava ben preparato ad intenderlo, ad interpretarlo, a convergerne gli spiriti verso la propria missione di rappresentante d'un'italianit salda e vigorosa al confine orientale della Patria.
Certamente sarebbe interessante il seguire nelle collezioni del giornale la pulsazione cronistica degli avvenimenti, registrati quasi d'ora in ora, che in quattro giorni, dal 27 al 30 ottobre 1922, davano a Trieste e alla Venezia Giulia il senso della crisi storica che s'apriva, si svolgeva, si chiudeva vertiginosamente, e che fu chiamata, dal suo elemento decisivo, la Marcia su Roma. Ma abbiamo detto di non voler fare pi storia, mentre essa si confonde gi col presente. A Trieste e nella Venezia Giulia il passaggio dall'antico al nuovo ordine di cose si svolse con calma e con tranquillit. Il senatore Antonio Mosconi, da tre anni avvedutissimo Commissario Generale per la Venezia Giulia, sospese la sua partenza gi decisa per trovarsi accanto al nuovo Prefetto, comm. Crispo Moncada, nel caso che, per avvenimenti imprevedibili, le cose si complicassero. Ma non vi furono avvenimenti imprevedibili. La costellazione tumultuaria del dopoguerra era spenta. Il nuovo Prefetto assunse dunque i poteri per la provincia di Trieste. Era il primo Prefetto: Trieste e le altre province giuliane cominciavano finalmente a uniformarsi alle forme di Governo vigenti nello Stato italiano.
Da allora, quello che era stato il programma del Piccolo, l'unificazione amministrativa e legislativa col resto d'Italia, ebbe un'attuazione energica e spedita. Le speranze concepite dal giornale nella risolutezza del nuovo Governo si avverarono. Le esitazioni e le tergiversazioni cedettero alla volont di fare. In brevi anni non si parl pi di disparit tra province vecchie e nuove nel campo dell'amministrazione, del giure, della fiscalit, degli istituti civili. La comunanza di leggi, il senso dell'unit di Governo, fortificavano anche la coscienza dell'unit spirituale. E allora si pot impostare anche quell'insieme di problemi, includenti il trattamento delle popolazioni d'altro idioma e la loro assimilazione alla vita italiana, che fu chiamato la politica di confine.
Su questi problemi molte erano state le diversit di vedute, le dissertazioni, le discussioni: il Fascismo tagli dritto, con provvedimenti bruschi e rapidi, e col distribuire su tutto il territorio la sua vigile organizzazione militarmente disciplinata. Certo, a queste risoluzioni radicali, a queste accelerate modificazioni, non si sarebbe giunti con altre forme di Governo, e le obiezioni di massima, al primo aspetto delle cose, non mancarono talvolta di farsi udire: ma poi, in pratica, si dovette riconoscere che la via scelta conduceva effettivamente a un pi rapido raggiungimento dei fini, anche se metteva sossopra, allarmati, gli agitatori d'oltre confine e li spingeva a ordire, alla disperata, qualche atto di terrorismo. D'altra parte, superato il primo momento, nel quale dovea farsi valere l'irrevocabilit delle leggi romane, si avvertiva da ogni osservatore imparziale che, sedati gli animi delle popolazioni alloglotte e riconosciuti i primi sintomi della loro buona volont di collaborare con gli altri italiani, l'opera di assimilazione quasi spontaneamente perdeva il suo rigore e assumeva un tono conciliante ed incoraggiante.
Questi problemi, di vitale importanza per la costituzione futura di un'omogeneit dello spirito nelle terre di confine, furono tutti ampiamente studiati dal Piccolo: e sopra tutti quello del clero campagnolo, ancora composto in gran numero di vecchi preti slavi cresciuti in ambiente infocato di lotta nazionale, o di giovani educati in seminari slavi, e favorito da criteri d'antica data delle superiori autorit ecclesiastiche. Tale stato di cose costrinse pi volte il giornale a impegnare energiche campagne perch non fosse disdetto dalla Chiesa quello che era detto dallo Stato nell'interesse della Nazione.
L'autorit del giornale, riaffermata in questi servigi resi alla causa italiana e apprezzata dal Governo come armonico contributo ai suoi intenti, gli permise anche di dissentire, in altri campi, da qualche provvedimento precipitoso, da qualche atto meno ponderato di minori gerarchi: e sia che questo dissenso si manifestasse con la critica, o con un silenzio eloquente in luogo dell'aspettata lode, di rado accadde che esso non conducesse a una chiarificazione o ad una revisione di deliberazioni o di atteggiamenti, nel senso desiderato dal Piccolo. N questo tacque mai, per riguardi che sarebbero stati colpevoli, quando parve necessario rivelare qualche disagio profondo della regione e additarlo ai ripari.
La fiducia del Governo nel giornale ebbe pertanto la sua integrazione nella fiducia del pubblico. Altrimenti l'opera del Piccolo sarebbe stata vana, e inutile la sua risurrezione.
Il giornale era pur sempre quello, fervente di sentimento italiano, che aveva meritato la sua citazione ad onore nella motivazione della nomina di Teodoro Mayer a senatore, il 30 settembre 1920, quando il Piccolo era appena da pochi mesi risorto.
Diceva del fondatore del giornale quella motivazione:
"Amministratore e proprietario del Piccolo di Trieste, che l'Austria fece incendiare il giorno della dichiarazione di guerra dell'Italia. Questo  il miglior elogio dell'opera del Mayer per tanti anni proseguita a favore della causa nazionale, con rara rettitudine e con disinteresse, nel giornale il cui valore lo Stato Maggiore austro-ungarico equiparava a due corpi d'armata. Fu anche membro del Consiglio Comunale di Trieste e di varie organizzazioni politiche; intermediario occulto ma prezioso fra Trieste e Roma in tempi oscuri e pericolosi".
S'iniziava per Teodoro Mayer, con quella nomina, l'ascensione ai superiori gradi, ai quali il suo ingegno e la sua perizia di finanziere severo lo designavano, fino alla nomina recente a Ministro di Stato congiunta a una carica di somma fiducia in un momento difficile dell'economia nazionale. L'uomo diveniva nella vita della Nazione ci che era stato nella vita di Trieste.
Il Piccolo non dimentic mai i doveri che gli venivano dalla propria storia. V'hanno ben pochi esempi, se ve n'hanno nelle cronache del giornalismo di ogni tempo, di giornali che abbiano conservato immutati la propria linea e il proprio mandato d'azione, passando per mezzo secolo di avvenimenti talvolta turbinosi e terribili da potersi comparare con quelli che fremettero intorno al Piccolo. Percorrendo una parabola che dalla profondit quasi carceraria d'un'Austria potente e dominatrice conduceva alla libera espansione del pensiero italiano sotto l'egida del Governo Nazionale, il giornale triestino persever sempre nella stessa missione di cementare e di portare a pi alto fastigio l'edificio della civilt italiana a Trieste e su la sponda orientale dell'Adriatico. Nelle biografie, se cos possiamo chiamarle, di altri giornali che ebbero a subire passaggi da una vita, sia pure coatta, in uno Stato a quella, pienamente consentanea, in un altro, dall'una forma di governo all'altra, dall'una all'altra cerchia di paesaggio politico delineato su gli orizzonti, si rivelano fratture, serpeggiamenti, volute e non volute contraddizioni. Nella storia del Piccolo la frattura  l'incendio. Morire per essere stato sempre se stesso, per rinascere uguale a se stesso. L'Italia a Trieste: il miraggio del suo passato. L'Italia a Trieste: nella vita presente, la sua passione di tutti i giorni.
Che questa Trieste, nella quale il Piccolo  nato, alla quale esso profet e segn la via in accordo d'anima con gli uomini migliori di una generazione che seppe operare nel sogno come se esso gi fosse divinamente realt, che questa Trieste, con cui e per cui il giornale ha faticato e sofferto, vagheggiandola mentre la serviva com' costume gentile e austero dell'amore, sia rimasta in cima a tutti i pensieri del Piccolo,  cosa di troppo naturale tenerezza perch sia rilevata, di troppo intima e originaria fusione del dovere con l'amorosa sollecitudine. Il Piccolo fu sempre, per antonomasia, il giornale di Trieste. Era Trieste una citt non grande, non peranco ben conosciuta nei suoi valori di sentimento, molto provinciale tuttora nelle abitudini, quando il Piccolo nacque, nell'umilt dei poveri e dei minuscoli; e la citt s' accresciuta, s' arricchita di poderose opere, ha spiegato i voli ad ambizioni pi vaste, sotto gli occhi intelligenti del Piccolo che cresceva con essa e vi rifletteva ogni sua provvida cura. Chi meraviglier adunque che fosse anche negli ultimi anni la sorte di Trieste, nella grandezza della Patria, l'ansia, il tormento, l'incessante assillo del Piccolo, lo studio e l'impegno della sua intelligenza affettuosa?
Pi grave che non si aspettasse il risollevamento della citt dalla sua avviliente cancellazione dalla vita negli anni di guerra: pareva talora raggiunto, per ardore d'opere e favore di circostanze, come se il destino avesse gonfiato all'improvviso le vele: indi, per crisi repentine, e delle quali la citt non era la sola a soffrire, allontanato di nuovo il raggiungimento e differita al domani la possibilit di nuove espansioni: e tuttavia quanta volont, quanta cotidiana tenacia, per fare che la citt, in questi anni d'incertezze che si susseguirono nel mondo dopo la guerra, conservasse gelosamente, anzi aumentasse, la sua attrezzatura e il suo sistema organico di grande emporio, sostituisse con agile facolt di ricambio nuove fonti di lavoro e di potenza a quelle che momentaneamente venivano a mancare.
Il Piccolo fu sempre un grande animatore della vita cittadina, un tonificatore dell'intraprendenza triestina sotto tutte le forme: tale fu pi che mai negli ultimi anni. Esso oper con tutte le forze a mantenere nella citt il fluido della corrente vitale. Lo mantenne con le buone battaglie per il lavoro costante dei cantieri, con l'esaltazione delle grandi navi, scese dagli scali triestini a gareggiare sul mare con le pi poderose e pi ingegnose del mondo; lo mantenne col riaccendere i fuochi dello sperato avvenire, sostenendo energicamente la necessit di nuove comunicazioni ferroviarie attraverso le Alpi; lo mantenne plaudendo a tutte le grandi opere edilizie per le quali la citt rinvigoriva e abbelliva il suo aspetto; lo mantenne scendendo a difesa ogni qualvolta il patrimonio cittadino fosse minacciato di andar coinvolto nelle maree economiche dei tempi. Ma fluido vitale non  soltanto la materialit della vita: una citt vive anche dello spirito: e tutte le pagine del Piccolo sono l ad attestare quanto esso compiesse perch mai, in cosa alcuna, subentrassero scetticismo e sconforto e si spegnesse la fiamma.
Ecco il culto della memoria di Guglielmo Oberdan: fin dai primi suoi liberi giorni aveva la citt consacrato sul luogo del patibolo il suo altare, ed era stato Benito Mussolini il primo a commemorarvi l'inesorabile giovane: ma poi nessuno pi che il Piccolo oper per la popolarit di questa memoria, e successivamente, quando si credette aver scoperto le ossa del suppliziato, ed esse furono infatti riconosciute come le sue, l'inchiesta del Piccolo, condotta fino a Zagabria, a Vienna, a Praga, port ad una intensit appassionata l'interesse per i men conosciuti casi del Martire e per le vicende dei suoi resti mortali.
Ecco la seconda visita reale, quella del maggio 1927: breve visita, d'un giorno solo: il Re viene a inaugurare il Faro della Vittoria, che la citt ha eretto in memoria dei caduti sul mare. Tale  l'accorrere di popolo, la esultanza festosa nella citt gremita, che ogni dubbio su la fervida italianit di Trieste sarebbe bestemmia e insensata folla. Il Piccolo ha voluto salutare il Re con un numero speciale che emuli quello di cinque anni innanzi. Messaggi di illustri italiani gli sono giunti, innumerevoli, come allora: ma molti sono i nomi degli uomini nuovi, della generazione che ha preso possesso della scena storica e guida ora l'Italia: e accanto a incarnazioni della Patria e della Vittoria come il Duca d'Aosta, Armando Diaz, Thaon di Revel, si leggono i nomi di Arnaldo Mussolini, di Augusto Turati, di Giuriati, di Grandi, di Volpi e di altri che in tutto o in parte rappresentano nella vita nazionale l'azione nuova iniziata dopo la guerra, da uomini che hanno voluto e fatto la guerra.
Le ondate delle generazioni si susseguono, restano le idealit che sono forti nel cuore dei popoli. Invidiabile destino del Piccolo l'aver messo nel vibrante centro del proprio cuore idealit forti: giacch questo cuore italiano continua a battere con immutato ritmo, e sente che esso  quello della vita della Nazione nel suo pulsare pi profondo. Perci il giornale che sul gran flutto del tempo conobbe la fatica degli umili, la lotta oscura, la violenza della morte, la vittoria raggiante, la risurrezione operosa, guarda ai cinquant'anni trascorsi senza sentirsi oppresso dal peso di tante cose passate e i suoi lunghi ricordi sboccano e si confondono, come un fluido solo, nella vita dei vivi.
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FINE.